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 2012  febbraio 12 Domenica calendario

L’ALTRO BONAPARTE

La rivoluzione francese non fu soltanto un grande evento politico, destinato a trasformare la storia degli Stati europei, delle loro istituzioni e dei loro rapporti. Fu anche un terremoto economico e sociale. La scomparsa di interi ceti — la nobiltà, i proprietari terrieri, l’apparato amministrativo dell’Ancien Régime — creò nella società un vuoto che molti si affrettarono a riempire. Apparvero così sulla scena migliaia di nuovi arrivati che potevano essere contemporaneamente idealisti, politicamente fanatici, ambiziosi, opportunisti, spregiudicati, avidi, corrotti, pronti a costruire rapide fortune con il potere di cui si erano impadroniti.
Nella storia di questa colossale scalata sociale i Buonaparte hanno diritto a un intero capitolo. Negli anni che precedettero la rivoluzione erano soltanto una gens della piccola nobiltà corsa, più italiani che francesi, alleati di Pasquale Paoli, il paladino dell’indipendenza dell’isola, ma soprattutto ambiziosi e decisi ad agire insieme per promuovere la fortuna e gli interessi del clan. Dopo la morte del padre Carlo, la moglie Letizia amministrò la famiglia come una sorta di sodalizio in cui la fortuna di un socio doveva sempre giovare a quella degli altri. E quando il più bravo e promettente dei ragazzi, Napoleone, cominciò a distinguersi, la madre, i fratelli e le sorelle formarono subito, con lui alla testa, una cordata familiare.
Da allora non vi fu tappa della sua vita in cui Napoleone, nelle sue diverse incarnazioni (colonnello a Tolone, generale in Italia e in Egitto, primo console e imperatore a Parigi), non distribuisse alla famiglia cariche pubbliche, palazzi, rendite, titoli nobiliari. Quando salì sul trono e si proclamò imperatore, la piccola gens corsa fu promossa al rango di dinastia ed ebbe diritto a troni reali, principati, ducati e granducati. Il palazzo delle Tuileries divenne una sorta di agenzia matrimoniale in cui venivano programmati i reali connubi e i necessari divorzi che avrebbero favorito l’ascesa sociale dell’intero nucleo familiare. Come ogni nuovo sovrano e come ogni conquistatore, Napoleone aveva un evidente interesse ad assicurare il controllo dei Paesi occupati e a garantire la propria discendenza. Ma nel modo in cui amministrava la famiglia vi erano i costumi patriarcali e tribali dell’isola in cui era nato. Era corso e tale rimase sino alla fine dei suoi giorni.

