Massimo Gaggi, Corriere della Sera 14/02/2012, 14 febbraio 2012
SE TWITTER INGUAIA GLI ESPERTI DI COMUNICAZIONE —
Giornalisti e «columnist» (ultimo il caso di Roland Martin alla Cnn) sospesi per aver fatto commenti «inappropriati» o politicamente scorretti che hanno provato l’ira del pubblico. Un grande imprenditore come Rupert Murdoch che, senza volerlo, demolisce un tentativo già assai problematico di difendere dai giganti di Internet il «copyright» di editori e «majors» dello spettacolo sparando una raffica di «messaggini» nei quali accusa Obama di essersi venduto alla Silicon Valley, Google di essere a capo della pirateria e il braccio destro del presidente, David Axelrod di aver sbagliato i suoi calcoli, alleandosi coi corsari.
Lo stesso Axelrod che poi, insieme al capo della comunicazione della Casa Bianca Daniel Pfeiffer, con un paio di «tweet» elogiativi di uno «spot» televisivo della Chrysler digitati, senza troppo riflettere, durante il Super Bowl, spinge i repubblicani a scatenare una polemica altrimenti gratuita: l’incolpevole Clint Eastwood, un conservatore «doc», trattato da reggicoda di Obama per aver rivendicato orgogliosamente il riscatto industriale di un pezzo d’America.
I casi in cui un uso maldestro di Twitter da parte di personalità della politica, dell’economia e dell’informazione prova guai imprevisti si vanno moltiplicando con la diffusione dello strumento. Ma di pasticci ne provocano parecchi anche le persone comuni. Dal turista che paga col rifiuto dell’ingresso negli Usa qualche macabra spiritosaggine o una parola violenta presa troppo alla lettera dal funzionario dell’«immigration», a un’opportunità d’impiego che sfuma dopo che il possibile datore di lavoro ha letto i messaggini del candidato.
Certo, che gli strumenti digitali dell’era di Internet comportino la loro dose di rischi oltre a offrire nuove opportunità, lo sapevamo da tempo. Chi non ha letto di gente inguaiata da un’email o di carriere mai iniziate per via delle foto giovanili incautamente messe su Facebook? Ma con Twitter siamo a un salto di qualità: le caratteristiche salienti dello strumento — immediatezza e brevità — sono anche i fattori che moltiplicano i rischi ai quali si espone chi comunica. Per farsi notare, con un messaggio di 140 battute, bisogna essere taglienti. E quando si «twitta» d’impulso, magari seduti in poltrona, con l’iPhone in una mano e una birra nell’altra, è facile fare qualche autogol. Vale soprattutto per gli «opinion leader», dai quali ci si attende autorevolezza e meditazione, anche quando usano uno strumento più informale e per i grandi imprenditori, le cui sortite, fino a ieri, erano filtrate da squadre di addetti alla comunicazione.
Nel mondo dell’informazione, poi, ora sta cominciando a succedere anche qualcosa di diverso. Twitter è uno strumento in più anche per fare giornalismo: integra l’informazione dei siti «online», promuove firme che poi andremo a leggere sulla carta stampata o seguiremo in tv. Ma scriveva ieri sul New York Times l’esperto di media digitali David Carr, qualcuno comincia ad avere il sospetto che per gli editori la cosa non sia così vantaggiosa: che Twitter, anziché un traino sia un canale capace di soddisfare da solo il bisogno informativo di un lettore, senza veri benefici per le testate. Così la Bbc ha chiesto informalmente ai suoi reporter di dare le notizie alla rete prima di diffonderle su Twitter, mentre in un’email interna la redazione inglese di Sky News è stata invitata a non riprendere nei suoi «tweet» storie di altre testate, a meno che non riguardino l’argomento che si sta seguendo.
Massimo Gaggi