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 2012  febbraio 12 Domenica calendario

SPECCHI. LE 5 PAGINE MEMORABILI DELLA STORIA DELLA LETTERATURA

«Specchio, specchio delle mie brame...» invoca la Regina vanitosa dei fratelli Grimm, prima di ricevere la rispostaccia e cacciare Biancaneve dal palazzo. Jorge Luis Borges li trovava abominevoli, al pari della copula, perché moltiplicano il numero degli uomini. Però ne subiva il fascino, assieme a quello dei labirinti e dei sentieri che si biforcano. Fascino speculativo, da scrittore interessato più ai libri che alla vita, capace di costruire un racconto in cui il Don Chisciotte viene riscritto identico, parola per parola, per opera di uno specchio umano che si chiama Pierre Menard. Tra tutti, scegliamo come guida Jean Cocteau, che sosteneva: «Gli specchi dovrebbero riflettere un momento prima di riflettere le immagini».
Wilde, Il compleanno dell’Infanta
La principessina viziata compie gli anni «solo una volta ogni 365 giorni, come i bambini della povera gente». Viene organizzata una grande festa. Corrida, prestigiatori africani, zingari con scimmie e orsi, il Nano appena catturato nella foresta: «Un mostriciattolo talmente straordinario che non era mai stato veduto nemmeno alla corte di Spagna, famosa per il suo raffinato gusto dell’orrido». Al nano ballerino, l’Infanta sedicenne lancia una rosa bianca. Lui si innamora all’istante e cerca la sua bella a palazzo, avanzando tra velluti e tappeti moreschi. Lo ferma uno specchio.
«In piedi, sotto l’ombra dello stipite, una piccola figura lo stava osservando. Era un mostro, il mostro più grottesco che egli avesse mai veduto. Non già formato come tutti gli altri esseri umani, ma gobbo, contraffatto nelle membra, con un’enorme testa ciondoloni e una selva di capelli neri. Il piccolo Nano aggrottò la fronte e il mostro fece altrettanto. Rise e quello rise con lui. Gli fece un inchino per beffa e quello ricambiò l’inchino. (...) Allora la verità balenò dentro di lui ed egli lanciò un grido forsennato di disperazione e si abbatté singhiozzante al suolo». Quando le dicono che il Nano è morto di crepacuore, l’Infanta dà istruzioni per i prossimi regali di compleanno: «In avvenire fate in modo che quelli che vengono a giocare con me non abbiano cuore».
Carroll, Attraverso lo specchio
e quel che Alice vi trovò
L’Alice del reverendo Dodgson, in arte Lewis Carroll, non teme gli specchi. Li usa come giocattoli, molto più interessanti del libro «senza figure né dialoghi» sbirciato in mano alla sorella, causa prima del viaggio nel Paese delle Meraviglie. Saranno poi i critici (e qualche matematico) a spaccarsi la testa per produrre note, spiegazioni, interpretazioni. Tutto inizia con le minacce al gatto, che messo davanti allo specchio non vuol saperne di imitare la Regina Rossa issandosi sulle zampe posteriori. «Se non fai subito il bravo, ti metto nello specchio. Cosa ne diresti? E adesso, se vuoi stare attento, micino, e non chiacchierare troppo, ti dirò tutte le mie idee sulla Casa dello Specchio. Prima di tutto c’è la stanza che si vede attraverso lo specchio... proprio uguale al nostro salotto, solo che le cose son messe alla rovescia. (...) I libri sono uguali ai nostri, ma hanno le parole stampate alla rovescia. Questo lo so perché una volta ho tenuto uno dei nostri libri davanti allo specchio, e nell’altra stanza hanno fatto lo stesso. Credi che ti piacerebbe stare nella Casa dello Specchio, micino? Chi sa se ti darebbero il latte anche là. Forse il latte della Casa dello Specchio non è buono da bere...».
Basta e avanza perché una ragazzina curiosa abbia voglia di passare dall’altra parte: «Oh, micino come sarebbe bello se potessimo entrare nella Casa dello Specchio! Sono sicura che ci sono tante belle cose là dentro! Facciamo finta che il vetro sia morbido come un velo e che lo si possa attraversare. Ma guarda, adesso sta diventando come una specie di nebbia! Dev’essere facilissimo entrarci...».
Bontempelli, La scacchiera davanti allo specchio
Di là dallo specchio, Alice incontra pezzi degli scacchi che camminano, inciampano, tirano calci attirandosi rimbrotti («Capricci regali belli e buoni!» borbotta il Re Bianco alla Regina Bianca, a proposito della figlioletta Lilli). Vede una scacchiera anche il ragazzino di dieci anni rinchiuso per punizione in una stanza con un grande specchio, nel racconto di Massimo Bontempelli. Logico, lo specchio riflette la scacchiera che si trova sul tavolino. Ma un altro Re Bianco con il dono della parola spiega che c’è parecchio altro.