Come in tutte le famiglie numerose anche in quella dei Buonaparte, tuttavia, vi era il ragazzo spaiato, troppo intelligente e testardo per piegarsi alla volontà del fratello maggiore. Era Luciano, il terzogenito, nato sei anni dopo Napoleone. Su questo «fratello ribelle» avevamo sinora un eccellente saggio storico di Antonello Pietromarchi (Luciano Bonaparte principe romano), pubblicato da Città Armoniosa nel 1981 e in nuova versione da Mondadori nel 1994. Abbiamo ora anche una biografia scritta per Bompiani da Marcello Simonetta e Noga Arikha (Il fratello ribelle di Napoleone). Le principali fonti dei due libri sono, con altre memorie, quelle di Luciano, scritte e pubblicate negli ultimi anni della sua vita. Ma il testo consultato da Simonetta e Arikha negli archivi francesi del Quai d’Orsay, comprende lunghi passaggi interessanti, troppo confidenziali e compromettenti per essere dati alle stampe.
Quando la famiglia era ancora nel campo di Pasquale Paoli, Luciano fu per qualche mese il giovanissimo segretario dell’uomo che Jean-Jacques Rousseau aveva additato all’ammirazione dell’Europa. Viveva con Paoli in una casa isolata, tra foreste di castagni e gregge di pecore, dove si leggevano i classici e la stampa europea, si declamavano i versi del Tasso, si sognava l’indipendenza dell’isola. Ma non appena la gens dei Buonaparte decise che la Corsica le andava troppo stretta e che l’arena più adatta alle sue ambizioni era ormai la Francia, Luciano obbedì e abbandonò Paoli. Poche settimane dopo i Bonaparte, come si fecero chiamare da allora, erano in Francia, accampati in alloggi di fortuna tra Marsiglia e Tolone, ma tutti pronti a scattare verso il potere. Luciano ottenne un posto nell’amministrazione della cittadina di St. Maximin (che battezzò Maratona) e divenne capo del comitato rivoluzionario. Quando prendeva la parola nelle assemblee, citava i classici, predicava l’eguaglianza, infiammava gli animi dei suoi ascoltatori con toni giacobini, ma era molto più accorto e moderato di quanto apparisse dalle sue parole. Aveva doti letterarie e istrioniche che gli tornarono utili a Parigi dove, grazie all’aiuto di Napoleone, divenne membro dei Cinquecento (l’assemblea parlamentare creata dopo l’avvento del Direttorio) e persino, qualche mese dopo, suo presidente. Aveva 24 anni quando il 18 brumaio dell’anno VIII° (9 novembre 1799) fu il principale regista del colpo di Stato che avrebbe instaurato il Consolato e fatto di Napoleone il primo console. Venne premiato con il ministero dell’Interno, ma dovette spartire le sue competenze con il perfido Fouché, ministro della Polizia e, soprattutto, suscitò la diffidenza di Napoleone. Era troppo indocile, troppo orgoglioso, troppo liberale, troppo desideroso di tenere testa al fratello maggiore. Secondo la duchessa di Abrantès era «alto, di forma bizzarra, con braccia e gambe come quelle di un ragno e una testa piccola che, con la sua alta statura, l’avrebbe reso diverso dai suoi fratelli se la sua fisionomia non l’avesse attestato essere dello stesso stampo».

Per allontanarlo da Parigi fu nominato ambasciatore a Madrid dove ebbe l’incarico di provocare una guerra della Spagna contro il Portogallo, ma preferì, dopo una breve spedizione militare, un saggio compromesso per cui fu, a quanto pare, pagato dai portoghesi in denaro e diamanti. La rottura con Napoleone ebbe luogo quando mandò all’aria le strategie matrimoniali del fratello maggiore sposando una giovane vedova, Alexandrine de Bleschamp, bella e intelligente, da cui ebbe dieci figli.
Vi furono tentativi di riconciliazione, ma niente. Neppure la corona imperiale sulla testa del fratello, lo persuase ad accettare le regole della famiglia. Cominciò allora un lungo e dorato esilio romano negli Stati pontifici, dove il giovane giacobino, grazie alla protezione di Pio VII, divenne un principe romano, signore del feudo principesco di Canino. Viveva con la famiglia in una grande villa, arricchiva la sua grande collezione di opere d’arte, promuoveva scavi archeologici, studiava le stelle, organizzava spettacoli teatrali di cui era regista e attore, scriveva tragedie e poemi, fra cui un’opera su Carlo Magno che dedicò al papa. Napoleone gli offrì ducati e principati, promise altrettanto ai suoi figli e minacciò punizioni imperiali, ma non riuscì mai a separarlo da Alexandrine. Vi fu una riconciliazione dopo la fuga dell’Elba quando Luciano obbedì al richiamò del clan, corse a Parigi e fu collaboratore fedele dell’uomo con cui aveva litigato per due decenni. Ma il sodalizio fraterno durò, come sappiamo, soltanto cento giorni. Negli anni seguenti e fino alla morte, nel 1840, Luciano continuò ad essere archeologo, astronomo, collezionista, drammaturgo e poeta. Non sedette sui troni che Napoleone gli aveva offerto, ma lasciò al mondo dopo la sua morte il ricordo di un uomo indipendente e il primo museo etrusco della storia.
Sergio Romano