Filippo Ceccarelli, la Repubblica 16/2/2012, 16 febbraio 2012
C´era una volta la tessera – Per anni e anni nelle campagne la Dc era: «la Democrazia»; così come nelle periferie operaie il Pci era naturalmente: «il Partito»
C´era una volta la tessera – Per anni e anni nelle campagne la Dc era: «la Democrazia»; così come nelle periferie operaie il Pci era naturalmente: «il Partito». Impossibile sbagliarsi. Al telefono il centralinista del Msi, allora allocato tra polverosi labari a Palazzo del Drago, rispondeva stentoreo: «Movimento!». Si chiamavano «camerati», o «compagni», oppure «amici»; ci si salutava con il braccio levato o con il pugno chiuso, «anche se noi liberali – dovette spiegare Malagodi – ci stringiamo la mano». C´erano allora simboli, inni, quotidiani e sedi immediatamente riconoscibili. Per circa mezzo secolo democristiani, comunisti e socialisti usurparono la toponomastica di piazza del Gesù, di via delle Botteghe Oscure e della stessa via del Corso, che pure ospitava monumenti più durevoli del palazzone del Psi, cui pure, nell´era un po´ megalomane del tardocraxismo parve opportuno acquistare un cinema. Però poi tutto passa, specialmente l´età dell´oro. E se oggi il cine Belsito è chiuso e abbandonato, e a palazzo Cenci-Bolognetti, il «palazzo dei veleni» dello scudocrociato, c´è la redazione del Male, si segnala che la sezione comunista della Bolognina da cui nel 1989 Occhetto annunciò la «Svolta» è diventata – oh, lacrimae rerum! – un centro estetico. Ma questo non toglie che l´Italia sia stata a lungo, perfino sul piano costituzionale, La Repubblica dei partiti, come s´intitola un libro di Pietro Scoppola (il Mulino, 1991). Fin dal Cln i partiti organizzarono la fragile democrazia prendendosi cura di trasformare delle tribù in popoli: così uguali e diversi tra loro da poter collaborare e insieme darsi battaglia. E subito allora in quelle appartenenze ci furono eroi, martiri, lapidi, monumenti e scuole di partito, tessere e probiviri, scrutatori ai seggi con la fascia al braccio, intellettuali organici e organizzazioni collaterali, e viaggi turistici, colonie estive, campi da bocce, gare sportive, sfilate di miss, servizi d´ordine, ideologi, faccendieri e affari. Il Pci curava quelli con i paesi dell´Est, dopo il centrosinistra la Dc e il Psi si divisero le Partecipazioni statali, rientrando appunto il finanziamento ai partiti di governo, come teorizzò un futuro capo democristiano, «tra i compiti diciamo subistituzionali degli enti». Del resto Enrico Mattei usava i partiti «come dei taxi» – anche se poi lui fu abbattuto mentre loro rimasero a circolare per altri trent´anni, esercitando il potere interno ed esterno per cooptazioni, combinazioni e predestinazioni. Piccolo grande mondo antico. Agenzie di consenso, brivido militante, sportelli aperti nel vivo della società, meglio che patronati d´assistenza, erogatori di favori e di dignità. Non di rado i partiti accompagnavano i seguaci perfino oltre la morte, la tessera deposta nella bara, le bandiere fuori e dentro le chiese, nell´apparato del Pci c´era un funzionario che gestiva i rinfreschi e i funerali, per questo soprannominato «dall´Alfa all´Omega». Un minimo approccio antropologico segnala come quelle appartenenze si distinguessero anche per il cibo: dalle «salamelle» dei festival dell´Unità alle energiche tavolate para-ecclesiali dei dc, non per caso detti «forchettoni»; e secondo la medesima e simile differenza si ripartivano i vestiti e i simbolici accessori dei leader: i sandali di La Pira, il basco di Nenni, il doppiopetto di Togliatti. Quando Craxi apparve a torso avvolto in un pareo su una spiaggia tunisina, tutto stava per finire. Le lettere di Moro sono il doloroso congedo al sistema dei partiti, e l´ultimo comizio di Berlinguer è il miglior ricordo che ognuno vorrebbe tener vivo nel cuore.