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 2012  febbraio 17 Venerdì calendario

L’Indice dei libri del mese, febbraio 2012 Molti sanno chi è Pier Giorgio Frassati, quasi nessuno sa più chi sia stato suo padre Alfredo Frassati

L’Indice dei libri del mese, febbraio 2012 Molti sanno chi è Pier Giorgio Frassati, quasi nessuno sa più chi sia stato suo padre Alfredo Frassati. La memoria di Pier Giorgio non disturba nessuno, mentre ad Alfredo sembra si addica il silenzio. Mi incuriosisce il silenzio, politico e anche storiografico che, in un momento dato, circonda un argomento, un evento, una persona del presente o del passato. Qualche volta il silenzio è meritato, o giustificato, ma ci sono altri casi che costituiscono una clamorosa rimozione di un frammento del passato incompatibile con poteri duraturi, capaci di plasmare il conventional wisdom, la saggezza contingente dei più. Per questo Frassati. L’inventore della Stampa costituisce un evento editoriale, purtroppo accompagnato da un silenzio quasi generale. Sulla carta questo libro potrebbe suscitare perplessità: per l’intento celebrativo della storia ridotta in pillole in occasione del cinquantenario della morte del protagonista; per una riedizione in formato ridotto, da 4070 a 266 pagine, genere «Reader’s Digest» (il libro è tratto da Un uomo, un giornale, sei volumi pubblicati tra il 1978 e il 1982 da Edizioni di Storia e di Letteratura, Roma); per il sospetto apologetico che inevitabilmente suscita una biografia opera della figlia del protagonista. Invece la figlia argina il suo amore e riproduce fedelmente l’opera politica e giornalistica, del padre e Alberto Sinigaglia, della Stampa, affronta l’opera impervia della sintesi, senza omettere alcun particolare che pure potrebbe mettere in imbarazzo l’attuale proprietà di quel giornale. Insomma, chapeau bas! Ma allora, dov’è il caso? La risposta è semplice. Queste 266 pagine costituiscono un manuale, credo unico nel suo genere, del modo in cui un membro a pieno titolo della classe dirigente italiana – erede di una dinastia benestante di Biella, fondatore e direttore di un grande quotidiano, senatore e ambasciatore del Regno – possa, anzi debba reagire giorno per giorno ad atti, forze ed eventi che contrastano con le sue convinzioni. In una solitudine pressoché assoluta, non rispetto ai suoi lettori, ma alla classe dirigente liberale di cui fa parte. È questo il punto. Nel caso di Frassati, in quanto direttore di giornale, si tratta di una cronaca di prese di posizione assunte a caldo. Nel variare del contesto e delle circostanze. L’inizio è relativamente pacifico. Alfredo Frassati, una volta consolidata la sua posizione di editore-direttore di un quotidiano piemontese con aspirazioni nazionali a cavallo dell’Otto-Novecento, si dimostra prevedibilmente giolittiano, ostile alle avventure crispine e autoritarie di fine secolo, anche se culturalmente in sintonia con la Triplice Alleanza per la sua formazione giuridica di stampo tedesco, poco nostalgico della Destra. Un atteggiamento aderente al contesto sociale e regionale in cui si colloca. Eppure alcuni accenti suggeriti dagli eventi di fine secolo dimostrano il severo distacco del suo giudizio riguardante ampi settori della classe dirigente di cui Frassati e il suo giornale erano pure espressione. Responsabile dei moti del maggio 1898 non era soltanto il governo Rudinì, cui pure La Stampa si opponeva, ma, secondo Frassati, quei mèmbri della borghesia che non si dimostravano all’altezza dei loro doveri di cittadini (tema ricorrente nei suoi editoriali): «E poi si scandalizzano, e fanno le voci grosse, e gridano al governo inetto se il socialista esce dall’urna sul serio, se i partiti sovversivi acquistano terreno, se, imbaldanziti i nemici delle loro istituzioni, minacciano e si rivoltano. Allora invocano i carabinieri e l’esercito. Ma se avessero un po’ di coscienza, dovrebbero confessare quanti atti hanno trascurato, quanti cattivi esempi hanno dato, quanto egoismo e quanta apatia hanno professato, talvolta di quanto dileggio hanno coperto quelle stesse istituzioni, che il dì del pericolo invocano