Umberto Mancini, Il Messaggero 16/02/2012, 16 febbraio 2012
IL MOSE
L’opera, certamente faraonica, doveva essere terminata nel 2010. E costare, almeno sulla carta, circa 2,7 miliardi. Molto di più, ovviamente, del progetto originario, messo nero su bianco nel lontano 1987 ma partito solo nel 2003, che stimava in un rotondo 1,6 miliardi la cifra finale da timbrare. Tra ritardi, aumento dei costi, procedure per assegnare gli appalti e contestazioni varie, il Mose, cioè il sistema di dighe mobili nato per salvare Venezia dall’acqua alta, è ancora lontano dal vedere la luce. Anche perchè la linea del traguardo viene ciclicamente spostata in avanti ogni 12 mesi. Così come la spesa definitiva da mettere in bilancio.
Erano circa 4,6 miliardi solo l’anno scorso, tre volte l’importo iniziale. Un prezzo, si disse, bloccato, chiuso, immodificabile. Fu proprio il presidente leghista della Regione Veneto, Luca Zaia, a fissare i paletti, confortato dall’esecutivo Berlusconi e pressato dalla Corte dei conti. Prima ancora era stato Romano Prodi ad insistere, vincendo i mal di pancia della sinistra e confermano il maxi progetto destinato a cambiare i delicati equilibri della Laguna. Polemiche, date-limite e budget nel frattempo ampiamente superati, come la marea che da millenni sommerge la magia di Venezia, esaltandone il fragile e inimitabile mistero.
E come la marea montante, oggi il costo complessivo del «più grande cantiere del mondo» si avvicina pericolosamente a quota 5,5 miliardi di euro. Una spesa per lo Stato - il raffronto è d’obbligo - ben superiore ai 4,8 miliardi che sarebbero stati necessari per finanziare, secondo il piano economico elaborato, le Olimpiadi di Roma del 2020. Si tratta, e su questo sono tutti d’accordo, di un intervento massiccio, poderoso. Che ridisegna l’intero bacino, ma che a giudizio di molti osservatori è di fatto fuori controllo. Nessuno, in pratica, immagina cosa accadrà realmente una volta realizzato lo «scudo» per Venezia. Di certo si sa solo che le decine di ruspe che lavorano da Malamocco a Chioggia, scavando dighe e creando isole artificiali, potrebbero non farcela nemmeno nel 2012. Eppure il Cipe, questa volta a gestione tecnica Monti, ha stanziato proprio ad inizio anno altri 600 milioni per dare ossigeno e bruciare i tempi. Solo a maggio del 2011 erano invece arrivati altri 106 milioni. Chiaramente insufficienti a completare l’opera. Visto che proprio Zaia ha candidamente confessato che adesso si punta al 2014 per mettere la parola fine all’ambizioso progetto. In poco ci credono. Basta guardare al passato per mettere in fila una serie di dati scandalosi: sono oltre 20 anni che il Consorzio Venezia Nuova vigila e programma, modificando il cronoprogramma a cadenze regolari.
«Passeremo - dicono da Italia Nostra - da 1,6 a 5,5 miliardi, una escalation pazzesca, veramente unica al mondo». Di più. Il rischio, aggiungono, è che alla fine della mastodontica impresa il risultato sia modesto, anzi insufficiente. Non solo sul fronte degli sprechi, visto che non sono state messa a gara nè le cerniere, nè le 79 paratie che dovrebbero mettere a riparo San Marco. Ma soprattutto perchè, sempre secondo uno studio elaborato da Italia Nostra, c’è una terribile spada di damocle che incombe: l’intero sistema di difesa, paratie e cerniere, potrebbe entrare in risonanza e di fronte alla marea crescente non reggere alla spinta, facendo filtrare l’acqua. Uno scenario da incubo. Del resto, dicono da Venezia, non è stato mai presentato un progetto esecutivo completo. Si va avanti a strappi, tra diktat commissariali e buone intenzioni. Senza limiti per spesa e tempi. Tanto paga sempre pantalone. Tutti noi quindi.