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 2012  febbraio 15 Mercoledì calendario

MEGLIO RASSEGNARSI AL FALLIMENTO DELLA GRECIA. SEI MOSSE PER GESTIRLO

Caro direttore,
Malgrado l’ennesimo rinvio «tecnico», è verosimile ipotizzare che nei prossimi giorni i ministri finanziari europei diano il loro assenso al nuovo piano di aiuti finanziari alla Grecia, scongiurando nell’immediato il pericolo di un suo default sovrano. Da più parti, tuttavia, è stato osservato che la ricetta di politica economica imposta dalla troika (Fmi, Ue, Bce) presenti probabilità bassissime di successo nel medio periodo. La Grecia non è un tipico paese Ocse fondato su un’economia aperta: con una quota di esportazioni ben inferiore al 10% del Pil, deprimere la domanda interna con misure fiscali draconiane produrrà il solo risultato certo di avvinghiare ancor più il Paese nella trappola del debito, seppur rinegoziato. Nelle ultime settimane si è assistito ad un mutamento significativo nel comportamento dei mercati finanziari: ha preso corpo un progressivo decoupling tra vicende greche ed andamento delle attività finanziare continentali. Credo si possa interpretare tale fenomeno con la rassegnata consapevolezza da parte degli investitori del fatto che la Grecia sia ormai un fallimento di cui dobbiamo assumerci per intero il costo e che la partita per il resto dell’Europa si giochi oggi sul piano delle grandi variabili macroeconomiche. Azzardo persino ipotizzare che un eventuale default greco sarebbe oggi talmente scontato da avere un impatto limitato sulle dinamiche dei mercati. Ciò di cui certamente non si avverte il bisogno è il riproporsi del problema greco tra 6-9 mesi, quando sarebbe conclamato che il taglio dei crediti privati, accordato in questi giorni, ha mantenuto comunque insostenibile la situazione debitoria del paese. Ritengo allora più lungimirante adottare sin d’ora un approccio rischioso ma che offra probabilità concrete di riequilibrio della Grecia. Il nuovo paradigma si baserebbe su tre mosse di «rottura»: 1) dichiarazione d’insolvenza da parte del governo ellenico e avvio di una procedura di rinegoziazione multilaterale di tutto il debito pubblico sulla linea del precedente argentino (ad esempio, prevedendo il rimborso al 15% di tutti i crediti, accompagnato dall’attribuzione di warrant a valere sulle privatizzazioni future); 2) annuncio dell’uscita della Grecia dalla moneta unica a far data dal 1 gennaio 2013, ma determinazione istantanea di un rapporto tra nuova dracma ed euro svalutato del 50% rispetto alla originale parità d’ingresso (misura pari alla perdita di competitività accumulata nell’ultimo decennio); 3) indicizzazione immediata di tutti i contratti pubblici e privati alla nuova dracma che inizierebbe subito ad essere negoziata sui mercati interbancari. Ho motivo di pensare che dopo uno shock iniziale — peraltro non peggiore di quello oggi in atto nelle strade di Atene — il sistema economico e sociale greco troverebbe un equilibrio più promettente rispetto all’utopia ipotizzata dalla troika. Come evitare a quel punto il rischio di reazioni a catena? A mio avviso con tre azioni ugualmente coraggiose: 1) una dichiarazione da parte della Bce che le aste triennali di rifinanziamento del sistema, oltre che illimitate nella quantità, avranno anche regolare cadenza trimestrale fino a inizio 2015; 2) concessione immediata da parte del Fondo europeo di stabilità finanziaria di un pacchetto decennale di aiuti al Portogallo fino a 200 miliardi di euro al 4%; 3) annuncio da parte del Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo di un progetto decennale di «Indipendenza Energetica Europea» al quale verranno convogliati in futuro tutti i fondi comunitari per lo sviluppo. «Più Europa per uscire dalla crisi» è lo slogan in voga presso tutte le Cancellerie continentali: per metterlo in pratica, occorre che il pragmatismo della ragione prevalga sull’utopia del desiderio.
Marco Mazzucchelli