FRANCESCO VACCARINO*, La Stampa 15/2/2012, 15 febbraio 2012
La prossima “bolla” si nasconde nei laboratori - L’ economia mondiale è stata travolta dalle conseguenze catastrofiche delle esplosioni di varie bolle, ad esempio la bolla del Nasdaq e quella dei mutui subprime
La prossima “bolla” si nasconde nei laboratori - L’ economia mondiale è stata travolta dalle conseguenze catastrofiche delle esplosioni di varie bolle, ad esempio la bolla del Nasdaq e quella dei mutui subprime. Una delle origini di questi disastri è stata la degenerazione dei sistemi dei premi per i manager delle imprese mediante le stock-options. Un meccanismo che, attraverso l’assegnazione di quote dell’azienda alla dirigenza, doveva garantirne il massimo impegno nell’azienda. Sfortunatamente il meccanismo ha prodotto effetti paradossali: era più semplice guadagnare facendo crescere artatamente il valore in Borsa delle azioni che creando effettivo valore per la comunità. Questo ha dato il via a varie crisi, portandoci nel disastro che sta distruggendo il benessere collettivo conquistato nella seconda metà del secolo scorso. Nonostante le grandi difficoltà in cui versano le nostre società, la scienza attraversa da molti decenni un periodo di splendore rinascimentale. All’orizzonte si profila, però, un serio pericolo, molto più grave della mancanza di adeguati investimenti. Sentiamo spesso parlare di valutazione rispetto al lavoro degli scienziati e delle università in generale. Questa non è una novità: gli scienziati si sono sempre misurati tra loro e l’ambiente scientifico è sempre stato molto più competitivo di quanto si pensi, spesso ai limiti della ferocia. La valutazione è stata in passato basata principalmente sul consenso sociale. La comunità decideva, con vari metodi, cosa valeva, chi valeva. Lo stesso sistema delle pubblicazioni, cioè la valutazione tra pari, è un meccanismo di tipo sociale. Il «referee», per quanto professionale, è influenzato da considerazioni di carattere soggettivo sul valore della pubblicazione sottoposta a giudizio. Per non parlare della pressione esercitata dal nome di un autore importante nel caso il giudizio non avvenga «in cieco». Con il crescere della complessità della ricerca e con il sempre maggiore coinvolgimento della politica si è affermato un altro modo per decidere ciò che vale, chi deve essere finanziato, chi può accedere ai mestieri della ricerca. In inglese si chiama «metrics», cioè una valutazione basata su dati numerici e su scale di valori, metodi per calcolare distanze, aree, volumi. La rivista «Nature» ha dedicato al tema un allarmato intero numero (il 465 del 2010) e infiniti articoli. Le «Notices» dell’American Mathematical Society si sono anch’esse dedicate al tema. L’adozione di questi nuovi sistemi, infatti, ha portato con sé due gravi problemi: l’uso distorto delle metriche e delle deviazioni dagli standard professionali della ricerca. Non c’è nulla di male nel cercare di dare misure oggettive, numeriche, del valore della ricerca, anzi. Il più famoso è il cosiddetto «impact factor», denotato IF. Misura quante citazioni hanno gli articoli di una rivista scientifica in proporzione al numero degli articoli che pubblica. Dire che il «Journal of Something» ha un IF pari a 2 significa che ogni articolo pubblicato su di esso riceve in media 2 citazioni. Nato per misurare la popolarità di una rivista, l’IF è diventato, insieme con altri indici come l’h-index, uno strumento perverso usato per valutare i singoli, addirittura i singoli lavori. E così uno strumento statistico, che vale per popolazioni, è stato applicato ai singoli, cioè a insiemi di misura nulla. «Nature» ha dimostrato che molte istituzioni assumono ricercatori valutando in modo molto improprio l’IF dell’autore. Vi sono stati casi di riviste che, con diabolici meccanismi di autocitazione, hanno incrementato il loro IF a dismisura, senza alcun reale miglioramento della qualità delle pubblicazioni. Insomma, poiché si è assunti, finanziati, premiati, solo se si ha un IF alto, alla fine la tentazione è di produrre «junk papers» con il solo scopo di fare crescere i propri indici bibliometrici o quelli del proprio gruppo di ricerca. La leggenda vuole che nell’ufficio di Albert Einstein ci fosse appeso un cartello con la frase «Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato». Forse potremmo appenderla negli uffici dei gestori della ricerca prima di trovarci tra le macerie dell’ennesima bolla: quella delle pubblicazioni scientifiche. *"Francesco Vaccarino Matematico" E’ RICERCATORE AL DIPARTIMENTO DI SCIENZE MATEMATICHE DEL POLITECNICO DI TORINO E ALLA FONDAZIONE ISI IL SITO: HTTP://WWW.POLITO.IT/"