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 2012  febbraio 14 Martedì calendario

Il mio Milan "Meno follie e tante emozioni ecco come vedo il calcio del futuro" – Barbara Berlusconi, adesso che il mercato è finito, dica la verità: è stata lei a bloccare la cessione del suo fidanzato Pato al Psg? «Mi sono tenuta volontariamente fuori dalla vicenda

Il mio Milan "Meno follie e tante emozioni ecco come vedo il calcio del futuro" – Barbara Berlusconi, adesso che il mercato è finito, dica la verità: è stata lei a bloccare la cessione del suo fidanzato Pato al Psg? «Mi sono tenuta volontariamente fuori dalla vicenda. Le decisioni di mio padre e di Adriano Galliani sono state motivate da valutazioni tecn i c h e e d e c o n o m i che. Trovo s m i n u e n t e verso i vertici del club ipotizzare che una scelta s t r a t e g i c a così importante sia stata condizionata da interessi privati». Avrà messo in conto il gossip: la figlia del padrone sta col giovane campione, non le crea imbarazzo? «Non è certo semplice. Questa situazione si presta a strumentalizzazioni ed è spesso utilizzata per alimentare false credenze, che creano tensioni immotivate. Ma non è per me motivo d’imbarazzo. A volte nella vita le c o s e b e l l e , quanto impreviste, accadono. E bisogna saperlo accettare». In Italia il calcio è roba da uomini: perché lei e non i suoi fratelli Piersilvio o Luigi? «Perché sono da sempre una tifosa appassionata. E perché non sopporto la scelta comoda, che protegge ma non dà emozioni. Delle emozioni non potrei mai fare a meno: mi permettono di progettare e di proiettarmi nella vita con obiettivi forti. E nel calcio, oltre alla testa, bisogna metterci il cuore». E i presunti contrasti con sua sorella Marina sull’opportunità di vendere il club? «In questo percorso i miei fratelli mi stanno sostenendo e Marina in particolare. Lei sa che, per una donna,è doppiamente difficile». Inventati anche i contrasti con Galliani? «Gallianiè vicepresidentee amministratore delegato. Sono ventisei anni che lavora al Milane io ho il grande privilegio di poterlo affiancare. Inoltre abbiamo età, competenze, prospettive e ruoli così diversi che mi risulta davvero impossibile pensare a uno scontro». Ma la famiglia Berlusconi, dopo 25 anni di successi, ha ancora voglia di investire nel calcio? «Come famiglia, abbiamo investito tantissimo. E chi pensa ancora che il Milan sia un giocattolo di lusso non comprende come il calcio sia cambiato e come si sia sviluppato. Questo sport è diventato anche business, non più sola passione sportiva. Se questo cambiamento di prospettiva non dovesse avvenire, indipendentemente dai capitali a disposizione, si rischierebbe forse di non essere all’altezza delle nuove sfide». Il ritorno di suo padre sarebbe davvero così importante per il Milan? «Il suo ritorno da presidente sarebbe importante per dare un nuovo slancio alla società e alla squadra». Il calcio è anche un costo importante: la sfida del fair-play finanziario vi spaventa? «Obbliga a una gestione totalmente diversa. Le proprietà avranno forti limiti alla possibilità di ripianare le perdite. E non perché non lo vorranno, ma perché questo provvedimento non lo consentirà più. Il Milan, in ogni caso, come anche altre realtà italiane, è chiamato a vincere la "sfida della modernità". Deve strutturarsi per competere sui mercati internazionali, attrarre nuovi partner commerciali, guardare ai paesi emergenti, far crescere la notorietà del brand, rinnovare le strutture, gestire il marchio a 360 gradi. Soprattutto, diversificare i ricavi. Tutti gli sforzi e le energie non potranno più esaurirsi nella mera fase sportiva». Come? «Con ancora più programmazione e una visione di medio-lungo periodo. Sono necessarie anche strategie di ampio respiro, che prescindano dalla mentalità del Sunday to Sunday Business». Anche al Milan? «Il Milan ha certamente lavorato molto in questi anni. Oggi la sfida è ancora più difficile: non è più solo con Manchester, Real, Bayern. Ora anche da noi le società di calcio, in particolare Juve e Roma, dimostrano di non temere il futuro. Con coraggio e qualche idea nuova. La Juve ha passato anni difficili. Ma a volte i sacrifici sono indispensabili per ritornare a grandi livelli». Il metro del successo di un club è il risultato del campo. «In parte è anche vero. Per questo alla fine degli anni Novanta molti club hanno investito tutti gli introiti dei diritti televisivi negli ingaggi e non per rinnovare le strutture e creare