Giornali vari, 9 gennaio 2012
Anno IX – Quattrocentoseiesima settimana Dal 2 al 9 gennaio 2012Delitto Roma, mercoledì 4 gennaio, ore dieci di sera
Anno IX – Quattrocentoseiesima settimana
Dal 2 al 9 gennaio 2012
Delitto Roma, mercoledì 4 gennaio, ore dieci di sera. Una coppia di cinesi esce dal New Sedrik Bar di via Antonio Tempesta e s’incammina verso casa. È un piccolo tragitto di appena cento metri, la palazzina in cui vive la famigliola è all’angolo con via Giovannoli, siamo nella periferia romana che si chiama Torpignattara, lui tiene in braccio la figlioletta di sei mesi, la serata è tranquilla, il clima mite. Stanno per aprire il portone, quando gli si parano davanti due tizi con il casco, vogliono la borsetta di lei, insultano e minacciano, lui si oppone, c’è una breve lotta e nel corso di questa lotta parte un colpo: il proiettile calibro 38 trafigge la testa della bambina e si infila nel cuore del padre. Muoiono tutti e due, praticamente all’istante. I banditi scappano, accorre gente, la moglie viene portata all’ospedale Figlie di San Camillo, non si è fatta niente, è sotto shock, ma racconta bugie. Nella borsetta non c’era niente, i due banditi sono italiani…
Storia È un delitto tremendo, che ci permette di guardare in un universo umano finora molto poco conosciuto. Il padre assassinato si chiamava Zeng Zhou e aveva 31 anni. La piccola Joy era nata appena sei mesi fa. La moglie è Lia Zeng, e per un paio di giorni non ha saputo che anche la sua bambina era morta. La storia è questa: il bar di via Tempesta, gestito dal padre di Lia, era uno dei tanti centri di raccolta dei denari che i cinesi risparmiano e spediscono segretamente in patria. Nella borsetta di Lia c’erano 16 mila euro. Nelle tasche del marito ne sono stati trovati 3.100. È praticamente certo che il giorno dopo i due avrebbero consegnato quella somma al money transfer di via Benedetto Bordoni, da dove potrebbe essere partita la soffiata che ha permesso ai due banditi di progettare l’agguato. La comunità cinese romana manda segretamente in patria almeno un milione di euro al giorno. I cinesi d’Italia trasferiscono in patria ogni anno un miliardo e settecento milioni. Sulle rive di questo fiume di denaro, tutto clandestino, stanno appostati, in attesa, parecchi corvi grassatori.
I banditi I due banditi sono stati ripresi da molte telecamere e identificati poi grazie alle tracce biologiche lasciate sulla borsetta, sullo scooter, sui caschi, su una maglietta nera. Tutti oggetti che i carabinieri, grazie alla complicità della malavita (c’è di mezzo un bambino morto) e al cellulare di Lia lasciato acceso nella borsetta, hanno ritrovato dopo poche ore. Gli assassini sono marocchini e il delitto di via Giovannoli ha fatto scoprire che proprio la malavita maghrebina taglieggia di preferenza la comunità cinese. Per esempio il 90 per cento delle rapine compiute nella zona di piazza Vittorio, dove i cinesi si sono insediati proprio a spese dei nordafricani, risultano compiuti da maghrebini. I cinesi non li denunciano mai e la reticenza di Lia è la conferma di una specie di patto d’onore che lega tra di loro persecutori e perseguitati, ai quali pare evidentemente di avere negli italiani e nei loro sistemi – le banche, la burocrazia, la polizia o i carabinieri – un nemico ben più temibile. Però due anni fa a Belleville (Parigi) ottomila e cinquecento cinesi, uomini e donne, scesero in piazza proprio contro i maghrebini, gridando che rubavano e davano fastidio alle loro donne. Martedì scorso s’è svolta a Roma una manifestazione analoga, con cinesi provenienti da tutta Europa. Le autorità di Pechino vigilano severamente sul comportamento degli italiani in questa vicenda, pronte a sollevare, come è già accaduto in passato, una questione diplomatica.