tremanti». È con ravvicinarsi della prima guerra mondiale che Frassati cementa il rapporto con Giolitti, ma afferma anche valori che finiranno per trascenderne l’orizzonte. La corrispondenza citata tra i due esprime un rapporto sorprendentemente paritario in cui il giornalista accompagna il rispetto istituzionale per l’amico con una totale franchezza che porterà a una rottura politica, mai umana, di fronte all’affermazione del fascismo. Il suo giudizio sull’intervento è drastico e ribadito in maniera martellante: «lo Stato ne uscirà indebitato, il Paese stremato (...) Da qualunque parte lo guardi, tutto mi persuade che l’intervento sarà la rovina del nostro paese». Egli condannerà senza appello persino l’interventismo democratico di marca wilsoniana e ingaggerà una battaglia pressoché quotidiana contro la minoranza nazionalista, da lui definita dei «tartufi del patriottismo», che si rifarà viva in occasione dell’impresa fiumana di D’Annunzio e della campagna contro la vittoria mutilata, una delle premesse della marcia su Roma. La sua martellante campagna antifascista, che precede e segue la marcia su Roma, è mirata, rivolta contro i centri di potere compiici, se non promotori dell’ascesa del regime fascista. Non solo nazionalisti e massoni, ma monarchia, classe dirigente liberale (non escluso Giolitti), chiesa cattolica, laddove frena e reprime i popolari per poi approvarne la partecipazione al primo governo Mussolini, finiscono tutti sul banco degli imputati del quotidiano di Torino nel contesto di un’analisi del fascismo, ben più netta rispetto alle pur crescenti riserve manifestate dal Corriere della Sera di Luigi Albertini. L’interpretazione della Stampa anticipa in tutto e per tutto quella offerta dalle lezioni alla Sorbona di Federico Chabod nel secondo dopoguerra. Il fascismo non costituisce una risposta a un presunto pericolo bolscevico, ma l’involuzione autoritaria dello stato borghese. Due giorni dopo la marcia su Roma, così si conclude l’editoriale di Alfredo Frassati: «Nel quadro generale del dopoguerra, il fascismo appare come elemento politico veramente efficiente quando il bolscevismo già era, esso, in sfacelo; e la sua azione, pertanto, si volge non contro questo, ma contro il socialriformismo e le organizzazioni operaie prima, contro la democrazia e lo stato liberale dopo. E certo, se si ha riguardo al comportamento dei governi e dei partiti cosiddetti liberali di fronte all’espansione fascista, se si ricorda a che cosa fosse ridotta l’autorità statale dalla primavera all’autunno del 1922, allora, sì, bisogna riconoscere che la marcia su Roma avvenne essendo l’Italia in sfacelo. Ma il bolscevismo massimalista non c’entrava più per nulla; perché i due elementi erano il fascismo che saliva al potere, il liberalismo che se ne lasciava cacciar via, o piuttosto si lasciava scivolar giù, dopo aver costituito esso stesso al suo avversario il piedestallo per muovere all’assalto». Ciò che precede e ciò che segue è rigorosamente coerente con questo giudizio. Nei mesi che avevano preceduto la marcia, Frassati aveva invano invocato la costituzione da parte di Giolitti di un governo Sturzo-Turari-Treves, unica ipotesi in grado di restaurare la legalità democratica, ma impraticabile per l’opposizione di Giolitti medesimo, in odio ai partiti di massa. Frassati e Giovanni Amendola sono le uniche voci limpidamente antifasciste a levarsi dal campo liberale (Gobetti costituisce ovviamente un caso che sfugge a ogni classificazione partitica). Con l’insediamento del governo Mussolini, Frassati rassegna le dimissioni da ambasciatore a Berlino e rifiuta altre sedi. Riprende in mano le redini del suo giornale con un’opposizione incalzante e ferma, punto di riferimento obbligato per tutti coloro che tentano di opporsi alla trasformazione del governo in regime. La legge Acerbo viene accolta dalla Stampa con parole che sarebbero state appropriate ai partiti di opposizione quando, ottant’anni più tardi, il Porcellum si profilò all’orizzonte. Il delitto Matteotti segna l’abbandono di ogni tentativo dialettico di ricondurre il fascismo in un quadro di legalità