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 2012  gennaio 16 Lunedì calendario

Anno IX – Quattrocentosettesima settimana Dal 9 al 16 gennaio 2012Parte Costa ConcordiaBilancio Il naufragio del “Concordia” all’Isola del Giglio è costato finora la vita a sei persone, tutte identificate (uno è italiano)

Anno IX – Quattrocentosettesima settimana
Dal 9 al 16 gennaio 2012

Parte Costa Concordia
Bilancio Il naufragio del “Concordia” all’Isola del Giglio è costato finora la vita a sei persone, tutte identificate (uno è italiano). Mancano però all’appello diciassette nomi, cioè undici passeggeri e sei uomini dell’equipaggio. Tra questi c’è una bambina di cinque anni, scomparsa col padre. Alla domanda se i diciassette nomi significano diciassette morti si deve rispondere: man mano che il tempo passa, purtroppo, sì.

In carcere In questo momento sono in carcere: il primo ufficiale di plancia, Ciro Ambrosio, e il comandante del “Concordia”, Francesco Schettino. Il comandante Schettino ha 52 anni ed è di Meta, in provincia di Salerno. È accusato di naufragio, omicidio colposo plurimo e abbandono della nave. Dopo aver portato la nave sulla secca delle Scole, procurandole uno squarcio di 75 metri per due, il comandante ha virato verso il Giglio e fatto sì che la “Concordia” si inclinasse su un fondale sufficientemente basso. È poi sceso a terra, lasciando che delle operazioni di salvataggio si occupassero altri. Ha telefonato alla madre, Rosa, di 80 anni. «Mamma, è successa una tragedia, Ma stai tranquilla, ho cercato di salvare i passeggeri. Per un po’ non vi potrò telefonare». Uomini della Capitaneria di porto, vedendolo a terra, lo hanno invitato a risalire a bordo. Schettino ha dato ampie assicurazioni, ma a bordo non l’ha più visto nessuno.

Scatola nera La scatola nera, recuperata durante l’opera di salvataggio, ha permesso una ricostruzione quasi minuto per minuto.
Venerdì 13 gennaio, ore 19: la “Costa Concordia”, enorme battello della Costa Crociere (lunghezza 290,2 metri; larghezza 35,5; pesante, se vuota, come 110 Boeing 747; 1.500 cabine ed energia elettrica sufficiente al consumo di una città di 50 mila abitanti; 58 suite con balcone; 5 ristoranti; 13 bar; 5 vasche idromassaggio; 4 piscine), parte da Civitavecchia alla volta di Savona. È la crociera detta “Profumo degli agrumi”, sette giorni low cost nel Mediterraneo, 1300 euro tutto compreso per una famiglia di padre, madre e un bambino.
Ore 21.58: la “Concordia” è davanti al Giglio, nei cinque ristoranti si serve il secondo turno della cena, risotto allo zafferano e pesce arrosto. In quel momento, la nave tocca un piccolo scoglio nella secca delle Scole e se lo porta via come fosse un fuscello. Ma il fuscello, per tutta risposta, squarcia la parte sommersa all’altezza delle cabine dell’equipaggio e in corrispondenza della lavanderia, degli alloggi e di un magazzino. Nei ristoranti si sente un gran boato, poi manca la luce, poi la luce torna, poi manca di nuovo.
Ore 22.10: si sente una voce che dagli altoparlanti invita tutti a star tranquilli: informa che c’è solo un problema al generatore di corrente. Sembra impossibile, perché la corrente continua ad andare e venire e i tavoli adesso si cominciano a inclinare, le stoviglie precipitano a terra, qualche passeggero che si è alzato perde l’equilibrio, la paura si diffonde.
Ore 22.30: è l’allarme, i passeggeri si riuniscono nei punti di ritrovo, qualcuno s’accorge che la nave, dopo aver puntato a nord, si stringe nuovamente in direzione del Giglio. È Schettino che ha capito quello che è successo e vuole scappare dall’abisso di 70 metri che gli sta spalancato sotto i piedi e nel quale tra poco annegherebbero tutti. Poiché sa che è inevitabile affondare, il comandante si sta dirigendo verso un punto di mare basso, su cui la barca possa adagiarsi quasi senza pericolo. Il comandante, dopo il suo clamoroso sbaglio, sta adesso mettendo in salvo con questa manovra centinaia di vita umane. Nessuno, per questo, gli farà i complimenti. Quando la nave è abbastanza vicina a terra, si sentono i sette fischi brevi seguiti da un fischio lungo: il segnale che la nave va abbandonata.
Ore 22.30-3.30 del mattino: sono le ore del salvataggio, che, secondo i passeggeri, avviene nel caos più totale. In base a quello che hanno riferito non c’è nessun coordinamento, i salvagenti sono pochi e troppo piccoli, le scialuppe sembrano non bastare e in ogni caso l’equipaggio non le cala in mare con dimestichezza, c’è gente che si butta in acqua per salire sulle zattere gonfiabili, altri nuotano verso riva non fidando per la salvezza che nelle proprie braccia. È notte, fa freddo, nelle cabine ci sono viaggiatori bloccati che non riescono a uscire e saranno ritrovati molte ore dopo.