Cortina Il 30 dicembre ottanta ispettori della Finanza si sono presentati a Cortina e hanno controllato di persona 35 esercizi commerciali e 251 auto di grossa cilindrata. Risultati prevedibili eppure clamorosi: nei negozi, all’apparire dei funzionari, gli incassi sono improvvisamente lievitati del triplo o del quadruplo (confronti col giorno prima e con lo stesso giorno del 2010). Quanto ai proprietari di auto, tra le 133 intestate a persone fisiche ben 42 sono risultate di cittadini che sia nel 2009 che nel 2010 avevano dichiarato un reddito da 1.800 euro lordi al mese. Sedici invece appartenevano a contribuenti da 50 mila euro annui. Le altre 118 supercar erano nel patrimonio di società che, nel biennio in questione, in 19 casi avevano dichiarato bilanci in perdita e in altri 37 ricavi sotto i 50 mila euro. Il blitz ha suscitato l’indignazione del centro-destra, il quale ha parlato di «stato di polizia» e di danno irreparabile al turismo, «non si fa con queste operazione solo mediatiche la lotta all’evasione» eccetera. Enorme consenso, invece, in rete, dove l’evasore è generalmente vissuto come il peggiore dei traditori. Al culmine delle polemiche, è intervenuto lo stesso Mario Monti, primo responsabile dell’operazione nella sua veste di ministro dell’Economia e delle Finanze. L’assoluta solidarietà agli uomini del Fisco e la soddisfazione implicita per l’operazione Cortina sono state suggellate da questa dichiarazione politicamente assai forte: non è lo Stato che mette le mani nelle tasche degli italiani quando esegue i necessari controlli fiscali, sono invece proprio gli evasori a mettere le mani nelle tasche degli italiani quando non versano il dovuto. L’espressione «mettere le mani nelle tasche degli italiani», tante volte adoperata da Berlusconi per esaltare il proprio liberalismo, è stata vissuta dagli uomini del centro-destra come un insulto e un attacco alla loro parte e al suo leader.
Europa Monti sta facendo il giro d’Europa. È stato a Bruxelles il 5 gennaio, ha incontrato a Parigi Sarkozy e il premier francese Fillon, vede la Merkel questo mercoledì e parteciperà poi a un vertice con la medesima Merkel e di nuovo Sarkozy il 20 gennaio, in preparazione dell’Eurogruppo del 23 e del Consiglio europeo del 30. Lo scopo più immediato di questo attivismo è la modifica dell’articolo 4 del preliminare sottoscritto a Bruxelles lo scorso 9 dicembre, quello a cui non hanno voluto aderire gli inglesi. Questo articolo 4 prevede che i paesi con un debito superiore al 60% del Pil debbano rientrare a colpi del 5% l’anno, un ritmo che per noi significherebbe una manovra da 40 miliardi ogni dicembre. Monti è impegnato a far passare nella formulazione di questa regola i principi portati avanti a suo tempo da Tremonti: non può essere preso in considerazione solo il debito dello Stato, bisogna tener conto anche dei risparmi e dell’indebitamento delle famiglie, del sistema pensionistico ecc. La regola del 5% non può in ogni caso scattare prima del 2014. Più in generale, l’attivismo di Monti ha come obiettivo anche quello di incrinare un minimo l’asse Berlino-Parigi e di render noti anche al popolo tedesco gli enormi vantaggi che il mercato e la moneta unici hanno portato alla Germania: l’euro ha impedito alle economie che si rendevano competitive svalutando (come la nostra) di ricorrere ancora a questo trucco e ha quindi consentito all’industria germanica di svilupparsi senza più il fastidio della concorrenza da sud: nel decennio 1999-2008 la Germania ha esportato nell’area euro per 420 miliardi contro i 235 del decennio precedente, e quando l’eurozona è entrata in crisi s’è trovata abbastanza in forze per spostare i suoi flussi di merci verso Est, senza quasi risentire della crisi. È difficile che la Merkel si faccia mettere all’angolo da questi argomenti, è certo che Monti, dopo la manovra («il recupero del comportamento virtuoso» come ha detto domenica da Fabio Fazio), ha parecchi argomenti in più per non farsi dar ordini dal duo franco-tedesco.