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 2012  febbraio 15 Mercoledì calendario

La Consulta non ferma il processo Ruby - Quando la sera del 28 maggio 2010 Silvio Berlusconi telefonò ben 7 volte alla questura di Milano per fare in modo che la minorenne Karima El Marhoug, in arte Ruby, venisse subito rilasciata e consegnata nelle mani della sua «consigliera» Nicole Minetti, non lo fece nella sua funzione di Presidente del Consiglio

La Consulta non ferma il processo Ruby - Quando la sera del 28 maggio 2010 Silvio Berlusconi telefonò ben 7 volte alla questura di Milano per fare in modo che la minorenne Karima El Marhoug, in arte Ruby, venisse subito rilasciata e consegnata nelle mani della sua «consigliera» Nicole Minetti, non lo fece nella sua funzione di Presidente del Consiglio. Così hanno stabilito ieri i giudici della Corte Costituzionale respingendo il conflitto di attribuzione sollevato dalla maggioranza della Camera che chiedeva di annullare il processo in corso a Milano e trasferirlo per competenza al Tribunale dei Ministri, nel presupposto che l’intervento dell’ex premier sui poliziotti milanesi fosse stato dettato da una sorta di dovere istituzionale, «per evitare un incidente diplomatico» come ebbe a dire lui stesso, nell’intima convinzione che la marocchina Ruby Rubacuori fosse davvero la nipotina del presidente egiziano Mubarak. Una circostanza alla quale evidentemente i giudici della Consulta, una volta esaminati gli atti trasmessi dalla Procura di Milano, non hanno voluto nè potuto credere. D’altronde la stessa Ruby con gli amici e i poliziotti se la rideva: «Ma chi vuoi che creda che una marocchina sia la nipote del presidente egiziano?». Il Re insomma, ancora una volta è nudo. Così dopodomani, quando il collegio giudicante della seconda sezione penale entrerà in aula, l’imputato Silvio Berlusconi, come sempre, non ci sarà. Ma forse torneranno in aula i suoi legali storici, gli avvocati Ghedini e Longo, che avevano disertato le ultime udienze impegnati negli altri processi del Cavaliere e nella speranza che la Consulta cambiasse i destini di un processo che fin dalle prime battute si è dimostrato un campo minato per Berlusconi. È bastata la testimonianza di due giorni fa dell’assistente di polizia Ermes Cafaro, che ha raccontato le prime confidenze di Ruby («Silvio mi fece delle avances sessuali»), per capire l’antifona di quel che sarà. Salvato all’ultimo minuto dalla prescrizione per la corruzione di Mills, il Cavaliere rischia di rimanere in balia delle signorine che frequentarono allegramente le festicciole di Arcore, già armate di unghie e rossetto per dar battaglia nelle varie costituzioni di parte civile. Per ora contro la «favorita» Nicole Minetti, ma domani, chissà. Vatti a fidare di chi ha esercitato, sebbene ad alti livelli, i mestiere più antico del mondo. Il rischio poi è che, come richiesto da alcuni avvocati, il processo a Berlusconi venga unificato a quello parallelo e gemello che vede alla sbarra Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti e di cui venerdì si conoscerà la sorte. Ma soprattutto, con la sentenza dei giudici Costituzionali di ieri, il processo in corso a Milano riceve una nuova garanzia: quella di poter essere celebrato fino in fondo e con una certa tranquillità. Anzi. Respingendo il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camere, la Consulta indirettamente certifica la correttezza delle indagini svolte e dell’impianto accusatorio che sul punto (l’indebito intervento di Berlusconi in Questura) ipotizza il reato di concussione. E ne radica dunque la competenza. Perché secondo la Procura, Berlusconi non agì da Presidente del Consiglio quella sera di due anni fa ma «abusò della sua qualità» di Primo Ministro facendo pressione sui funzionari della Questura affinché Ruby venisse rilasciata e non si potesse risalire alle sue frequentazioni di Arcore, alle «cene eleganti» e ai «bunga bunga», da cui poi sono scaturite le accuse di prostituzione minorile. E siamo appena all’inizio.