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 2012  febbraio 15 Mercoledì calendario

L’INDAGATO SCHIACCIATO TRA PM E IL «POOL» DEI GIORNALISTI

Una sola notte di prigione, il 21 aprile 1992, trasformò otto imprenditori in terribili accusatori: ammisero centocinquanta miliardi pagati a vari politici e cominciò la delazione ambientale. Ammetterà Di Pietro: «Per l’imprenditore la convenienza è soprattutto imprenditoriale. Qual è il suo primo problema quando viene coinvolto? I giornali, la televisione, l’arresto, la confessione, tutto questo produrrà effetti a catena disastrosi per la mia impresa. Le banche mi ritireranno i fidi, i committenti non mi daranno più gli appalti, i lavoratori mi contesteranno, sarò costretto a chiudere».

MEZZI E MEZZUCCI

Il 23 aprile ecco un altro caposaldo: il fascicolo virtuale. Tutti i fatti di Tangentopoli sarebbero stati compresi in un solo procedimento con un solo gip, il finto mite Italo Ghitti. Al resto provvedevano altre tecniche. «L’avviso di garanzia è stato un bel passo indietro, perché noi pm abbiamo potuto agire indisturbati e in silenzio più di prima... La legge dice che il pm dovrebbe cercare anche gli elementi favorevoli all’indagato. Ma figuriamoci!». Dopo l’iscrizione di Tizio nel registro degli indagati, secondo il Nuovo Codice, un’inchiesta non doveva durare più di sei mesi: il Pool aggirare la normativa col modello 44, cui si ricorreva quando l’indagato era ignoto: i sei mesi non decorrevano. È il registro in cui inserirono Bettino Craxi. Altro stratagemma: archiviare direttamente a modello 45 (cui si ricorre quando si ritiene che non esista notizia di reato, come nel caso di denunce di pazzi con manie di persecuzione) oppure, sempre per indagare a tempo scaduto, comunicare al Procuratore generale l’intenzione di rinviare a giudizio. Il 27 aprile con Di Pietro apparve un nuovo pm: Gherardo Colombo, uno gentile, jeans stinti, Lacoste, scarpe da vela consumate, il vizio delle sigarette e delle dita nel naso. Di Pietro aveva richiesto che gli fosse associato Piercamillo Davigo, ma Borrelli all’inizio preferì Colombo anche per controllare meglio Di Pietro, che aveva la fama che aveva. Davigo sarebbe arrivato poi.

È LA STAMPA BELLEZZA

La stampa invece era già arrivata, anzi, la ressa si era fatta insopportabile e certi entusiasmi cominciarono a creare problemi. Il 27 aprile 1992 i carabinieri non poterono arrestare il socialista Matteo Carriera perché sotto casa sua c’era il Gabibbo. Quei parvenu della Fininvest esordivano coi loro telegiornali e dapprima vennero sospettati di intelligenza col nemico, ma gli steccati caddero subito, anzi, il problema divenne che di notizie ne davano sin troppe e rischiavano di bruciare tutti gli altri. Ogni tanto Paolo Brosio del Tg4 diffondeva il panico nei servizi della notte («Il gip ha appena firmato ventinove ordini di cattura») e ogni volta i cronisti della carta stampata venivano richiamati per verificare e ribattere. Una volta, in diretta, Brosio disse che avevano arrestato l’industriale Carlo Gavazzi – in realtà morto – e non suo figlio Riccardo. Un’altra volta intervistò l’ex sindaco Carlo Tognoli e lo chiamò per cinque volte Pillitteri.
L’informazione si strinse nel collo di bottiglia di pochi cronisti, quei quattro o cinque che avevano consolidato rapporti personali coi magistrati, ma poi si allargò a tutti gli altri. Nacque, per un delimitato ma decisivo periodo, una specie di Pool dei giornalisti: una redazione giudiziaria unificata con distribuzione equanime delle notizie e dei celebri verbali, spesso tradotti dal burocratese e semplificati in linguaggio corrente. Due gli obbiettivi: gestire la mole impressionante delle notizie e in secondo luogo proteggersi da eventuali censure distribuendo le notizie a tutti gli altri. Di fatto le informazioni si strinsero nel collo di bottiglia di pochi cronisti, e l’informazione si fece uniformata da giornale a giornale.

