Luca Crovi, il Giornale 15/2/2012, 15 febbraio 2012
«I miei vecchietti detective saranno come Montalbano» - Marco Malvaldi è stato ricercatore di chimica all’Università di Pisa, ma per anni ha sognato di fare il cantante lirico, fino a quando la letteratura gialla non ha terremotato la sua vita
«I miei vecchietti detective saranno come Montalbano» - Marco Malvaldi è stato ricercatore di chimica all’Università di Pisa, ma per anni ha sognato di fare il cantante lirico, fino a quando la letteratura gialla non ha terremotato la sua vita. Mentre La carta più alta (Sellerio) domina da settimane le classifiche di vendita, è arrivata la notizia che la Rai sta per realizzare un serial con protagonisti proprio i vecchietti del «BarLume» creati da Malvaldi, proprio come Andrea Camilleri (anche lui pubblicato da Sellerio) col suo Montalbano diventato un eroe della tv. «Ah, è vero- risponde Malvaldi- Ormai è ufficiale, la Palomar si è compromessa». Ha già qualche idea di chi le piacerebbe vedere nel cast? «Vorrei Carlo Monni come Ampelio. Per lui ucciderei. E mi pacerebbe ringiovanire Alessandro Benvenuti per fargli fare Massimo, sarebbe perfetto». Tutti i suoi libri sono ispirati a un gioco, come li sceglie? «Come metafora della storia, principalmente. La “briscola in cinque” è un gioco in cui si mente, ma non è ovvio chi sia a farlo, e per scoprirlo è necessario notare delle incoerenze tra quello che dice e quello che fa. Esattamente ciò che si deve fare in una indagine per omicidio.Quello della “carta più alta” è un gioco stupido, ma che richiede coraggio; si punta qualcosa sul puro caso, con una probabilità del cinquanta per cento di vincere e di perdere. Bisogna esserne consapevoli, oppure totalmente irresponsabili ». Che legame c’èfrala chimica e il giallo nelle sue storie? «Innanzitutto, il mezzo. In molti dei miei libri si uccide per avvelenamento, come accade nei gialli veri. Poi, io sono convinto di aver imparato a scrivere proprio scrivendo articoli scientifici. Devi essere stringato e chiaro allo stesso tempo, è una scuola severa. Potrei aggiungere che spesso scrivo mentre sono in dipartimento, ma non ci farei una bella figura; quando mi vedono al computer, sono convinti che stia lavorando. È vero che ormai vado in dipartimento da libero pensatore, a titolo gratuito, e quindi non rubo niente a nessuno, però... ». Lei avrebbe voluto fare la carriera da tenore, cos’è rimasto di musicale nei suoi libri? «Basso, a dire il vero. Comunque, spero che ci sia il senso del ritmo. Spesso vengo criticato perché i miei libri sono troppo corti, e finiscono presto. Nell’800, i francesi criticavano Rossini perché secondo loro faceva solo rumore, e lo chiamavano “Il signor Crescendo”. Ecco, quando lo criticavano, Rossini rispondeva “È vero: faccio talmente tanto chiasso che alle mie opere non c’è verso di riuscire a dormire”. Spero che questo valga anche per me...». Ne La carta più alta racconta uno scherzo meraviglioso, è opera sua? «Lo scherzo non l’ho fatto io, ma mio padre, quando era al collegio Sant’Anna. Ma di scherzi belli in famiglia abbiamo un esperto, mio cugino Claudio: una volta, a un suo amico che si doveva sposare, ha mandato il giorno prima del matrimonio la cartolina precetto. Consegnata a mano da un vigile urbano (amico di mio zio) e, soprattutto, perfettamente falsificata, con tanto di talloncino per il treno e il traghetto: la destinazione finale, infatti, era Arbatax. E la persona in questione abita a Torino...». Le è mai capitato di odiare la sua vicina di casa come capita al barista Massimo? «Non posso rispondere. La persona in questione, oltre a essere molesta e a friggere dalla mattina alla sera, è anche vendicativa». Quanto tempo passa mediamente al bar? «Non tanto quanto sembrerebbe. Come spiegavo poco prima, sono benissimo in grado di non fare un cavolo anche sul luogo di lavoro ». Perché il suo barista Massimo ha un’ossessione per il cappuccino? «In realtà l’ossessione è la mia. Primo, perché il cappuccino non mi piace, non lo digerisco e mi fa star male anche il colore. Secondo, perché da fissato dell’alimentazione non capisco come si faccia a bere una cosa a base di latte dopo un pasto. Se proprio uno vuole massacrarsi la digestione, un bel bicchiere di acqua gelata va benissimo». Ne La carta più alta fa leggere al suo protagonista un sacco di libri impegnati, non solo dei gialletti? «È una specie di messaggio in codice. Alcuni dei libri sono fondamentali per la risoluzione del caso, ma il mio scopo era prendermi un po’ in giro. Sono convinto che la letteratura, quella vera, sia quella che resiste al drenaggio dei secoli, senza distinzione di genere. La gente continuerà a leggere la Bibbia, Sciascia, Borges o Seneca anche fra 3-4mila anni. Poi c’è il Malvaldi, c’è l’intrattenimento, che fondamentalmente serve al contrario: a non pensare a nulla, a scordarsi delle brutture della giornata per tre o quatto ore». Progetti futuri? «Adesso sto scrivendo un libro con Roberto Vacca sulle epidemie vere,presunte e pilotate. Poi, vediamo. Ho una trama molto bella su di un giallo da ambientare al freddo estremo, che ha solo un problema: la trama, in realtà, è di mia moglie. Adesso stiamo trattando sul numero di turni in cucina che mi tocca fare se me la cede. Di sicuro, comunque, i miei vecchietti ancora per qualche anno dovrebbero essere in grado di andare al bar».