L’inchino Tutta questa tragedia sarebbe stata provocata dall’ “inchino”, un rito scherzoso che consiste nel passare abbastanza vicini alla costa per vedere gli amici e farsi vedere da loro. Un saluto festoso e un po’ guascone, praticato non solo al Giglio, ma, per quello che se ne è saputo in queste ore, anche a Ponza e, pericolosissimamente, a Venezia: adesso sono in arrivo disposizioni ministeriali che lo proibiscono tassativamente, ma intanto al Giglio il capitano Schettino e i suoi uomini hanno creduto di poter rendere omaggio a un loro vecchio comandante, Mario Palumbo (che non sapeva nulla e a questa storia si indigna e impreca), e soprattutto al loro capo-maitre, l’unico gigliese a bordo, Antonello Tievoli. Per questo, essendosi fatti troppo vicini alla costa, sono andati a sbattere contro lo spunzone di roccia e hanno provocato la tragedia. Il comandante ha poi tentato di sostenere che lo spunzone non era segnalato dalle carte (falso). L’incidente del “Concordia”, per la mole della nave, è il più grave di tutta la storia della marina mercantile.

Soldi La “Concordia” è stata costruita nel 2006, dalla Fincantieri di Palermo, dove probabilmente sarà trainata per essere demolita (a meno non la si demolisca sul posto). È costata poco meno di mezzo miliardo, una cifra di cui l’americana Carnival Corporation, proprietaria del marchio, rientrerà grazie a una rete internazionale di assicurazioni di cui fa parte anche Generali. Il danno economico è comunque colossale: i risarcimenti e la demolizione (affidata all’olandese Smit) muoveranno almeno 3-4 miliardi di euro. A bordo c’erano 3.216 turisti di 62 nazionalità e 1.013 membri dell’equipaggio. Ognuno di loro riceverà un risarcimento di 10-20 mila euro. I naufraghi hanno poi lasciato a bordo tutto quello che avevano e questo fa della “Concordia” un deposito di ricchezze, molto appettibile dalla malavita specializzata in questo tipo di imprese. Intorno alla carcassa adagiata nel mare è stato disposto un servizio di vigilanza. Impossibile da risarcire è in ogni caso il danno d’immagine, non solo per la Costa, le cui prenotazioni saranno prevedibilmente in calo, ma anche per l’Italia: dai passeggeri in pericolo sono partiti in direzione di tutti i paesi del mondo centinaia di messaggi che denunciavano la disorganizzazone e il pressapochismo italiani. La tedesca “Bild” ne ha parlato diffusamente. Scendendo a terra un gruppo di americani infreddoliti e intabarrati in povere coperte ci ha gridato contro: «Terroristi».

Mercato Resta la domanda se queste crociere siano in definitiva sicure oppure no, se esista cioè un problema di sistema. Diciamo subito che per giudizio unanime, e non contraddetto da nessuno, le navi su cui si fanno le cosiddette vancanze di sogno sono modelli di tecnologia, avanzatissime anche dal punto di vista della sicurezza. E del resto al Giglio l’errore umano è conclamato. Dunque, pigliarsela col sistema equivale a criminalizzare il traffico automobilistico perché provoca ogni anno 6-7000 morti (quasi tutte vittime di errori umani). D’altra parte negli anni Settanta i crocieristi erano 400 mila e nel 2010 sono stati 18,8 milioni. Il settore, fino a ieri, era uno dei pochi in forte espansione e le imprese ne hanno favorito il business ingrandendo sempre di più le navi in modo da poter ospitare un numero sempre maggiore di passeggeri a cui praticare quindi prezzi sempre più forti. Oggi la Royal Caribbean, per esempio, offre 12 notti tra Grecia e Turchia per 481 euro. Il problema è che se succede qualcosa si ha a che fare con un popolo di almeno quattromila persone da mettere in salvo in poche ore. Un’impresa non alla portata di chiunque. A questo sarà bene dedicare da oggi più di una riflessione.


