Luigi Galella, il Fatto Quotidiano 16/2/2012, 16 febbraio 2012
LO STRANO CASO DEL PROFESSOR STARNONE
Non capita tutti i giorni di ritrovarsi nell’intreccio di un romanzo.
Mi telefona un amico: non sai niente? Che cosa? Hai letto l’ultimo libro di Domenico Starnone, Autobiografia erotica di Aristide Gambía? Ancora no. Possibile che nessuno te ne abbia parlato? Ci stai dentro. Diventi una specie di metapersonaggio. Anzi, l’affaire Elena Ferrante è il cuore stesso dell’opera.
Un passo indietro, perché si comprenda.
Quella fantomatica autrice, mai vista e mai fotografata, di cui platealmente si dichiarava l’estraneità alle conventicole letterarie, è sempre apparsa come un divertente puzzle da ricostruire. Elena Ferrante: più riservata di Salinger, più invisibile di Thomas Pynchon. Ma gli scrittori che si nascondono, mimetizzandosi nella vita quotidiana perché nessuno ne sospetti la duplice identità, lasciano pur sempre delle orme sui fogli. Lo stile è l’impronta digitale di ogni artista. Leggendo Starnone, pensai che potesse trattarsi di lui: la chiave si trovava nel romanzo autobiografico Via Gemito (Feltrinelli, 2000), che conteneva molte analogie fra i suoi personaggi, tratti dalla realtà, e i protagonisti de L’amore molesto (e/o, 1992), della Ferrante.
Scrissi che l’ex professore napoletano avrebbe quindi plagiato la Ferrante, nel caso “non fosse stato la Ferrante”. Ma si trattava di una dimostrazione per assurdo: come può la vita – raccontata in Via Gemito – plagiare l’arte? Come possono i ricordi d’infanzia dei genitori – il violento e frustrato Federì; la bella, “geniale” e incolta Rusinè – ricalcarsi sulle figurine di personaggi romanzeschi?
DOPO ANNI di oblio, lo strano caso del Professor Starnone e di Madame Ferrante viene oggi curiosamente riesumato proprio dal suo protagonista. E la soluzione dell’enigma affidata all’artiglieria pesante di un plot romanzesco. Dal quale si desume che non è Starnone ad aver plagiato la Ferrante, ma quest’ultima che ha carpito la forza suggestiva delle personalità della sua famiglia romanzandole proditoriamente. Non potendo giustificare l’assurdo, Starnone ribalta le carte: la Ferrante potrebbe essere una donna che aveva fuggevolmente amato negli anni Sessanta. Conoscendolo, ha scritto L’amore molesto, ispirato a quei ricordi remoti.
“Naturalmente mi lasciai sedurre dall’ipotesi che la donna della libreria Feltrinelli fosse Elena Ferrante – scrive Starnone – Ma ci girai intorno per un minuto, due al massimo, poi ritornai in me”.
Strana ritrosia. Anche perché è la costruzione dell’intero congegno narrativo dell’Autobiografia erotica (Einaudi, 2011) che ruota intorno a questa ipotesi, altro che “un minuto, due al massimo”. Anni di lavoro. Per tornare sul luogo del delitto perpetuato dal “professor Galella” , al quale si replica: “Peccato che io resto maschio e la Ferrante femmina”, e poi si minimizza: “Tanto spazio, cari amici, avrebbe avuto senso se Galella fosse riuscito, che so, a dimostrare che Shakespeare era in realtà Francesco Bacone. Ma Ferrante e io, via...”
A distanza di anni, il bisogno di tornare a smentire ciò che aveva già smentito. Con un romanzo. Perché?
UNA RISPOSTA giunge più avanti: “Insegui Filomena Barra, la confondi con Elena Ferrante, e ti ritrovi alla fine, svagato, a ruotare intorno al corpo originario di tua madre”.
L’equazione tra la figura della madre scomparsa di Starnone – bisognosa di riprodursi in un fantomatico doppio letterario – ed Elena Ferrante, appare fra le righe come la confessione di un intrigo più grande e affascinante. Singolare chiave di lettura psicanalitica – che sposta sensibilmente l’ottica, e un po’ si offre un po’ si cela – sulla quale si potrebbe volentieri convenire, ripetendo i pensieri di Stephen Dedalus, (Ulisse, J. Joyce, p. 284): “L’amor matris, genitivo soggettivo e oggettivo, questa è forse l’unica cosa vera nella vita. La paternità forse è una finzione legale”. Quella delle opere, ad esempio.
Inutile cercare i padri, quando vera è solo la madre.