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 2012  febbraio 17 Venerdì calendario

«Per fermare la fuga di capitali dovreste trovare al più presto un accordo con Berna: non avete alternative», spiega un banchiere ticinese

«Per fermare la fuga di capitali dovreste trovare al più presto un accordo con Berna: non avete alternative», spiega un banchiere ticinese. La stagione degli scudi fiscali di Giulio Tremonti è stata una pia illusione. «Svanito l’effetto, siete tornati al vizietto del nero in Svizzera…», ridacchia al telefono. Calcolando che il rientro effettivo di fondi dal Ticino con l’ultimo scudo non ha superato i 20 miliardi, si capisce che i «risparmi» di una vita sono rimasti al fresco dei caveu scudocrociati. «E anche chi li ha scudati è probabile che, a partire dallo scorso luglio, li abbia riportati indietro…». Ricordate? E’ bastata la paura dei prelievi forzosi e di una super tassa sulle rendite finanziarie paventati da un governo Berlusconi sotto attacco dello spread e dei mercati internazionali che in pochi giorni nella banche di Chiasso non si trovassero più cassette di sicurezza. Nelle stesse ore agli sportelli di Locarno e Mendrisio s’intercettavano artigiani comaschi e varesotti con lo zainetto pieno di contante da depositare, «perché non si sa mai…». Lasciando alla piazza finanziaria di Lugano, la preferita da una borghesia lombarda dalle frequenti gite in Svizzera, le operazioni più sofisticate. Un fuggi fuggi certificato dai dati della Guardia di Finanza di Como, la provincia italiana a più alta densità di banconote da 500 euro: «nel solo territorio lariano, abbiamo registrato un giro di nero da 2,5 milioni al giorno». Una cifra enorme che in gran parte prende la strada di Lugano e Chiasso senza più nemmeno il brivido anni Settanta degli spalloni e delle signore bene che sotto la pelliccia trasportavano soldi e gioielli, rischiando le manette alla frontiera. Oggi Shengen ha eliminato i controlli e tutto passa sotto il naso dei doganieri. Negli ultimi mesi, per soddisfare l’esodo, alcune banche ticinesi avrebbero richiamato di gran fretta i vecchi dirigenti italiani in pensione: i clienti del Belpaese sono tradizionalisti, così si organizza alla meglio un ufficietto da consulente. In altri casi la «consulenza» sfocia direttamente nel penale. Lo segnala una recente sentenza del tribunale di Como secondo cui la Arner Bank e la Euromobiliare Suisse di Lugano e la finanziaria Prismafin di Chiasso avrebbero organizzato traffici valutari illegali, contattando clientela italiana e reclutando direttamente gli spalloni che passavano il confine, depositavano 20-150mila euro a viaggio, per poi farli sparire su conti offshore. Con Mario Monti al governo la fuga non si è fermata, anzi. La correzione tutta tasse dei conti pubblici ha dato nuova benzina all’esodo padano, costringendo le grandi banche svizzere ad affittare le cassette di sicurezza degli albergoni eleganti sul lungolago. Di più. Secondo gli ultimi dati cantonali il 22% degli abitanti di Lugano sono ormai cittadini italiani. Si tratta di connazionali che muovono capitali ingenti: per ottenere la residenza bisogna dimostrare un reddito stabile di 250 mila euro l’anno. Trasferirsi oltreconfine e investire in immobili è l’ultima moda dell’ italian job per esportare ricchezza in maniera spesso legale. Un fiume di denaro sul mattone ticinese che fa temere agli analisti di Ubs l’esplosione di una bolla speculativa, causa prezzi immobiliari schizzati del 35% in 5 anni e tassi sui mutui immobiliari che quasi mai superano il 2 per cento. Come intervenire? Intanto smettendo di aprire conti agli italiani. Alcune grandi banche svizzere da qualche settimana lo stanno facendo. «Il meccanismo attuale - ha spiegato al Corriere Lombardia Giancarlo Cervino, direttore del Centro di studi fiscali di Lugano - rende ancora conveniente l’export di capitali». Secondo Bankitalia nel 2011 «sono stati prelevati da conti correnti 340 miliardi poi spariti dalla circolazione». E siccome i consumi languono, «è facile prevedere che parte di quel denaro abbia preso la strada di approdi sicuri, come la Svizzera». Per questo l’accordo sulla tassazione dei depositi all’estero (secondo le ultime stime nelle banche elvetiche ci sono 150/200 miliardi made in Italy) sarebbe l’unico modo per frenare l’emorragia e mettere le mani su un tesoretto capace di dare ossigeno alle nostre finanze. Altrimenti bisognerà aspettare un accordo quadro europeo oppure il 2017, quando entrerà in vigore la direttiva di Bruxelles che impone un prelievo del 35% su tutti i capitali svizzeri depositati da cittadini comunitari. Un big bang a cui per primi non credono gli stessi svizzeri…