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 2012  febbraio 14 Martedì calendario

4 articoli – I GIOCHI, SUCCESSI E FALLIMENTI - Due edizioni «sì» e due «no». Ovvero, come presentare entrambe le facce di una stessa medaglia, quella dei Giochi olimpici

4 articoli – I GIOCHI, SUCCESSI E FALLIMENTI - Due edizioni «sì» e due «no». Ovvero, come presentare entrambe le facce di una stessa medaglia, quella dei Giochi olimpici. Davanti al sommo giudice di Olimpia, un arbitro supremo e impalpabile, si può ottenere successo su vari fronti oppure incappare in un’avventura che, svaporata l’atmosfera dei giorni a cinque cerchi, rischia di avere un prezzo elevato da pagare. Lo sanno bene, ad esempio, i cittadini di Montreal, che solo pochi anni fa hanno terminato di saldare i conti per la loro emozionante avventura del 1976. Diciamo che questo confronto manicheo tra bianco e nero è, in fondo, un gioco: ci sono di mezzo epoche differenti (anche di molto), scenari sociali e politici non omogenei, scelte imprenditoriali specifiche. Insomma, ogni storia olimpica è a sé stante e si intuisce quanto sia delicata la decisione che il premier Mario Monti dovrà adottare su Roma 2020. Abbiamo indicato alla voce Giochi «sì» Los Angeles 1984 e Barcellona 1992. L’edizione californiana fu dimezzata a causa del boicottaggio del blocco dell’Est e i costi furono così inferiori al normale; ma LA fu comunque un punto di svolta, nel senso che fu gestita dai privati e produsse degli utili, evento mai più verificatosi. Barcellona, invece, consegnò al mondo una Spagna post-franchista rampante e ambiziosa. Tra i Giochi «no», proponiamo Atlanta 1996 e Atene 2004. Con dei distinguo. Atlanta, voluta dalla Coca Cola, fu un disastro sul piano organizzativo, ma non generò perdite. Atene, invece, sul fronte sportivo scrisse pagine indimenticabili. Ma il piccolo Paese, condannato soprattutto a sostenere spese assurde per la security, entrò pian piano in crisi. Forse anche le disgrazie attuali nascono da quel sogno meravigliosamente folle. 1984 LOS ANGELES – L’IMPIEGO TOTALE DI CAPITALI PRIVATI E UN’OTTIMA GESTIONE - Per strana ma felice coincidenza, Peter Ueberroth è nato nel giorno in cui morì Pierre de Coubertin: 2 settembre 1937. Ma mentre tutti noi (o quasi) sappiamo chi è de Coubertin («L’essentiel, ce n’est pas d’avoir vaincu, mais de s’être bien battu»), pochi saprebbero dire chi è Peter Ueberroth. Eppure è proprio lui, più del barone che le reinventò nel 1894, l’uomo che rivitalizzò l’Olimpiade dopo il bagno economico di Montreal 1976, quando nessuno al mondo voleva più organizzare i Giochi. Bene: proprio Ueberroth, oggi splendido e riverito 74enne, mise in piedi a Los Angeles 1984 l’edizione che ancor oggi viene considerata la migliore sul piano economico e finanziario. Lo fu per due motivi: 1) l’intervento totale di capitali privati. 2) l’utilizzo degli impianti sportivi esistenti (soltanto lo stadio del nuoto e il velodromo furono costruiti ex novo). È pur vero che l’Olimpiade losangelina fu dimezzata dal boicottaggio dei Paesi dell’Est, ma è altrettanto vero che l’annuncio dell’Urss arrivò l’8 maggio del 1984, quando comunque la macchina organizzativa americana aveva già modellato un’Olimpiade universale. Risultati sportivi a parte (l’Italia conquistò 14 medaglie d’oro), l’edizione XXIII marciò con la precisione di un cronometro, ottenendo un risultato economico (utile di 250 milioni di dollari) mai raggiunto nelle successive edizioni olimpiche. Los Angeles 1984 come paradigma di buona gestione, dunque, ma anche spartiacque storico dell’Olimpiade. L’anno dopo, infatti, il Cio avviò quel mirabolante programma di marketing che gli consentì di diventare «gestore del proprio futuro», come disse il presidente Juan Antonio Samaranch. In soldoni: un’impresa in grado di gestire i Giochi controllandone le entrate (e le uscite) di bilancio. Ma Samaranch fece di più: pur felice dell’esperienza di Los Angeles, mise la «creatura olimpica» al riparo dalle turbolenze economiche, imponendo alle città organizzatrici di produrre, a garanzia degli investimenti, anche un avallo politico. Nasce in quel momento il coinvolgimento degli Stati, la pretesa che essi si mettano a disposizione dell’Olimpiade