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 2012  febbraio 16 Giovedì calendario

Grandi eventi tutti occupati Italia in coda per 15 anni - Lo sport italiano ci metterà un po’ a metabolizzare la delusione soprattutto perché la finestra che si chiude viene praticamente murata

Grandi eventi tutti occupati Italia in coda per 15 anni - Lo sport italiano ci metterà un po’ a metabolizzare la delusione soprattutto perché la finestra che si chiude viene praticamente murata. Niente panico, esistono ancora delle possibilità di candidarsi in futuro per i grandi eventi internazionali ma sarà meglio trovare un’altra via di sviluppo e rinnovare gli impianti a prescindere da Mondiali e Olimpiadi: il calendario non promette niente di buono. Fino al 2024 siamo fermi. Archiviati i Giochi invernali, già ospitati nel 2006, l’Italia è fuori dal giro per i Mondiali e persino per gli Europei di calcio dove ci hanno già bocciato due volte di fila. Ci hanno respinto per il 2012 (a favore della coppia Polonia-Ucraina) e per il 2016 (Francia), così abbiamo saggiamente optato per una pausa di riflessione e ci siamo allontanati dalla contesa per il 2020. Certo, eravamo convinti di essere impegnati sul fronte olimpico, ma è difficile riciclarci su quello calcistico: se non è la fase economica adatta per un progetto compatto e studiato come quello disegnato su Roma non potrà certo diventarlo per un torneo che ci obbligherebbe a rimettere in sesto l’80 per cento dei nostri stadi in un colpo solo. Potremmo optare per le Olimpiadi del 2024, peccato sia già possibile considerarla fin da ora una delle competizioni più intasate degli ultimi tempi: presente l’Africa che reclama la sua prima volta, presente l’America, presente Parigi e probabilmente pure Berlino. In più prima di considerare quella partita bisogna guardare che carte escono ovvero chi si porterà a casa il piatto del 2020 perché se vince l’Europa è inutile ripresentarsi per l’edizione successiva. Conti che il comitato promotore della defunta candidatura per il 2020 aveva già fatto. Mario Pescante racconta di gente che stacca i telefoni e riempie gli scatoloni, la frase ricorrente, fin dal no di Monti, è «la fine di un sogno» e non è casuale o melodrammatica. La possibilità di avere quei Giochi era concreta. Il governo ha fatto i suoi calcoli e ha valide ragioni, non stava certo a loro valutare le opportunità future di avere una grande manifestazione, ma chi lavorava dietro quel progetto sa bene che un’altra chance così difficilmente ricapiterà e di certo non a breve. Stavolta c’erano condizioni praticamente irripetibili, rivali non lunari e, in questo campo, buona reputazione. Il comitato olimpico internazionale si è detto «dispiaciuto» del nostro dietrofront e aveva espresso tutta la simpatia possibile quando eravamo in corsa. Torino 2006 ha avuto successo, addirittura ha stupito e le proposte che restano, almeno in questa fase, scaldano di sicuro meno della nostra. È andata, ora serve una nuova strategia. Giusto definirci «buoni organizzatori», come ha scritto il presidente del Coni Petrucci nella sua lettera agli atleti, e pessimi gestori solo che è ora di essere capaci di altro visto che non c’è nulla che possiamo ospitare. Servono stadi nuovi o rimessi a nuovo a prescindere da possibili Europei o Mondiali di calcio (già assegnati fino al 2022 e difficilmente raggiungibili nel 2026) e serve anche un’idea di come ricostruire il lavoro intorno alla preparazione degli atleti senza i fondi, le energie e l’interesse previsti quando si era convinti di avere Roma in corsa. I «buoni organizzatori» non avranno nulla da fare nei prossimi anni e stare fermi e languire fino a che gira il vento significherebbe la paralisi. «Il sogno è finito», toccherà accontentarsi di una visione meno affascinante e ambiziosa e migliorare una cosa alla volta. Subito dopo aver chiuso gli scatoloni.