Cesare Peruzzi, Il Sole 24 Ore 15/2/2012, 15 febbraio 2012
LA FONDAZIONE CEDERÀ IL 15% DI MPS - È
ufficiale: la Fondazione Monte dei Paschi si prepara a vendere «a controparti strategiche» fino al 15% di Banca Mps. Lo ha deciso la deputazione amministratrice (il cda) dell’ente senese presieduto da Gabriello Mancini, che ieri ha autorizzato il piano di ribilanciamento della posizione finanziaria (negativa per circa un miliardo), da presentare oggi alle banche creditrici come previsto dagli accordi di standstill (una moratoria fino a metà marzo) siglati a dicembre.
La possibilità di ricorrere a un nuovo finanziamento da 900 milioni, in fase di contrattazione con Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit, finalizzato a chiudere il vecchio debito prendendo almeno 18 mesi di tempo per rientrare definitivamente, è un nodo ancora da sciogliere. Mancini e il direttore generale della Fondazione, Claudio Pieri, affiancati dagli advisor Mediobanca e Rothschild, hanno avuto il via libera per definire l’operazione, vendendo tutte le partecipazioni in portafoglio, compreso l1,1% dell’istituto di Piazzetta Cuccia (per un importo complessivo stimato di oltre 200 milioni) venduto nei giorni scorsi e, appunto, fino al 15% di Banca Mps, quota che consentirebbe alla Fondazione di mantenere il 33,5% delle azioni con il conseguente diritto di veto in assemblea straordinaria.
A chi finirà quel pacchetto di Montepaschi che ha un valore di mercato tra 500 e 700 milioni? Il fondo d’investimento Equinox, guidato dall’ex presidente del Banco di Sicilia, Salvatore Mancuso, ieri ha espresso la disponibilità a valutare l’acquisto di una quota del 12 per cento. E almeno altri tre o quattro fondi esteri hanno già rilevato sul mercato piccole partecipazioni, in coincidenza con il progressivo ridimensionamento della posizione di Francesco Gaetano Caltagirone (passato dal 4,7 all’1%).
Il riassetto azionario del Montepaschi, dunque, si avvicina e il vecchio tabù della maggioranza assoluta, del 50,1% dei diritti di voto in assemblea, sta per andare definitivamente in soffitta. Un passaggio inevitabile, che la Fondazione avrebbe potuto affrontare agevolmente nel 2008, senza la pistola dei creditori alla tempia.
Quando il gruppo di Rocca Salimbeni decise di rilevare per 9 miliardi il controllo di Antonveneta, a fine 2007, l’obiettivo indicato con chiarezza dal presidente della banca, Giuseppe Mussari, e condiviso dalla Fondazione e dalle istituzioni locali, era quello di fare il salto dimensionale (da 2 a 3mila sportelli) diventando in un colpo solo il terzo polo bancario nazionale, dopo UniCredit e Intesa Sanpaolo.
In quel momento, Fondazione e istituzioni locali commisero un errore fatale: dettero il via libera al progetto di Mussari ma, anzichè diluire il controllo sulla banca (circa 60% del capitale complessivo), vollero di mantenere inalterata la presa, sottoscrivendo pro quota l’aumento di capitale da 5 miliardi del 2008, l’emissione del prestito ibrido Fresh da un miliardo nello stesso anno e, infine, il secondo aumento di capitale da 2,1 miliardi dello scorso luglio. Una scelta suicida.
La Fondazione, che nel 2007 aveva un patrimonio di circa 6 miliardi, in meno di quattro anni ha messo 4,5 miliardi nel Montepaschi, dove ormai concentra quasi il 90% della propria ricchezza e, pur limando la partecipazione a poco più del 48% (ma con il 50,1% dei diritti di voto per effetto della conversione progressiva dei prestiti Fresh), praticamente si è giocata tutto nella scommessa di mantenere il controllo sul gruppo di Rocca Salimbeni che nel frattempo ha dovuto seguire le logiche del mercato, sia come politica di bilancio (taglio dei dividendi nonostante le previsioni dei piani industriali), sia per quanto riguarda le esigenze di patrimonializzazione.
In Borsa, poi, il titolo Mps è scivolato dai 5 euro del 2007, quando fu concepito l’acquisto di Antonveneta, agli 0,19 centesimi di metà gennaio scorso, punto più basso dal quale è poi iniziata la risalita, fino agli 0,30 euro di ieri (-1,9%). Il capitombolo, che ha riguardato buona parte del listino e l’intero fronte bancario, si è tradotto in un bagno di sangue per gli azionisti. E la Fondazione, essendosi indebitata per più di un miliardo (490 milioni con Credit Suisse e Mediobanca per il Fresh 2008; 600 milioni con 11 banche guidate da Jp Morgan per l’ultimo aumento di capitale), e avendo messo i titoli Mps a copertura dei finanziamenti, si è trovata nelle condizioni di offrire nuove garanzie oppure consegnare ai creditori le azioni (e dunque il controllo del Montepaschi).
La moratoria concordata prima di Natale è l’ultimo atto che precede la cronaca di queste ore. La fine della storia sarà scritta nelle prossime settimane e non dipenderà solo dal «ribilanciamento della posizione finanziaria» della Fondazione, ma anche dall’esito del dossier Eba (3,2 miliardi di rafforzamento patrimoniale richiest0), al quale sta lavorando il direttore generale di Banca Mps, Fabrizio Viola. Un passaggio decisivo per evitare di dover ricorrere nuovamente al mercato.