Tobia De Stefano, Libero 14/2/2012, 14 febbraio 2012
IL MARCHESE DI DON GALLO È UN COMUNISTA «FIGLIO DI...»
«Doria chi? Andrea, il Principe, l’ammiraglio che nel XVI secolo portava allo splendore la Repubblica di Genova… oppure no, forse intendeva Giorgio, “il marchese rosso”… il vicesindaco del dopoguerra… lo sa che è stato diseredato dal padre perché si era iscritto al Pci?». Guardi, scusi, in realtà parlavamo del figlio Marco, classe 1957, insegna Storia Economica all’università e corre alle primarie del Pd…«Beh conosco il sindaco, la Vincenzi, e l’altra… quella che va sempre a Porta a Porta, la Pinotti…, ma Doria no, mi dispiace». Ecco, se avessero fatto un sondaggio tra i genovesi alla vigilia del voto per scegliere il candidato primo cittadino del centrosinistra, in vista delle comunali di primavera, sarebbe andata più o meno così. Perché Marco Doria, il fustigatore delle donne piddine, quello che con l’appoggio del prete estremista Don Gallo e di Nichi Vendola ha conquistato le consultazioni democratiche, in realtà, a Genova non lo conosce quasi nessuno. Tu immagini un personaggio del popolo e invece sei fuori strada. Lo dipingono algido, schivo, professorale e poco propenso al sorriso. Al giornalista Luca Telese del Fatto che lo stuzzicava, «dicono che lei, da studioso non conosca bene la città», il candidato sindaco rispondeva: «Il mio lavoro mi aiuta. Lei lo sa da dove nasce la parola “Caravana”? Sono i primi portuali, bergamaschi, che vengono a lavorare a Genova. Poi arrivano inglesi, tedeschi, migranti di ogni razza. Siamo una realtà multietnica da secoli…». Sarà, ma lui vive nel centro storico, nelle adiacenze di via Garibaldi, la strada dei meravigliosi palazzi del ’500, e i cittadini l’hanno visto poco immergersi nella realtà multirazziale che popola i carruggi.
Una buona fetta di verità, come spesso capita, si nasconde tra i numeri. A Genova sono andati a votare in 25 mila, 10 mila persone in meno rispetto al 2007 quando vinse la Vincenzi. E Doria ha prevalso con il 46% che fa meno della somma dei voti delle candidate pd, Vincenzi (27,5%) e Pinotti (23,6%). Morale della favola: più che la lunga onda arancione partita da Milano e Napoli e proseguita a Cagliari, quella di Genova è la sconfitta del Partito democratico, che ha pagato nei termini di scarsa affluenza l’appoggio al governo tecnico di Monti.
Se proprio bisogna individuare un filo rosso, allora è necessario tornare alle origini del nostro. Dal papà Giorgio Doria, dei conti Montaldeo di Mornese ha evidentemente «ereditato» i titoli nobiliari e la professione, quella, appunto di docente di storia economica all’università di Genova (nella migliore tradizione italiana), ma soprattutto la cultura comunista. Mitici gli aneddoti che si raccontano in città su Giorgio, il marchese rosso, personaggio originale (è stato per due anni dal 1974 al 1976 vicesindaco) ma anche molto amato. Si dice che uno dei suoi cavalli di battaglia fosse il modo in cui andava scritto «marxismo leninismo». Per il nostro ci voleva rigorosamente il trattino perché considerava le due dottrine come un corpo unico. Suscitò scandalo negli ambienti bene e sdegno in famiglia la sua decisione di iscriversi al Pci, ma lui tirò dritto. Fino alla morte, nel 1998, con la bandiera rossa di Rifondazione ad avvolgere la bara, sepolta poi a Staglieno, uno dei cimiteri monumentali più importanti d’Europa.
Oggi, il figlio Marco sul suo profilo Facebook scrive: «Sono una persona di sinistra che, con le proprie idee e la propria autonomia di giudizio, si riconosce in uno schieramento più ampio di centrosinistra… ». Ma a dir il vero nel suo programma di aperture se ne vedono poche. Lui dice «No alla cementificazione», che poi significa anche no alla Gronda, la bretella progettata per smaltire il traffico del porto che inquina e spesso congestiona la città. E anche no alla riduzione delle tasse («Sono necessarie, sintetizza, anche l’Imu, per mantenere i servizi») e delle tariffe. Le sue priorità sono altre. «Costruire la città culturale e incatenarmi per salvare Fincantieri», spiega.
E il suo rapporto con la fede? «Sono non credente, ma rispettoso della fede altrui», scrive sempre su Facebook, tant’è che la vulgata lo dipinge come il candidato di Don Gallo, il prete anarchico,fondatore e animatore della comunità di San Benedetto al Porto. Altro personaggio «particolare». Impegnato per la pace e il recupero degli emarginati, certo, ma anche strenuo sostenitore della legalizzazione delle droghe leggere, tanto da farsi multare, correva il 2006, per aver fumato uno spinello nel palazzo comunale di Genova, sostenitore del movimento «No Dal Molin» di Vicenza contro la costruzione di una nuova base militare Usa e vicino alle trans storiche del ghetto di Genova (ha presentato anche il primo calendario trans della storia italiana).
Ecco, in attesa che centrodestra e Terzo Polo battano un colpo, come potrebbe tradursi tutto questo per Genova, lo scopriremo solo vivendo.
Tobia De Stefano