fornendo sostegno, denaro e infrastrutture, in una parola il «paracadute» con il quale farsi meno male in caso di atterraggio complicato. Se poi a uscire con le ossa rotte è un governo, o un Paese, la circostanza al Cio interessa poco o niente. Il caso Grecia è il conto pagato 27 anni dopo quella svolta. Claudio Colombo 1994 BARCELLONA – NUOVA E RICCA DI FASCINO PROIETTO’ IL PAESE VERSO ALTRI ORIZZONTI - Nell’immaginario collettivo, Barcellona 1992 ancora oggi è ricordata come un’edizione esemplare dei Giochi olimpici. E come la conferma che il vecchio fuoco sacro di Olimpia, se messo nelle condizioni di ardere bene, può trasformare in meglio il volto delle città che lo accolgono. Quale fu l’aspetto più appariscente? Di sicuro le grandi opere previste per la manifestazione, anche se non tutte furono pronte per il via e alcune di esse furono completate anni e anni dopo. Però il capoluogo catalano, famoso per le ramblas ma anche per intasamenti biblici del traffico, risanò aree depresse, si dotò di tangenziali, del primo aggiornamento dell’aeroporto, di un nuovo porto, di splendidi camminatoi lungo il mare. E per trasferire i tifosi fino alla cittadella olimpica sulla collina del Montjuich, ecco un ingegnoso sistema di scale mobili che partivano dalla zona della Fiera e di Plaza de España. Dopo gli scontri e il clima cupo di Seul, la rassegna regina dello sport recuperò fascino e si scoprì molto attraente. Il muro di Berlino era già caduto, tutto il blocco comunista e dell’Est stava vivendo anni di assestamento e transizione: non c’era più l’Urss, ma, con l’esclusione delle tre nazioni baltiche, già andate per i fatti propri, si era formata la Comunità degli Stati Indipendenti, tentativo di trovare ancora un denominatore per Paesi destinati a proseguire per le rispettive strade; pure la Jugoslavia s’era spaccata, c’erano Croazia e Slovenia e il blocco restante (Serbia, Montenegro, Macedonia, Bosnia-Erzegovina) aveva assunto la dizione di Partecipanti olimpici indipendenti. Ma il bello di Barcellona ’92 è che la politica, dopo tanti, troppi anni di contaminazione, non fu invasiva. Si preferì il glamour, dispensato in vari modi: dall’ultimo tedoforo, un arciere paraplegico, che accese il tripode scagliando una freccia infuocata; al boom di partecipazioni (9.094 atleti, 172 Paesi); alle note dell’inno Barcelona, composto da Freddy Mercury e cantato dai suoi compagni dei Queen assieme alla soprano Montserrat Caballé, tenendo in playback voce e immagini del leader, scomparso l’anno prima; alle prodezze dell’unico, vero e certificato Dream Team Usa di basket, indiscussa stella di quei Giochi. Il mondo tornò a respirare sport a pieni polmoni (magari senza scordarsi del doping...), la Spagna, affrancatasi da appena 17 anni dal franchismo, si proiettò verso nuovi orizzonti grazie a un noto e conclamato franchista: Juan Antonio Samaranch senior, il numero 1 del Cio. Colui che a tutti i costi volle che pure la sua Barcellona diventasse una succursale di Olimpia. Flavio Vanetti 1996 ATLANTA – ALLA BASE IL RISPARMIO. VIENE RICORDATA COME UN VERO INCUBO - William Porter «Billy» Payne non è passato alla storia come il nume tutelare sulla via americana ai Giochi, Peter Ueberroth. Innanzitutto fu considerato un usurpatore perché, per l’Olimpiade del Centenario, tutti si aspettavano il ritorno in Grecia, nella culla dell’olimpismo, e invece finirono nella città della Coca Cola, la potente bevanda ufficiale a cinque cerchi. Atlanta viene ancora ricordata da tutta la «famiglia olimpica» come un incubo. Payne e il comitato organizzatore si mossero sulla falsariga del modello finanziario di Los Angeles 1984. Ma dodici anni di storia avevano cambiato il mondo. A Los Angeles si era ancora nella Guerra fredda e lo sport ne subiva i diktat, ad Atlanta gli atleti erano il doppio con un esercito di dirigenti, giornalisti, appassionati, turisti al seguito. Da un punto di vista economico fu un’Olimpiade virtuosa, il contrario di Montreal 1976 che ha finito di pagare i debiti a Pechino 2008. Fu un’Olimpiade costruita sul risparmio e sugli sponsor. Alla fine ebbe un ricavo di 10 milioni di dollari. Il simbolo del contenimento dei costi fu lo stadio olimpico: terminati i