Andrea Morigi, Libero 15/2/2012, 15 febbraio 2012
IL POSTO FISSO? AGLI STRANIERI
In Italia, i giovani occupati a tempo indeterminato sono romeni, albanesi, marocchini e moldavi. Sarà anche per via dei famosi mestieri che gli italiani non vogliono più fare, ma su 455 mila giovani stranieri occupati, i disoccupati si fermano sulla soglia dei 95 mila. I dati, elaborati dalla Fondazione Leone Moressa, indicano un tasso di occupazione giovanile straniero del 44,5%, di gran lunga superiore rispetto a quello dei giovani autoctoni (32,5%) e un tasso di disoccupazione del 17,2%, inferiore a quello dei coetanei italiani (20,4%). Ce lo si può spiegare insultando i nostri connazionali con l’epiteto di bamboccioni che vivono alle spalle dei genitori oppure, per dirla con Michel Martone, etichettandoli come sfigati che si laureano tardi.
In realtà, i dati indicano un’altra causa: lo sfruttamento della manodopera con retribuzioni minime. Non per discriminazione, ma per effetto della globalizzazione e della concorrenza di Paesi in cui il costo del lavoro è minore. Pur di avere il posto fisso e non incappare nell’esenzione dall’articolo 18, insomma, i giovani stranieri accettano impieghi capestro, si assoggettano a condizioni peggiori rispetto ai propri coetanei italiani, lavorano di più e sono pagati di meno. Sono disposti a lavorare in orari più disagiati (specie di sera), svolgono mansioni non adeguate al proprio titolo di studio (sono cioè sottoinquadrati), sono in prevalenza operai e, se anche sono colpiti dalla disoccupazione, poi riescono a trovare lavoro con maggior facilità.
È naturale, dato che sono disposti a prestarsi come bassa manovalanza. Ecco perché, su 100 stranieri occupati, appena 26 hanno un contratto di lavoro atipico (cioè a tempo determinato o di collaborazione), mentre per gli italiani la percentuale arriva appena al 33.
Per verificare l’idea diffusa di una prevalenza del lavoro nero fra gli immigrati, occorrerà probabilmente far ricorso a una statistica diversa, più complessa e incerta, che comprenda anche clandestini e irregolari. Fra coloro che dispongono di un permesso di soggiorno, invece, pare diffusa una certa garanzia occupazionale, se non proprio il rispetto integrale dello statuto dei lavoratori. E comunque, gli immigrati imparano in fretta quali sono i loro diritti e all’occasione sanno come farsi assistere dai sindacati, sempre bisognosi di nuovo proletariato. Per i lavoratori stranieri, il vantaggio consiste in contratti a tempo indeterminato più frequenti, dal momento che il 64% di essi dimostra di avere il posto fisso, oltre dieci punti in più rispetto agli italiani (53,3%).
Per ora, l’obiettivo prioritario consiste nella conquista del lavoro e nel versamento dei contributi previdenziali. Così gli stranieri in oltre l’80% dei casi ricoprono professioni da operaio (si tratta della metà per gli italiani) e guadagnano 939 euro netti al mese, 70 euro in meno dei coetanei italiani. Nella maggior parte dei casi (64,4%), infatti gli immigrati svolgono professioni di media specializzazione, e quasi il 30% ha incarichi non qualificati; inoltre gli stranieri mostrano un livello di istruzione più basso rispetto ai giovani italiani (il 48,3% di essi ha al massimo la licenza media). In qualche misura, è il segno di una difficile integrazione. Quando si affacceranno sul mondo del lavoro le seconde generazioni, che hanno iniziato un processo di scolarizzazione superiore, l’omogeneizzazione sarà completa.
Andrea Morigi