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 2012  febbraio 15 Mercoledì calendario

Meryl Streep “L’importante è aver paura” - Una risata frivola, ironica, leggera. La parola diva esiste, e guardando il modo con cui Meryl Streep incanta il pubblico della Berlinale, se ne capisce perfettamente il significato

Meryl Streep “L’importante è aver paura” - Una risata frivola, ironica, leggera. La parola diva esiste, e guardando il modo con cui Meryl Streep incanta il pubblico della Berlinale, se ne capisce perfettamente il significato. Celebrata con l’Orso d’oro alla carriera, festeggiata perché ieri era San Valentino, bombardata da domande di ogni genere, dopo le grida, il tifo, e gli infiniti battimani, l’attrice dai mille volti, super-favorita per un nuovo Oscar grazie alla Thatcher di «The Iron lady», conduce le danze con sicura maestria. E dire che i colpi di scena non mancano. Un giornalista ucraino le regala una matrioska composta da bambole che la ritraggono in alcuni dei suoi più celebri ruoli. Lei se la guarda e, a bassa voce, commenta: «Grazie per avermi fatto il naso più piccolo del mio». Una cronista romena non smette di fare complimenti: «Ora che la vedo da vicino, penso che avrebbe potuto interpretare anche la parte della Thatcher da ragazza». Streep sorride: «Viva la Romania». Al fan che gli ha portato un mazzo di rose bianche concede l’onore di un bacio, a quello che fa lo spavaldo dicendo che ha pronto un assegno per lei, intima di farsi avanti e darglielo. A chi le chiede dei suoi rapporti con i registi, risponde quasi borbottando: «I registi? Potrei scrivere un libro su di loro, magari sarebbe un best-seller». La cerimonia degli Oscar è vicina. Qualcuno, come sempre, dirà «and the winner is...». Signora Streep, dopo tanti premi e successi, riesce ancora ad emozionarsi? «Assolutamente sì. Sono nata nel New Jersey, in un piccolo paese di 5000 anime, e tutto quello che è successo dopo, i palcoscenici, i premi, il riconoscimento che ho ricevuto qui stasera e che consacra un’intera carriera, per me resta un sogno. Agli Oscar si prova una sensazione molto particolare, è come se ci si trovasse in mezzo a una partita di superbowl. Ed è difficile anche tutto quello che viene prima, quando cominciano a dirti "sì, quest’anno hai delle chance, oppure no, quest’anno non ne hai"». Qual è l’aspetto più difficile del suo mestiere? «Niente ti pesa quando fai qualcosa che ami profondamente. Se mi trovassi a dover recitare nei panni di un robot e a muovermi in un mondo di effetti speciali, allora sì che avrei delle difficoltà». Non c’è proprio nulla che non le piace? «Beh, sono venuta qui a Berlino e mi sarebbe tanto piaciuto visitare il Museo di arte contemporanea, ma non ci posso andare. Questo mi capita spesso, vorrei fare una cosa e mi trovo davanti a un esercito di persone che mi dicono che non è possibile». In ogni film lei riesce ad essere diversa. Qual è il segreto? «Cerco sempre di trovare, nei miei personaggi, la qualità che posso apprezzare, l’aspetto che me li avvicina e che rende possibile la mia interpretazione. Siamo esseri umani e, a prescindere dal luogo in cui siamo nati, dalla cultura da cui proveniamo, abbiamo tanti aspetti simili. Ecco, mi piace trovare il nostro comune denominatore». I suoi ruoli sono spesso molto impegnativi, come fa a liberarsene, a non restarne schiacciata? «Alla fine di ogni giornata di riprese chiedo di farmi portare un gin-tonic...». Riesce a conciliare famiglia e lavoro? «Mi sembra di si, mio marito oggi mi ha mandato dei fiori... Comunque il nostro è un lavoro strano, tra un film e l’altro capita di stare molto a casa, anche in momenti in cui non ci si aspetterebbe di esserci, e questo indubbiamente ha i suoi pregi». Come si fa a restare per tanto tempo sulla cresta dell’onda? «La sfida è continuare a sorprendere gli altri, ma prima di tutto me stessa. Quando sei sulla breccia da un bel po’, come nel mio caso, ti viene il dubbio di poter risultare noiosa, di non riuscire ad essere nuova. Perciò l’importante è continuare ad avere delle aspettative e sapere bene che l’insicurezza è la nostra migliore amica. Per quanto mi riguarda, ogni volta che inizio un nuovo film, mi sento intimidita e preoccupata». In che modo sceglie i suoi ruoli? «Difficile spiegarlo, è qualcosa che ha a che vedere con la musica, o ci entri e ti fai trasportare, oppure no. Quando dico "sì, faccio questo film" vuol dire che quel personaggio, in qualche modo, era già dentro di me. Da ragazzina mia madre mi portava in biblioteca, e la cosa non mi piaceva affatto. Una volta, avrò avuto 10 anni, sfogliando un libro, vidi l’immagine di un cumulo di corpi in un lager, ovviamente mi colpì molto. Forse ho deciso di fare "La scelta di Sophie" perché quell’emozione, da qualche parte, dentro di me, aveva lasciato il segno». C’è un personaggio che le piacerebbe fare e non ha ancora fatto? «Mi piacciono i più diversi tipi di persone e non è vero che preferisco le donne forti. Sarei contenta, però, di poter interpretare più spesso parti comiche, mi dicono sempre che sono spiritosa...». Su «The Iron lady» si è molto discusso e anche polemizzato. Che cosa le ha insegnato questo personaggio? «Moltissime cose, tutto quello che, essendo un’attrice di idee democratiche che vive a New York, non avrei mai potuto immaginare. La Thatcher è stata una donna coraggiosa in un mondo molto diverso da quello di oggi, difficile anche da immaginare. Se qualcuno glielo dicesse, lei lo prenderebbe a calci, ma la Thatcher è stata una femminista».