A.Gen e C.S., Il Messaggero 15/02/2012, 15 febbraio 2012
OLIMPIADI: TUTTI I NUMERI DIETRO AL GRAN RIFIUTO
Costi, sostenibilità, credibilità. Da queste tre parole Mario Monti è partito nell’analisi del progetto di Roma 2020, per poi arrivare al no. L’appeal del sogno olimpico non è entrato nei dossier di un premier tecnico spedito a palazzo Chigi per mettere al sicuro il bilancio dello Stato e sventare l’assalto della speculazione finanziaria. L’intera analisi compiuta da Monti anche in Consiglio dei ministri è stata strettamente legata a un concetto: firmare la lettera di garanzie per il Comitato olimpico internazionale avrebbe spinto il governo a un impegno finanziario «pressoché illimitato». E ciò avrebbe esposto, secondo il premier, l’Italia a nuovi rischi. Motivo: la Comunità internazionale, i mercati finanziari, avrebbe potuto interpretare la candidatura olimpica «come un prematuro rilassamento della politica di consolidamento dei conti pubblici». Costi, sostenibilità, credibilità, appunto.
I costi. Il piano elaborato dalla Commissione di compatibilità economica guidata dal professore dell’università Cattolica Marco Fortis aveva analizzato nel dettaglio i costi per i Giochi del 2020. La spesa complessiva per le Olimpiadi era pari a 9,8 miliardi di euro, compresi 1,6 miliardi per l’ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino. L’organizzazione dell’evento sportivo era stimata in 2,5 miliardi - tutti coperti da risorse private e da ricavi - mentre per la realizzazione e l’adeguamento degli impianti sarebbero serviti 1,4 miliardi, la stessa cifra necessaria per la costruzione dei due Villaggi, atleti e media, e dei due centri stampa. La spesa pubblica da garantire, secondo lo studio del professor Fortis, era di 4,7 miliardi diventati 4,3 dopo il reperimento di 400 milioni da privati per il completamento della Città dello sport di Tor Vergata. Monti, che ha giudicato «valido» il lavoro di Fortis, è però andato a vedere ciò che è accaduto nelle precedenti edizioni delle Olimpiadi. E ha messo a fuoco che a volte i Giochi cominciano sulle ali dell’entusiasmo e con un costo, poi però il bilancio finale è spesso molto più alto. Il gigantismo olimpico ha portato Atene (nel 2004) a spendere il doppio rispetto alla previsione iniziale, passando da 4,5 miliardi a poco meno di 9 (8,954) e il governo ha dovuto investire 4,6 miliardi contro i 2,5 previsti. Pochi gli introiti: 600 milioni da sponsor, 1 miliardo dai diritti tivù. A spaventare Monti è stato anche un altro dato: Atene prevedeva di spendere per l’operatività 500 milioni, ha invece chiuso con 2 miliardi. Passata ai raggi X anche l’esperienza di Pechino 2008: i cinesi volevano mostrarsi al mondo in maniera faraonica e per le infrastrutture tra il 2001 e il 2008 hanno speso 40 miliardi di dollari. Per l’organizzazione la Cina prevedeva di stanziare 1,6 miliardi di dollari, alla fine il conto è lievitato a 30. Pochi soldi dagli sponsor: 800 milioni di euro e 1,5 miliardi per i diritti tivù. Ma è stata Londra 2012 a dare il colpo di grazia, agli occhi di Monti, alla candidatura di Roma 2020: le Olimpiadi che si svolgeranno la prossima estate nella capitale inglese dovevano costare - secondo il progetto iniziale - 2,3 miliardi di sterline. A conti fatti il «prezzo» sarà dieci volte superiore: 24 miliardi. Gli incassi? Tre miliardi di dollari dalla cessione dei diritti televisivi e 850 milioni dagli sponsor.
Sostenibilità. Dall’analisi compiuta sull’imprevedibilità dei costi, Monti è arrivato a ritenere che l’impegno per l’Italia non sarebbe stato sostenibile. Per il premier era forte il rischio che i 4,7 miliardi preventivati come garanzia dello Stato finissero per essere moltiplicati all’infinito. Situazione che un Paese ad alto debito, con un «doloroso e rigoroso» piano di rientro per i prossimi vent’anni, «non era in grado di sostenere». Ma c’è di più. C’è che il premier ha temuto, e ne ha parlato con i suoi ministri, le ritorsioni dei maggiori partner europei. Berlino infatti sostiene la candidatura di Istanbul e Parigi quella di Tokyo. E secondo Monti, al di là degli aspetti squisitamente economici, non è questo il momento di irritare Germania e Francia: «Siamo ancora in una fase di estrema debolezza, abbiamo ancora bisogno della collaborazione e della solidarietà europea».
Credibilità. Un sostantivo che nel prendere la decisione, Monti ha accompagnato con le parole «sobrietà» e «coerenza». A Palazzo Chigi assicurano che è stato questo l’aspetto che più ha allarmato il premier, preoccupato di far giungere oltre confine l’idea, «la percezione», che Roma è tornata la cicala di sempre. Con la Grecia che ancora è sull’orlo del fallimento e con lo spread con i titoli tedeschi che fatica a scendere, Monti ha voluto scongiurare il rischio che montassero «improvvisi dubbi sui nostri propositi di risanamento finanziario, magari alimentati dai concorrenti di Roma alla sfida olimpica». In più, durante la riunione del governo, il premier ha messo in evidenza che «garanzia in bianco» richiesta dal Comitato olimpico internazionale avrebbe imposto di immobilizzare almeno due miliardi di euro. Denaro che sarebbe stato sottratto alle già esigue risorse disponibili per rilanciare la crescita, a cominciare dalle infrastrutture.