Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 16 Giovedì calendario

Lin, mister nessuno fa impazzire New York - La notizia fondamentale è questa: Jeremy Lin, improbabile fenomeno dell’Nba che fa discutere anche il presidente Obama, non è più homeless

Lin, mister nessuno fa impazzire New York - La notizia fondamentale è questa: Jeremy Lin, improbabile fenomeno dell’Nba che fa discutere anche il presidente Obama, non è più homeless. Ha affittato dall’ex collega dei Knicks, David Lee, un appartamento di due stanze nella Trump Tower di White Plains, con vista su Manhattan. Così la nuova stella di New York quindi non è più costretto a dormire sul divano del fratello maggiore Josh, o chiedere ospitalità ai compagni di squadra quando Josh lo caccia perché organizza una festa. Tutto il resto è un anormale sogno americano, di quelli che possono diventare realtà solo in questo Paese. Jeremy, per chi nelle ultime due settimane ha vissuto su Marte, è il fenomeno del momento nello sport Usa. Durante la disputa sindacale che ha fatto quasi saltare la stagione dell’Nba, i Knicks di New York avevano costruito un’ottima squadra. Le tre stelle Stoudemire, Anthony e Chandler davano il diritto di sognare i playoff e oltre. L’allenatore Mike D’Antoni aveva dimenticato solo un piccolo particolare, che per uno con il suo glorioso passato di giocatore a Milano è un peccato mortale: il playmaker. Toney Douglas non è un grande, Mike Bibby è spompato, Iman Shumpert è acerbo e fuori ruolo. Quindi aveva recuperato un ex all-star come Baron Davis, ma un infortunio alla schiena non gli ha permesso di giocare. Risultato: i Knicks si erano abbonati alla sconfitta perenne. Disperato, Mike aveva chiesto a Carmelo Anthony di fare l’ala-play, ma il giochetto che era riuscito a Dan Peterson quando fece marcare Larry Wright da Vittorio Gallinari non ha funzionato nell’Nba. A quel punto, prima della partita del 4 febbraio contro i Nets, D’Antoni ha guardato in fondo alla sua panchina e ha scorto seduto in un angolo Jeremy. Lo ha fatto entrare, e lui ha segnato 25 punti, preso 5 rimbalzi e fatto 7 assist, riportando i Knicks alla vittoria e salvando il posto di Mike. Da allora Lin non è più uscito e New York ha vinto per sei volte di seguito, compresa martedì sera a Toronto, dove Lin ha tirato da tre punti a un secondo dalla fine della partita, segnando il canestro decisivo. Jeremy aveva scherzato persino con Kobe Bryant, facendo 38 punti nella sfida vinta contro i Lakers, e ha già battuto il record assoluto di Shaquille O’Neil come giocatore che ha segnato di più nelle prime 5 partite da titolare. In America è esplosa la «Linsanity», folle passione per questa storia incredibile. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha ammesso che Obama ne ha parlato ieri mattina con i suoi consiglieri, mentre volava verso Milwaukee a bordo dell’elicottero Marine One. La storia di Cenerentola, in effetti, non basterebbe a descrivere la parabola di Jeremy. E’ nato a Los Angeles 23 anni fa da Gie-Ming e Shirley, entrambi alti 168 centimetri. La famiglia del padre era immigrata in Usa da Taiwan, mentre quella della madre veniva da Jiaxing, nella Cina continentale. Il padre gli aveva insegnato il basket nel campetto locale della Ymca, dove Jeremy era diventato anche un fervente cristiano. La passione lo aveva travolto, trasformando la sua squadra della Palo Alto High School nel miracolo del campionato liceale della California. Lin, divenuto nel frattempo un veloce play alto un metro e novantuno centimetri, si era messo in testa strane idee. Aveva spedito il curriculum in giro, comprese Ucla e Stanford, sperando di trovare posto in una squadra di college. Lo aveva preso solo Harvard, che sarà pure l’università dove ha studiato Obama, ma nello sport è come finire al Borgorosso. Pazienza. Jeremy si era rimboccato i calzettoni, che tiene sempre alti e ordinati, e oltre a laurearsi in economia era diventato la star locale. Il draft dell’Nba 2010 lo aveva però ignorato, perché non vedeva oltre Yao Ming, e lui era finito a elemosinare contrattini. Lo avevano preso quasi per pietà i Golden State Warrios, per cui tifava da ragazzino, ma nella stagione scorsa aveva giocato pochi minuti, finendo spesso nelle squadre minori della società per farsi le ossa. Il 24 dicembre scorso, poi, i Warrios gli hanno fatto il regalo di Natale tagliandolo, per fare spazio a un centro. Il 27 dicembre New York lo ha preso quasi gratis, per fare la riserva della riserva della riserva. Jeremy era così sicuro del suo futuro che invece di affittare una casa era andato a dormire sul divano del fratello Josh e poi su quello del compagno Landry Fieldser, proprio alla vigilia della partita contro i Nets del 4 febbraio. Giorno in cui è accaduto l’assurdo. Ma durerà? Forbes stima che come marchio Jeremy Lin vale già 14 milioni: da quando è esploso, l’audience televisiva delle partite dei Knicks è aumentata del 70%, il traffico online sul sito internet della squadra è salito del 550%, le sue magliette vanno a ruba e su eBay il prezzo medio degli introvabili biglietti per le partite al Madison Squadre Garden è arrivato a 379 dollari. Persino i tifosi cinesi e taiwanesi se lo contendono e il capo del partito comunista di Jiaxing, città della madre, ha formalmente rivendicato su un microblog tipo Twitter le sue radici rivoluzionarie. Lui sorride umile a tutti: «Tranquilli, è solo un miracolo di Dio».