FANATISMI DI CARTA

L’entusiasmo e la giovane età, in qualche caso, giustificarono episodi al limite del fanatismo: per esempio la produzione della maglietta «anch’io seguo Mani pulite», o ancora il primo avviso di garanzia a Craxi appeso in sala stampa (dopo aver brindato a champagne, come accadde anche per l’arresto di Salvatore Ligresti) e più in generale una dedizione che portò alcuni ragazzi a sentirsi parte dell’inchiesta anziché strumento della medesima: «C’è un gruppo di cronisti che si comporta in maniera alterata, abbandonando il privato» disse il decano dell’Ansa. Le notizie uscivano da più direzioni, non soltanto dai magistrati: ma difficilmente uscivano se loro non volevano. Dirà Italo Ghitti, il gip storico di Mani pulite: «Ci fu un momento in cui ebbi la certezza che determinate notizie uscivano dagli uffici dei pm». Ci furono casi in cui le notizie furono depositate nelle edicole prima che nelle mani degli avvocati, o altri casi, particolari, come raccontato dal cassiere democristiano Severino Citaristi: «Consegnai gli elenchi anche a Di Pietro. Conoscendo le poco corrette abitudini di Milano, gli raccomandai di fare in modo che l’elenco non fosse reso pubblico. Me lo assicurò. Infatti, due giorni dopo, quotidiani e settimanali pubblicarono integralmente i tre elenchi.
Scrisse l’allora cronista del Manifesto: «I giornalisti hanno avuto i loro padrone: la magistratura. Molti giornali si sono messi sull’attenti, si sono scordati pezzi del Codice penale, pezzi importanti delle garanzie che la legge prevede per gli imputati. È stato rispettato più il Codice Di Pietro che non il nuovo Codice penale. C’è stata una specie di identificazione totale con l’ufficio del pm, tanto che alcuni periodici (L’Espresso e Panorama, nda) sono diventati i portavoce della Procura e i depositari dei verbali d’interrogatorio. I giornali si sono così abituati a singolari trattative sulla carcerazione preventiva o sulla consegna degli imputati, come se fosse una cosa normale».
Il ruolo della stampa era fisiologico all’inchiesta: questa la vera novità. Travestita da libera circolazione delle notizie, la pubblicazione di certi verbali piuttosto che altri si traduceva in un irresistibile effetto richiamo per decine di indagati che si ritrovavano nero su bianco sui giornali. Senza contare che un solo avviso di garanzia, o mezza notizia ben filtrata, erano in grado di squadernare ogni trattativa politica.

TONINO T’ADORO

Di Pietro, tra i cronisti, era oggettivamente adorato. L’uomo che anni prima avevano chiamato «Di Dietro», nel loro gergo, divenne «Zanzone», «Dio», «Diozanza», «Padrepio», «l’Onnipotente» e da un certo punto in poi «la Madonna». Un esempio dei rapporti che Di Pietro intratteneva coi giornalisti è ricavabile da un interrogatorio di Giancarlo Gorrini reso nel 1997 a Brescia: «Io e Di Pietro ci trovammo a uscire dal suo ufficio. Nel suo corridoio vi erano numerosi giornalisti e operatori delle varie tv che immediatamente accesero i faretti. Di Pietro, alzando e muovendo le braccia, disse di stare fermi in quanto la persona che era con lui non era un indagato bensì un suo amico». Gorrini in realtà era già inquisito per bancarotta fraudolenta e condannato per appropriazione indebita: ma a Di Pietro, coi giornalisti, bastava alzare un braccio.
La manovalanza dei cronisti doveva interfacciarsi coi desk delle rispettive redazioni, e circolavano leggende secondo le quali i direttori dei principali quotidiani si telefonavano per concordare spazi e titoli comuni. Piero Sansonetti, condirettore de l’Unità nel 1992-1993, ha raccontato che c’era del vero: «Nel biennio 1992-1993 la società politica era allo sbando e nacque un’alleanza di ferro tra quattro giornali: il Corriere, la Stampa, l’Unità e Repubblica. Il direttore de l’Unità era Veltroni, alla Stampa c’era Mauro, il caporedattore di Repubblica era Antonio Polito. Tra i quattro giornali si stabilì un vero e proprio patto di consultazione che li rendeva fortissimi: ci si sentiva due o tre volte al giorno, si concordavano le campagne, le notizie, i titoli. Il punto di riferimento di tutti era Paolo Mieli». Antonio Polito confermerà: «I partiti pesavano pochissimo, il governo era altrettanto debole, perse in pochi mesi una decina di ministri che si dimettevano subito, appena ricevuto l’avviso di garanzia, anche per via delle nostre campagne di stampa. abbiamo interpretato e indirizzato l’opinione pubblica».
L’unico giornale non propriamente sdraiato sulle procure era Il Giorno diretto da Paolo Liguori, dove scrivevano firme come Andrea Marcenaro, Carla Mosca e Napoleone Colajanni. Suo antagonista naturale era L’Indipendente, dove ai brindisi all’avviso di garanzia si accompagnavano talvolta veri e propri ammiccamenti alla violenza di piazza.

PELLEGRINAGGI

Ma c’era una seconda ragione per cui i cronisti chiamarono Di Pietro «la Madonna»: fu per via delle decine di avvocati che presero a pellegrinare in Procura in omaggio al citato effetto richiamo dei giornali. Partì da qui, sommessamente, una polemica volta a indicare anche una sostanziale abdicazione del ruolo dell’avvocato alla base del crescente successo di Mani pulite. Per tutta l’inchiesta, infatti, ruolo essenziale fu quello dei cosiddetti «avvocati accompagnatori», legali che spesso si limitavano ad assistere i loro clienti nel percorso che li portava fino alla stanza di Antonio Di Pietro: poi null’altro che un’ossequente confessione. Un cronista del Mattino, a proposito dell’appoggio dato ai clienti nel parlare e liberarsi, li ribattezzò «addetti al vomito». Scrisse invece un cronista del Manifesto: «Gli avvocati raramente rappresentano un contraddittorio coi magistrati, una fonte d’informazione alternativa... Il processo in pratica si celebra prima di andare in aula... Il ruolo dei legali il più delle volte si limita ad assistere inerti agli interrogatori o alle trattative per evitare ai loro clienti la galera».

Filippo Facci