Parte normale
Debito Il nostro debito da 1900 miliardi di euro è adesso a tre passi dalla “spazzatura”: Standard & Poor’s ci fatto scendere di due gradini, portandoci al livello di BBB+ ed è la prima volta che non abbiamo più una A nel nostro rating (abbiamo avuto la tripla A fino al 1991). Il lettore sa che cosa significa: è possibile che i mercati abbiano già scontato questo giudizio, ma è certo che al mondo esistono fondi a cui è proibito detenere obbligazioni che non abbiano almeno una A nella loro pagella. Questi fondi, quindi, non solo non compreranno i nostri titoli, ma saranno obbligati a venderli. Unica consolazione: probabilmente lo hanno già fatto nelle scorse settimane.

Europa Il fatto è che Standard & Poor’s ha declassato, insieme con l’Italia, anche Cipro, Portogallo e Spagna (sempre due gradini) e poi ancora Austria, Malta, Slovacchia, Slovenia e soprattutto Francia (un gradino). Nell’analisi che ne hanno fatto gli europei si tratta perciò soprattutto di un attacco all’Europa, portato da quel pezzo di finanza americana che vive molto male la concorrenza dell’euro al dollaro. Per Sarkozy il declassamento francese è particolarmente imbarazzante: tra cento giorni ci sono le elezioni e la sua complice-rivale tedesca Angela Merkel mantiene senza problemi la tripla A. Con l’occasione si sono rinnovate le critiche a queste agenzie di rating, portatrici di interessi privati, pagate dagli stessi clienti che dovrebbero giudicare, gelose dei dati su cui basano i loro voti e che non mostrano a nessuno.

Italia Il declassamento avrebbe invece rafforzato il governo Monti, al quale nessuno oserà fare obiezioni – si pensa - in un momento in cui il mondo ci guarda ancora così tanto in cagnesco. Monti è uscito rafforzato anche dalle vicende Cosentino e referendum, due mine pericolose e fortunosamente spazzate via dal campo di battaglia.

Referendum Giovedì 12 gennaio la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili i due referendum con cui si voleva o abrogare del tutto o correggere profondamente l’attuale legge elettorale. I giudici hanno sentenziato che la cancellazione pura e semplice non era possibile, perché avrebbe creato un vuoto legislativo inammissibile. E neanche le correzioni si sarebbero potute accogliere, stavolta, perché avrebbero trasformato la consultazione da abrogativa in propositiva, cosa vietata dalla nostra normativa. Di Pietro ha tuonato contro la Consulta e contro Napolitano («una scelta politica per far piacere al Capo dello Stato e alla maggioranza inciucista che appoggia Monti»), venendo poi severamente redarguito dal Quirinale. In generale il voto, contemporaneo all’assoluzione di Cosentino (vedi sotto), ha generato una nuova sensazione di sfiducia, «questo paese non si può cambiare», «al momento giusto i soliti noti hanno sempre la meglio» eccetera, frasi che si potevano leggere su una quantità impressionante di luoghi internet. Il no ai referendum rafforza il governo: con la consultazione alle porte, i partiti sarebbero stati tentati di andare subito al voto – con questa legge – per rinviare i referendum all’anno prossimo.

