Stefano Passigli. La Stampa 16/2/2012, 16 febbraio 2012
Il sistema politico italiano ha sempre conosciuto un alto livello di conflittualità interna ai partiti
Il sistema politico italiano ha sempre conosciuto un alto livello di conflittualità interna ai partiti. Nella prima repubblica ciò era dovuto al contesto internazionale che isolando il Pci impediva l’alternanza di governo, lasciando aperto solo un ricambio affidato al diverso peso delle correnti Dc all’ interno dei governi. Col passaggio al maggioritario attuato dal Mattarellum nel 1994 e dal Porcellum nel 2006 sarebbe stato logico attendersi una maggiore omogeneità delle opposte coalizioni. Al contrario, le tensioni interne agli schieramenti sono esplose e mai le divisioni sono apparse così nette come in questa legislatura, investendo sempre più anche i singoli partiti. Queste divisioni - in parte imputabili alla incapacità dei partiti di selezionare una classe politica che, anche se «nominata» e non scelta dai cittadini, sappia almeno non dare spunti all’antipolitica - dipendono in primo luogo dalle leggi elettorali maggioritarie della seconda repubblica. Infatti, sia col turno unico del Mattarellum (ove i collegi sono vinti o persi anche per un solo voto), sia con il premio di maggioranza del Porcellum (ove pochi voti possono dare a una minoranza la maggioranza assoluta dei seggi), i maggiori partiti sono obbligati a ricercare l’appoggio di qualsiasi piccolo gruppo o persino singolo notabile che assicuri i voti decisivi. Ne consegue che forze marginali anche estreme acquistano, come dimostra l’esperienza dei governi Prodi e Berlusconi, un fortissimo potere di ricatto, negando quella logica maggioritaria e bipolare che Mattarellum e Porcellum - i cui risultati sono del tutto identici e parimenti negativi volevano garantire. Le conseguenze di questo falso maggioritario sono state devastanti: una crescente frammentazione partitica; coalizioni troppo estese e disomogenee e perciò incapaci di governare; e soprattutto una profonda alterazione nell’ equilibrio tra poteri previsto dalla forma di governo parlamentare adottata dalla nostra Costituzione. Mentre nei sistemi presidenziali - si veda l’esempio degli Stati Uniti - sia il Legislativo che l’Esecutivo, eletti direttamente e in larga misura in tempi diversi, conservano la loro autonomia e garantiscono l’equilibrio tra poteri, le nostre errate leggi maggioritarie - e in particolare il Porcellum, con le sue liste bloccate e la personalizzazione della politica indotta dall’obbligo di indicare il candidato premier hanno privato il Parlamento di qualsiasi autonomo ruolo nei confronti del capo della maggioranza che, oltre a guidare il governo, ha nominato i parlamentari ed è arbitro della loro rielezione. Venuto meno ogni ruolo di indirizzo politico del Parlamento, dominato anche nella attività legislativa dalla prassi dei maxiemendamenti e dall’abuso dei voti di fiducia, era fisiologico che un contrappeso allo strapotere di un governo e di un leader resi ancor più egemoni dal premio di maggioranza venisse dal progressivo sorgere di una conflittualità interna alle coalizioni di governo, e soprattutto dal sempre più marcato ruolo della Presidenza della Repubblica. Tale maggior ruolo non deve sorprendere: esso non solo non ha mai travalicato le prerogative costituzionali del Capo dello Stato - i cui poteri la Costituzione, che non prevede poteri eccezionali, ha opportunamente mantenuto ampi - ma al di là della diversa personalità dei singoli Presidenti è stato una costante a partire dal settennato di Cossiga, dalla crisi cioè della Prima Repubblica. Ne è conferma proprio il ruolo della Presidenza nella soluzione delle crisi di governo: nella Prima Repubblica la presenza di un partito dominante e di un forte sistema partitico faceva sì che la composizione della crisi avvenisse in seno alla Dc, limitando il Quirinale ad un ruolo notarile. Il bipolarismo spurio della Seconda Repubblica ha invece ridotto drasticamente gli spazi di mediazione affidati al sistema partitico dando al Presidente un effettivo ruolo di arbitro delle crisi. Nessuna «sospensione della democrazia», dunque, nella accorta gestione della crisi che ha portato al governo Monti, e nessun travalicare le prerogative presidenziali. Solo un più pervasivo ruolo della Presidenza, suscettibile di protrarsi almeno sino al momento in cui una nuova legge elettorale ristori un più corretto equilibrio tra Parlamento e governo, i partiti nel compito che la Costituzione affida loro, e i cittadini nel loro insostituibile ruolo di arbitri ultimi della selezione della classe politica. Varare una legge che risponda a questi obiettivi è l’ultima chance che si apre ai partiti, ed è l’esame d’appello a cui li atten de la società civile.