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 2012  febbraio 12 Domenica calendario

UN’ETICA PER I NUOVI RICCHI - —

Cinque anni fa gli americani si divertivano a leggere delle nevrosi del Richistan, pittoresco regno dei super-ricchi stremati dalla quotidiana fatica di ostentare la loro opulenza. Un mondo abitato anche dagli «affluenti»: gente che, pur stando appena un gradino sotto, si sente sempre in pericolo di perdere il suo benessere. Un pezzo di commedia umana, quello raccontato nel suo saggio da Robert Frank, i cui colori sono diventati improvvisamente lividi col crollo della Lehman Brothers e lo «tsunami» finanziario del 2008 che ha travolto un pezzo di Wall Street e ha innescato una recessione costata agli Stati Uniti la perdita di quasi 9 milioni di posti di lavoro.
Oggi un’America impoverita che soffre di una polarizzazione sempre più estrema nella distribuzione dei redditi, non ha più voglia di ironizzare sui tic dei ricchi, ma non è nemmeno in rivolta contro il capitalismo: quello anglosassone rimane un mondo abituato a misurare il successo degli individui coi parametri del benessere e dell’accumulazione di risorse. I conservatori sono ostili al modello sociale europeo che, dicono, offre sistemi di protezione generosi ma ormai insostenibili e promuove l’invidia sociale, la zuffa permanente per la redistribuzione dell’esistente, anziché promuovere la produzione di nuova ricchezza. Ma anche i progressisti, Obama in testa, benché accusati dalla destra di avere un debole per il «socialismo» e di voler trascinare l’America verso un assistenzialismo di tipo europeo, in realtà diffidano del modello del Vecchio Continente: troppo lontano da quello aperto della società americana, abituata a considerare la ricchezza come un’opportunità offerta a tutti. Negli ultimi tempi, però, qualcosa è cambiato. E non solo per via delle numerose indagini sulla forte disparità nella distribuzione dei redditi che sono state pubblicate: i ceti medi che si impoveriscono e proletarizzano, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi. I quattrocento miliardari più ricchi d’America valgono, ormai, in termini patrimoniali, quanto l’intero reddito nazionale del Canada. Una forbice nella distribuzione dei redditi che si allarga da decenni, ma la cui divaricazione ha ora raggiunto livelli tali da mettere in pericolo la coesione sociale del Paese. Negli ultimi 30 anni il reddito dell’1% più ricco del Paese è triplicato, mentre quello del ceto medio è cresciuto solo del 40%: poco, visto il lunghissimo arco di tempo considerato, e con un andamento che è stagnante da molto tempo.
Ma non è solo l’acuirsi delle disparità a provocare quei malumori esplosi nelle manifestazioni di Occupy Wall Street dell’autunno scorso. Il disagio più profondo nasce dalla sensazione, confermata dai dati statistici, che l’ascensore sociale americano si è rotto: il meccanismo che garantiva grande mobilità sociale non funziona più. Oggi negli Usa il passaggio da una classe all’altra di reddito è meno frequente che in molti Paesi europei, come la Francia, fin qui considerati socialmente rigidi.
Il candidato repubblicano alla Casa Bianca Mitt Romney continua a puntare sulla sua immagine di imprenditore, spiegando di non vergognarsi del successo grazie al quale ha messo insieme un patrimonio di un quarto di miliardo, e a narrare le virtù di un’America che, anziché invidiare i ricchi, si rimbocca le maniche per cercare di diventare come loro. Il Dna della comunità Usa rimane, in effetti, abbastanza diverso da quello europeo. Ciò continua a garantire all’America una maggior flessibilità, più spirito di sacrificio, la capacità di adattarsi meglio alle sfide della globalizzazione, fino al punto di diventare un Paese low cost, capace di riprendersi molte produzioni che erano emigrate in Asia.