Cosentino La faccenda di Cosentino sta così: l’onorevole, coordinatore regionale del Pdl in Campania, è sospettato da un pezzo di essere un terminale della camorra, pensiero rafforzato dal fatto che parecchi suoi parenti sono effettivamente camorristi patentati. I giudici di Napoli volevano arrestarlo e avevano chiesto l’autorizzazione alla Camera. La Lega, fino a qualche settimana fa d’accordo col Pdl nel difenderlo, ha riunito la sua direzione lunedì 9 gennaio, e qui Maroni ha chiesto ai suoi: «C’è o no fumus percutionis?». Sentendosi rispondere di no, Maroni ha indotto la direzione a votare per l’arresto. A questo punto sono cominciate le telefonate di Berlusconi, deciso a salvare Cosentino anche a costo (a suo dire) di far cadere il governo. Alla fine Bossi ha lasciato ai suoi libertà di coscienza e giovedì poi, votando in segreto, la Camera ha respinto l’ipotesi delle manette (309 a 298). I soliti calcoli hanno tuttavia mostrato che al voto dei pidiellini e di qualche leghista deve per forza essersi aggiunto quello di qualche democratico indotto al “no” o da spirito garantista o dalla pratica considerazione che spingere Berlusconi a far cadere Monti non sarebbe convenuto a nessuno.

Lega Il salvataggio di Cosentino, contrastante con l’esibito “sì” all’arresto di Maroni, ha scatenato i furori della base leghista e riaperto la guerra tra bossiani e maroniani. Si è arrivati al punto che Giancarlo Giorgetti, al termine di un’altra direzione, ha comunicato un ordine piuttosto inaudito di Bossi: a Maroni era vietato qualunque incontro con la base leghista. Maroni ha risposto: «Mi viene da vomitare» e intanto decine di circoli lo invitavano da loro. Mentre la “Padania” taceva, su parecchi siti maroniani si alludeva per la prima volta alle condizioni fisiche del Capo, prostrato al punto, secondo queste analisi impietose, da essere ormai totalmente plagiato dalla moglie (la successione, nelle intenzioni della famiglia e degli adepti del cosiddetto “cerchio magico” non spetterebbe a Maroni, ma al figlio Renzo, detto “Il Trota”). Bossi è poi tornato sui suoi passi, ha revocato il diktat e telefonato a Maroni, assurto intanto, grazie anche a un pronto invito da Fazio, a eroe della libertà.

Malinconico Proprio mentre la Camera salvava il presunto camorrista Cosentino, e si ricopriva così di altro pubblico disprezzo, il premier Mario Monti esigeva dal suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Malinconico, le dimissioni immediate dalla sua carica, guadagnandosi così nuova stima dall’opinione pubblica. Malinconico nel 2008 passò cinque giorni di vacanza all’hotel Pellicano di Porto Santo Stefano, mille e cinquecento euro a notte pagati dall’imprenditore Franco Maria Piscicelli, quello che alla notizia del terremoto d’Abruzzo s’era messo a ridere per la contentezza. Piscicelli, offrendo la vacanza a Malinconico (all’epoca sottosegretario di Prodi), faceva un favore a Diego Anemone, l’uomo che aveva pagato la casa al Colosseo di Scajola. Si tratta di gente indagata per gli appalti alla Maddalena in occasione del G8. Malinconico non è indagato e ha sempre sostenuto - piuttosto assurdamente – di non essere al corrente del regalo. Il capo del governo ha comunque ritenuto la faccenda impresentabile e gli ha intimato di dimettersi spontaneamente.

Suv Enorme sensazione ha destato la morte di Nicolò Savarino, 42 anni, vigile di quartiere in Milano, schiacciato alla Bovisa (via Varè) da un Bmw X5 il cui conducente, per non farsi controllare, ha preferito andargli addosso e trascinarlo per trecento metri dilaniandolo. L’uomo, che secondo testimoni aveva al suo fianco anche un passeggero, è stato poi identificato per Goico Jovanovic, 24 anni, e arrestato domenica scorsa a Kelebia, un villaggio al confine tra Ungheria e Serbia che si trova a 1162 chilometri di distanza da via Varè. Jovanovic è un serbo-bosniaco nato in Germania, specialista in truffe e dotato di molti nomi, fermato più di una volta in passato ma mai reso inoffensivo. Dovrebbe rientrare in Italia per essere processato la settimana prossima. I funerali di Savarino, per il quale s’è commossa tutta la citta, si svolgeranno in Duomo.

Fruttero È morto a 85 anni Carlo Fruttero, autore fra l’altro, con Franco Lucentini, del celebre La donna della domenica. Vedovo da quattro anni, lo scrittore viveva ormai appartato in Maremma. Franco Lucentini, che faceva con lui coppia fissa, s’era tolto la vita nell’estate del 2002 gettandosi dal quarto piano di casa sua a Torino.