valore. Ma così nulla è rimasto per gli impianti e per lo sviluppo». Con quali conseguenze? «Si è sottovalutata la concorrenza europea che, stagione dopo stagione, ha guadagnato quote di mercato, sottraendo ai nostri club importanti porzioni di ricavi. Nel 2000 3 delle prime 5 società d’Europa per fatturato erano italiane. Oggi il primo club del nostro paese, il Milan, è solo settimo. Ne deriva che il modello del calcio futuro è inevitabilmente un mix di successi sportivi e capacità di ottenere risultati commerciali, finanziari e manageriali. E i risultati migliori sul campo vanno proprio a chi è stato capace di dotarsi di una struttura e di efficienti strategie commerciali». Quindi il calcio italiano, qualunque trofeo possa vincere, è in crisi? «Nient’affatto. Il nostro modo di vivere il calcio e di operare ci ha fatto forse crescere meno degli altri. Nel 2000 il fatturato della serie A era di un miliardo di euro, oggi è di 1,5. Quello inglese nel 2000 era sempre di un miliardo, ma nel 2010 era di 2,5. In Spagna si è passati in 10 anni da 0,5 a 1,5 miliardi. Però il calcio italiano è ancora in grado di muovere soldi e interessi. I nostri club sono brand straordinari, grazie a un campionato equilibrato e di alto livello, dove le ultime possono mettere in difficoltà le prime». Ma il fair-play finanziario è giusto o no? «Inutile ormai dire se sia giusto o sbagliato. L’obiettivo è che i club programmino le loro attività rimanendo nei limiti dei propri introiti, con una gestione responsabile». C’è qualcosa che non la convince di questo provvedimento? «Forse sembra troppo orientato sul controllo del conto economico, anziché sul controllo dei flussi di cassa, cosa che ritengo, nella fattispecie, più importante. Ma questo sport ha vissuto per troppi anni al di fuori delle più elementari regole economiche e di bilancio. Nessuna azienda può prescindere sempre e comunque dai propri conti. Anche il calcio dovrà adeguarsi». Dobbiamo preoccuparci? «Direi attrezzarci. Ma sbaglia chi pensa che solo l’Italia rischi. Il calcio inglese, pur bello e spettacolare, deve fare i conti con circa 3,8 miliardi di debiti e una gestione finanziaria gravemente in difficoltà. Anche la Spagna è in una situazione di forte indebitamento. Invece altrove, ad esempio in Germania, con stadi di proprietà e ricche sponsorizzazioni, senza fare follie hanno creato un sistema virtuoso, un esempio da imitare. Conti in ordine, stadi pieni, sviluppo delle attività commerciali e tanti giovani in campo. Il calcio nonè un business solo per chi guadagna milioni di euro, ma anche per i tanti posti di lavoro che crea». Un’industria. «Ha un giro d’affari che genera, nel nostro paese, un indotto di circa8 miliardi di euro. Ma soprattutto produce, per lo Stato, introiti per 1,3 miliardi. Per questo, e per il valore sociale nei confronti di 40 milioni di appassionati, non si può far finta che sia un intrattenimento come un altro». Come immagina l’industria Milan? «Ancor più simile a una moderna "entertainment company", al centro di un sistema di relazioni vincenti con pubblico e sponsor. L’obiettivo è di riuscire a mantenere una squadra di livello tecnico eccellente e una struttura di costo efficiente. Vogliamo continuare a emozionare, ma per fare questo è necessario forse avere il coraggio di scelte impegnative, per una gestione ancor più redditizia». Ultima cosa. Lei è appassionata di teatro e di arte: il calcio italiano attuale, però, non è il massimo del comfort e della raffinatezza. «Le racconto un aneddoto. Da bambina andavo al circo con mia madre.A poco a poco ho cominciato a trovarlo uno spettacolo ripetitivo, basato su e m o z i o n i forti ma poco condivisibili, in un a m b i e n t e poco accogliente. Divenuta madre, non ho avuto il desiderio di portarci i miei figli. Poi sono stata a uno spettacolo del Cirque du Soleil. Sono tornata spesso e, appena ci sarà l’occasione, porterò la mia famiglia». Quindi? «Quindi, se penso all’intrattenimento che il calcio può offrire, vorrei che riuscisse a sparigliare in questo modo, a diventare sempre più emozionante: non tanto per la partita quanto per il contorno e tutto l’insieme, dagli stadi fino al fascino del marchio delle squadre, il cosiddetto brand,e al modo di vivere l’incontro, che deve sempre riuscire a trasmettere "adrenalina positiva"». Non è esagerato fare paragoni tra due cose tanto diverse? «No, anzi. Pensi che il nuovo responsabile marketing dell’Arsenal è l’ex direttore marketing del Cirque du Soleil...».