Giochi, venne smontato, praticamente tagliato in due. La metà rimasta viene utilizzata per il baseball, l’altra metà venne venduta come materiale da costruzione e gli avanzi addirittura come souvenir. Gli investimenti migliorarono la città delle noccioline e degli alberi di pesco: di Peach Street ce n’erano a dozzine, con somma gioia di chi doveva guidare e regolarmente si perdeva. Gli abitanti di Atlanta sono rimasti soddisfatti. Infatti i miglioramenti giovarono a loro, non all’Olimpiade. Differenza sottile, ma importante. Parcheggi, impianti, freeways, trasporti seguirono questa strategia. Nulla venne fatto per migliorare la vita di chi transitava per Atlanta in quei 20 giorni. Non c’era uno svincolo per lo stadio Olimpico, la piscina non aveva infrastrutture ma maleodoranti gabinetti chimici. I trasporti erano drammatici, più di un atleta, che si era preparato quattro anni per conquistare una medaglia, non arrivò in tempo alle gare. Vennero investiti 500 milioni di dollari nella sicurezza, ma questo non impedì un attentato al Centennial Olympic Park che causò una vittima e 111 feriti. Alla fine fu chiaro a tutti, e soprattutto a Juan Antonio Samaranch che «d’ora in poi governi e città devono mettersi in gioco per sostenere i Giochi e non solo se stessi». Il presidente del Cio, alla cerimonia di chiusura definì i Giochi «eccezionali», ma non usò la formula che aveva riservato a Barcellona e che avrebbe ripreso a Sydney: «La migliore Olimpiade di sempre». No, proprio non poteva dirlo. Roberto Perrone 2004 ATENE – CITTA’ TRASFORMATA MA PAGA ANCORA QUEI COSTI MOSTRUOSI - Il colpo d’occhio fu entusiasmante. Sotto la solenne sagoma del Partenone, nume tutelare della XXVIII Olimpiade che all’Italia consegnerà con l’oro di Stefano Baldini nella maratona la sua indelebile immagine-icona, quasi un set cinematografico: strade scorrevolissime (si temevano ingorghi quotidiani), ordine pubblico impeccabile (si paventavano tumulti: dopo aver stretto la cinghia per entrare nella moneta unica, i costi della mostruosa macchina olimpica approvati dalle autorità elleniche non erano stati digeriti docilmente da tutti), una città linda e vivibile. Atene in una forma da medaglia. E infatti fu una bella edizione: ma a quali costi? Per ospitare la seconda edizione dei Giochi della (sua) storia moderna, la Grecia non badò a spese. 8,9 miliardi di euro, il 3,9% dell’intero reddito nazionale. Gestazione difficile, ritardi, sforamento dei parametri di Maastricht, il rischio concreto che la Commissione europea avviasse una procedura d’infrazione per punire la disinvoltura finanziaria degli eredi (assai meno saggi) di Socrate. Il sorriso smagliante con cui Atene rispediva al mittente critiche e minacce mentre i costi sforavano ogni previsione, l’aeroporto internazionale (1 miliardo di euro) cambiava faccia, il porto sul canale di Corinto veniva rimesso a nuovo (700 milioni), due autostrade nascevano dal nulla e lo stadio di calcio Kairaskaki veniva raso al suolo e ricostruito, era quello di Gianna Angelopoulos, la donna che dopo una folgorante carriera politica era stata messa dal primo ministro Papandreou a capo del Comitato organizzatore di Atene 2004. Gianna, con quel sorriso, coprì qualsiasi magagna, inclusi i pesantissimi investimenti per garantire la sicurezza: Atene fu la prima Olimpiade estiva dell’era post 11 settembre, il mondo era stato stravolto dall’attacco alle Torri Gemelle e aveva bisogno di certezze, che 45 mila uomini (una cifra quattro volte superiore a Sydney 2000) e 1,23 miliardi di euro servirono a garantire. L’effetto Giochi sull’economia greca? Enorme. Incremento medio del Pil dello 0,3% dal 1997, anno di assegnazione dell’Olimpiade, fino ai cinque anni successivi. Turismo rilanciato, città trasformata. Qualcuno, però, sta ancora pagando quei conti e qualche osservatore considera il trionfalismo della Angelopoulos l’onda lunga dei gravi disordini, e del buco finanziario, odierni. Erano Giochi nati per sollevare il popolo greco dal senso di frustrazione dopo lo scippo dell’Olimpiade 1996 (che i dollari della Coca Cola assicurarono ad Atlanta). I Giochi sono finiti da otto anni, la Grecia è sul baratro del fallimento: la frustrazione è rimasta. Gaia Piccardi