costituzionale. La denuncia del carattere statuale della violenza commessa è, accompagnata da atti di violenza nei confronti di Frassati e dei suoi più stretti collaboratori, fino a sfociare in provvedimenti contro la libertà di stampa che colpiscono tutti i giornali d’opposizione. La violenza fisica, che si alterna a quella liberticida delle cosiddette leggi fascistissime, non costituisce che la premessa per passaggi di proprietà che illustrano, in freddo linguaggio contabile, i rapporti instaurati tra il regime e settori portanti dell’economia privata. Dopo svariati tentativi di salvare almeno la proprietà, che però si intrecciano con ripetuti atti di aggressione nei confronti del giornale, Frassati è costretto ad arrendersi ai soci di minoranza Guatino e Agnelli. Costoro, esercitando il diritto di prelazione a favore proprio (il giornale era e resterà un ottimo affare) e del regime, si impossessano di proprietà e direzione del giornale. Il regime ha raggiunto il suo scopo e i nuovi proprietari hanno fatto un buon affare. L’anno precedente a Luigi Albertimi, forse grazie a un’opposizione assai più blanda nei confronti del potere politico, era stato consentito di vendere il Corriere della Sera a una cifra non confrontabile con quella riscossa da Frassati. Ma ciò che più colpisce è il carattere definitivo di una transazione destinata a sopravvivere alla stessa caduta del regime. Eppure la coda di paglia della non più nuova proprietà era evidente, se Vittorio Valletta, amministratore della Fiat, dopo il 25 luglio 1943, si affrettò a offrire al vecchio proprietario il 45 per cento dell’intera azienda a condizione che «rinunciasse a qualsiasi ingerenza nella dirczione». Il rifiuto di Frassati, se ve ne fosse stato bisogno, costituisce la conferma della sua diversa tempra rispetto a quella a suo tempo dimostrata da Albertini. Una diversità forte dell’intransigenza con cui era disposto a pagare, al di là di ogni convenienza economica, la sua autonoma passione politica. Dopo la Liberazione, con La Stampa commissariata da Bruno Villabruna, Valletta, investito dal vento del Nord, si vede costretto a venire a più miti consigli, rifacendosi vivo con Frassati. Sulla strategia non molla, l’obiettivo è sempre quello di garantire il controllo politico del giornale alla Fiat, tuttavia l’arretramento tattico c’è. Egli ha ormai capito che Frassati non si compra con il denaro ma momentaneamente rinuncia a condizionare l’offerta a un impegno di non ingerenza rispetto alla dirczione, accettando una «completa parità con la Fiat nella gestione del giornale». Con la dirczione di Filippo Burzio l’applicazione del nuovo accordo fila liscia, ma a cinque anni di distanza – Giulio De Benedetti direttore – Valletta prima intima a Frassati di non scrivere più editoriali non firmati e, in un secondo tempo, di rinunciarvi del tutto, con la motivazione, mirabolante per l’ipocrisia che la ispira, secondo cui «gli interessati alla gestione, che rappresentano entrambi (noi e Lei) importanti interessi industriali, debbano astenersi dal pubblicare sul giornale articoli anche se firmati». In altre parole, in nome dell’indipendenza della testata, la Fiat riassume il pieno controllo sulla linea politica del giornale. Frassati non accetta, si ricorre a un arbitrato che tuttavia si conclude con la definitiva rinuncia di Frassati a un giornale che non 10 aveva mai tanto interessato come fonte di guadagno quanto per le battaglie con cui aveva scritto, in splendido isolamento, alcune delle pagine più .belle nella storia del giornalismo politico italiano. Cosa aggiungere? Che La Stampa di oggi, ripubblicando il libro di Luciana Frassati in una forma resa accessibile ai suoi lettori, ha giustamente rivendicato i momenti più alti della sua storia e ha anche trovato il coraggio di non nasconderne quelli indifendibili. Occorre però segnalare la scomodila di un personaggio la cui lezione trascende l’epoca storica e la natura del regime cui si opponeva, e fa riflettere sugli appoggi e sui silenzi compiici che per anni hanno accompagnato l’affermazione e gli sviluppi del fenomeno berlusconiano. Gian Giacomo Migone