«Tutti gli specchi del mondo son fatti così — riprese dopo un po’ di silenzio, vedendo la mia maraviglia —: a ogni specchio corrisponde uno spazio infinito, come questo: e vi si vengono a rifugiare e conservare le immagini di tutti, uomini, donne, bambini, che ci si sono guardati dentro. Quando uno si guarda allo specchio e poi se ne va, crede che tutto sia finito. Niente affatto. Lui se ne va per i fatti suoi e non ci pensa più; ma nello spazio invisibile corrispondente a quello specchio rimane la sua immagine. E mentre lui, nel mondo, un giorno o l’altro muore e il suo corpo, fino al giorno del Giudizio Universale, scompare, invece nello spazio dietro lo specchio la sua immagine dura, credo, eternamente».
Gogol’, Il naso
Amiamo Gogol’ sopra ogni altro scrittore russo. A pari merito con Cechov. Dostoevskij segue con distacco e prima che arrivino gli insulti ricordiamo che siamo in buona compagnia con Vladimir Nabokov (basta leggere le sue Lezioni di letteratura russa). Lo amiamo per Le anime morte, per Cicikov che alla locanda declina «una grattatina ai calcagni» («Il mio povero marito, se non gli si faceva così non c’era verso che prendesse sonno» sostiene la padrona) e si arrotola sotto la coperta «a mo’ di croccantino». E per questo specchio che certifica la sparizione di un naso.
«L’assessore di collegio Kovalèv si svegliò abbastanza presto e con le labbra fece "Brr...", cosa che faceva sempre quando si destava, sebbene nemmeno lui sapesse spiegare perché. Kovalèv si stirò, ordinò di dargli un piccolo specchio che stava sul tavolo. Voleva guardare un foruncoletto che la sera prima gli era spuntato sul naso; ma, con suo sommo stupore, vide che al posto del naso aveva uno spazio perfettamente liscio! Spaventatosi, Kovalèv ordinò di portargli dell’acqua e si fregò gli occhi con l’asciugamano: proprio così, niente naso! Cominciò a tastare con la mano per vedere se non stesse ancora dormendo. No, a quanto pareva, non dormiva. L’assessore di collegio Kovalèv saltò giù dal letto, si diede uno scrollone: niente naso!... Ordinò subito di portargli i vestiti e volò direttamente dal capo della polizia».
Bulgakov, Il maestro e Margherita
Nel romanzo di Robert Stevenson il dottor Jekyll sbircia allo specchio — ma solo per un attimo, è troppo orribile — la sua trasformazione in Mr Hyde. Il Dracula di Bram Stoker negli specchi non appare. Va meglio alla Margherita immaginata da Bulgakov, che davanti allo specchio traffica con una scatoletta avuta dal diabolico Azazello. «L’aprì e vide che c’era un grasso unguento giallo. Le parve che odorasse di palude. Con la punta del dito Margherita se ne mise un poco sul palmo e più acuto giunse l’odore d’erbe di palude e di bosco. Col palmo cominciò a spalmarsi la crema sulla fronte e sulle guance. La crema si spalmava con facilità e Margherita ebbe l’impressione che evaporasse immediatamente. Dopo qualche frizione, Margherita si guardò allo specchio e lasciò cadere la scatoletta che andò a finire proprio sull’orologio incrinandone il vetro. Chiuse gli occhi, poi si guardò un’altra volta e scoppiò in una folle risata. Le sopracciglia sottili depilate con la pinza si erano fatte più folte e formavano due archi neri regolari sugli occhi d’un verde più intenso. La sottile ruga verticale alla radice del naso, formatasi dopo che era scomparso il Maestro, non c’era più. Erano sparite anche le ombre giallognole dalle tempie e le piccole rughe appena segnate agli angoli degli occhi. Le guance s’erano fatte rosee, la fronte bianca e limpida e l’ondulazione eseguita dal parrucchiere s’era disfatta. L’immagine di un donna sui vent’anni, scossa da un riso irrefrenabile, dai capelli neri e ondulati naturalmente, guardava dallo specchio la trentenne Margherita».
Cinque e non più cinque, dicono le regole d’ingaggio. Sarebbe però un delitto chiudere senza i versi dedicati allo specchio ingranditore ne Lo spogliatoio della signora di Jonathan Swift, anno 1730. Quando Strefone va a sbirciare nelle segrete stanze dell’amata — e fino ad allora angelicata — Celia. «Non dobbiamo sottacere le virtù / del vetro indagator di Celia. / Quando vi gettò lo sguardo il terreo Strefone, / gli mostrò il volto di un gigante. / Uno specchio capace di svelare / il più piccolo brufolo sul naso di Celia / e di guidare l’unghia sicura, / per estrarlo dal capo fino alla coda».
Mariarosa Mancuso