Ma decenni di distribuzione sempre più squilibrata dei redditi stanno lasciando una cicatrice sulla società. Un tempo le distanze abissali tra ricchi e poveri erano tipiche di Paesi del Terzo mondo come l’India. Oggi gli Stati Uniti sono 27esimi nella classifica della polarizzazione dei redditi: meglio di loro fanno anche Paesi sudamericani come il Cile. E così non sorprende che uno studio appena pubblicato dal Pew Research Center, un centro di ricerche autorevole e indipendente, mostri che per il 77% degli americani i ricchi e le grandi imprese concentrano troppo potere nelle loro mani. Il dato politicamente più rilevante dell’indagine è che per il 66% degli intervistati il sistema offre un vantaggio «ingiusto e sleale» ai ricchi. Un segnale d’allarme che preoccupa Obama, ma non può lasciare indifferenti nemmeno i conservatori. Certo, per l’ideologia liberista oggi abbracciata dai repubblicani i ricchi sono legittimati dal fatto di ospitare nelle loro file la categoria dei makers, coloro che producono reddito e posti di lavoro, contrapposti ai takers: i poveri, bisognosi di assistenza, che si limitano a sottrarre risorse, secondo la definizione di Paul Ryan, guardiano del rigore fiscale al Congresso e astro nascente del Grand Old Party. Che però nella primavera scorsa ha messo per un po’ Ryan in quarantena, dopo la dura reazione degli elettori repubblicani alle sue proposte di drastici tagli alle pensioni e alla sanità pubblica per poveri e anziani.
Perché quello repubblicano è, sì, il partito dell’economia di mercato ma anche, ad esempio, quello di Richard Nixon, il presidente che negli anni Settanta istituì un sistema nazionale di controllo dei salari: quanto di più lontano si possa immaginare dal liberismo. Fin qui il partito ha evitato di aprire un dibattito pubblico su capitalismo e ricchezza per non rischiare divisioni in un anno elettorale. Ma una discussione ha cominciato a prendere forma, anche se in modo strumentale, tra i candidati alla Casa Bianca, con Santorum e Gingrich pronti ad attaccare il «capitalista senza cuore» Romney, dipinto come uno che a Bain Capital licenziava senza battere ciglio, pur di aumentare i profitti. Così Romney finisce per diventare un curioso spartiacque di questi ragionamenti sulla rotta del capitalismo. Riflessioni che, però, si vanno diffondendo ovunque: dalle pagine del «Financial Times» alle discussioni del Forum economico di Davos, storico ritrovo di super-ricchi «illuminati». Qui pochi giorni fa, al dibattito inaugurale, dalla platea si è alzata una selva di mani quando il moderatore ha chiesto: «Qualcuno di voi pensa che i guai del capitalismo del XX secolo siano all’origine della crisi sociale del XXI?». Segnali che possono far pensare a un prossimo ripensamento del modello di capitalismo anglosassone e dello stesso atteggiamento nei confronti della ricchezza? «Non vedo modelli alternativi praticabili — replica Fred Bergsten, fondatore e capo del Peterson Institute di economia internazionale a Washington —. Riforme e aggiustamenti sì, perché ci sono stati eccessi dovuti al rilassamento delle regole. Alcune norme vanno ripristinate, si cercherà di ridurre l’abisso che oggi divide i ricchi dai poveri, ma non si andrà oltre». «Insieme alla ricchezza — nota a sua volta l’economista Kenneth Rogoff — il capitalismo ha prodotto enormi disuguaglianze. Un gap che, almeno in parte, deriva dall’innovazione e dalla globalizzazione. Ma nessuno di questi problemi è insormontabile: il capitalismo può trovare al suo interno i modi di affrontarli».
Un cambio di rotta di cui si discute in Gran Bretagna, ma che sembra improponibile nell’America surriscaldata di oggi. Se ne tornerà a parlare dopo il voto di novembre anche perché, come ha messo in luce il sociologo conservatore Charles Murray nel recente saggio Coming Apart (del quale «La Lettura» si è occupata la settimana scorsa), il gap dei redditi sta avendo conseguenze pesanti anche nel campo dei comportamenti sociali: prende corpo una nuova segregazione che stavolta non è razziale, ma dei ceti. Un fenomeno talmente allarmante da spingere il conservatore «illuminato» David Brooks a proporre l’istituzione di un National Service Program per forzare le tribù a reddito più elevato a vivere, almeno per un po’, mescolate col ceto medio proletarizzato. Un’«eresia» dirigista giustificata dalla necessità di spezzare la degenerazione del tessuto sociale.
Massimo Gaggi