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 2012  febbraio 14 Martedì calendario

«BASTA ARTICOLO 18, VADO IN ALBANIA»


Potrebbe assumere una trentina di persone. Non lo farà, per lo meno non in Italia. Aldo Tarricone, imprenditore pugliese che ha creato da zero l’omonimo gruppo, 300 dipendenti e dieci milioni di fatturato nel comparto della security , delle investigazioni e del telecontrollo, ha deciso di espandere la propria attività. Ma non più nel nostro Paese. «È dal ’78 che opero in questo settore ma è a partire dal 2004 che il gruppo ha conosciuto un forte sviluppo. Ora, proprio perché siamo cresciuti parecchio, abbiamo la necessità di aprire un centro elaborazione dati. A tutti gli effetti una nuova unità produttiva con circa 30 dipendenti. Ma dopo aver visto come funziona il mercato del lavoro da noi ho deciso: l’aprirò in Albania».
Tarricone ha le idee chiare. «All’inizio», spiega, «voleva essere una provocazione, una risposta alle sciocchezze che dicono in tv politici e professori sul lavoro e sull’articolo 18. Pare che arrivino da un altro pianeta. Parlano di lavoro, assunzioni e licenziamenti ma si capisce che non ne hanno mai fatto uno in tutto la loro vita...».
Provocazione?
«Sì, per rispondere a tutti questi soloni dell’articolo 18».
E ora non la è più?
«È più di un progetto: fra poco, entro marzo, il centro elaborazione dati sarà operativo in Albania. Guardi, voglio essere sincero: se ho preso questa decisione ho mille motivi...».
Ce ne basta uno...
«Le do qualche dato, poi tragga lei le conclusioni: abbiamo 300 dipendenti ma da noi ci sono ben 6 sigle sindacali, le tre storiche più l’Ugl e altre due. A rappresentare i sindacati ci sono 18 dipendenti che hanno diritto a circa 900 ore di permessi sindacali retribuiti l’anno. E attenti a non commettere l’errore di chiedere la motivazione per le richieste di permesso perché fioccano gli articoli 28 (ricorsi per condotta antisindacale, ndr). Poi ci sono 25 dipendenti che fruiscono della legge 104, quella che disciplina i permessi per quanti hanno un familiare affetto da un handicap e sui quali non abbiamo alcun potere di verifica. E poi c’è l’assenteismo...».
Qualche assenza è fisiologica, però. Non crede?
«Qualche assenza sì. Noi abbiamo in media il 10% di assenti per malattie di due o tre giorni, con costi a carico dell’azienda, sempre a cavallo delle festività o dei risposi. Senza considerare poi gli ammalati cronici... E non basta: nonostante le assenze devo corrispondere a tutti il premio di produzione».
Premio? Come funziona?
«Il nostro contratto collettivo, oltre a 13esima e 14esima, prevede che se l’assenteismo non supera il 12% l’anno si debba erogare un premio. Se nella mia azienda ho 36 persone che non lavorano per un anno intero, il premio lo devo distribuire lo stesso. E in questa percentuale non rientrano le 900 ore per i distacchi sindacali e i permessi per la 104. Tutti leciti e dovuti, per carità. Ma quando un dipendente non è in azienda come può produrre?».
Così le nuove assunzioni le fate in Albania...
«Appunto. Ma non è più una provocazione. Sono stufo di confrontarmi con un mercato non traspare, combattere con i sindacati, subire leggi fatte da persone fuori dal mondo. Sa cosa accade quando un dipendente supera il periodo di prova e viene assunto a tempo indeterminato?».
Posso immaginarlo ma lo spieghi lei?
«Spesso smette di lavorare e vive a rimorchio dei colleghi che lavorano anche per lui. Ma c’è l’articolo 18. Diventa un intoccabile. Anche quando si rende protagonista di episodi di cronaca».
Da come ne parla par di capire che si riferisca a qualcosa in particolare...
«Si, ricordo il caso di un nostro dipendente utilizzato presso l’Università di Bari: ha acceso un fornellino su una sedia per scaldare non ricordo cosa e ha rischiato di appiccare un incendio. Non era la prima volta che accadeva così dall’Università ci hanno chiesto di sostituirlo. Cosa che abbiamo fatto. Licenziandolo. Ma è finita male: il giudice ci ha imposto di riassumerlo, pagandogli per giunta 80 mila euro. Ha capito perché qui non assumo più nessuno?».

Attilio Barbieri