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 2012  febbraio 14 Martedì calendario

Ha ragioni da vendere, noi italiani dobbiamo cambiare – Caro, Carissimo Leader! Nella sua grande generosità, pensando in grande come nemmeno la Buonanima ma come soltanto il buon vecchio Mascellone aveva osato ai suoi tempi, Nonno Mario ha detto ai giornalisti americani, che lo hanno intervistato nel corso del suo viaggio a Washington, che intende «cambiare il modo di vivere degl’italiani», il vostro e il mio

Ha ragioni da vendere, noi italiani dobbiamo cambiare – Caro, Carissimo Leader! Nella sua grande generosità, pensando in grande come nemmeno la Buonanima ma come soltanto il buon vecchio Mascellone aveva osato ai suoi tempi, Nonno Mario ha detto ai giornalisti americani, che lo hanno intervistato nel corso del suo viaggio a Washington, che intende «cambiare il modo di vivere degl’italiani», il vostro e il mio. * * * Non gli piace come viviamo. Dategli torto. Manchiamo di disciplina, non mangiamo salsicce ma spaghetti, parliamo italiano anziché tedesco, abbiamo la mafia invece delle SS o della STASI e i loden, per strada, persino nelle vie eleganti intorno alla Scala, si contano sulle dita d’una mano. * * * Per far contenti gli americani, avrà anche detto che d’ora in avanti gl’italiani consumeranno, di riffa o di raffa, con le buone ma se necessario con le cattive, più burro d’arachidi e pop corn. E al diavolo quel mandolinaro di Giuseppe Verdi. D’ora in poi solo George Gershwin e il ragtime di Scott Joplin! * * * «Una lezione sembra non di meno abbastanza chiara: la vicenda del modo in cui Mussolini fu accolto negli Stati Uniti d’America rappresenta un paradigma di come rendere un dittatore democraticamente rispettabile. Forse il duce ha sempre saputo ciò che James Fenimore Cooper “imparò a temere”, cioè che “il vero teatro d’un demagogo è la democrazia”» (John P. Diggins, L’America, Mussolini e il fascismo, Laterza 1972). * * * Non si capisce perché, dopo aver coperto i partiti di soldi dei contribuenti, si contesti il modo in cui i capipartito li sperperano. Volantini e striscioni sì, casette in Canadà no. Perché? Bene spenderli in sordida e inquinante propaganda politica, male andarci in vacanza alle Maldive prima del golpe dei bagnini, o peggio ancora puntarli tutti sul rosso al casinò. Chi l’ha detto? Se c’è qualche busillis etico, io non lo vedo. Perché dilapidare il denaro dei contribuenti in orribili imprese sia meglio che scialacquarlo in donnine e champagne è forse il più grande e imperscrutabile dei misteri italiani. * * * Torna a profilarsi sullo skyline della repubblica l’ombra di un’altra buonanima: coso, sì, come si chiama_ il presidente della camera, o meglio il cognato di suo cognato. Coso è di nuovo vittima, dicono i futuristi, passatisti come sono in fatto di vocabolario, d’una mendace e codarda «campagna di fango»: i suoi fidi tesorieri paroliberi avrebbero fatto sparire 26 milioni di euro dalla casse d’Alleanza nazionale. Un altro partito decisamente morto e sepolto, come la Margherita, dalle cui casse sono scomparsi, però, soltanto 13 milioni di euro. Ripeto: 13 e 26. Se il prossimo partito beccato ad autoderubarsi dovesse aver scialato 39 milioni di euro, un altro inquietante multiplo di 13, e quello dopo ne spendesse e spandesse 42 in auto sportive e pied-à-terre monegaschi, mi convertirò alla numerologia come Shirley McLaine. O all’agopuntura e alla «digitopressione» come l’onorevole Domenico Scilipoti. * * * S’allunga, dicevamo, l’elenco delle buonanime: dopo il Cavaliere e il presidente della camera, entrambi usciti di scena e subito dimenticati, adesso è la volta del Manifesto, già «quotidiano comunista», ultima raffica del sessantotto, trapassato perché non ha lettori, perché la pubblicità è pochina e perchè, con l’aria tecnica e bocconiana che tira, le casse dello stato hanno il braccino corto e non finanziano più la buona stampa. «Delitto politico», accusano le grandi firme del giornale. Che possono ancora ammettere che un paese si lesini il lusso di mandare i lavoratori in pensione a cinquantasette anni, oppure che rinunci al piacere d’alimentare nuove clientele erigendo sempre nuove cattedrali nel deserto, ma che allibiscono quando i contribuenti rinunciano all’onore di pagare i conti d’un giornale che non leggono, che non parla come loro mangiano e che per questo detestano. Una testata, detta da viva, che per più di quarant’anni è stata sempre «dalla parte del torto», come recitava un suo vecchio slogan pubblicitario, e che ora vorrebbe soltanto la sua parte di torta. * * * «L’espressione “La Belle Époque” fu usata in Francia per indicare l’inizio del XX secolo, in particolare gli anni che precedettero lo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914. Paragonata a quel che accadde dopo quella data, l’epoca fu belle. Altrimenti avrebbe difficilmente meritato questo nome» (Czesaw Miosz, Trattato poetico, Adelphi 1912). * * * Che cosa resterà, alla fine, dell’immagine di Steve Jobs? Speriamo il suo gabinetto delle meraviglie tecnologiche: il Macintosh, l’iPod, iTunes, l’iPad. Ma c’è il rischio che rimanga invece il ricordo del suo cattivo carattere e delle sue meschinerie. Se non addirittura il giudizio riservato dell’Fbi, quando il primo George Bush, alla fine degli anni ottanta, avrebbe voluto nominare il fondatore di Apple suo consigliere tecnologico: «Jobs è drogato e disonesto».