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 2012  febbraio 14 Martedì calendario

«Per vincere al Festival bisogna comprare i voti Credetemi, io l’ho fatto» - C’è un morto a Sanremo

«Per vincere al Festival bisogna comprare i voti Credetemi, io l’ho fatto» - C’è un morto a Sanremo. Un cantante ucciso nella sua lussuosa suite con un col­p­o di pistola al volto prima di entrare in sce­na. Era un artista sregolato, geniale, ecces­sivo in tutto, dalle donne, al successo, al ri­schio. Che viveva in un mondo all’apparen­za brillante ma pieno di intrighi e bassezze. Bè, tutto vero, o quasi: tranne il morto. Che, invece, è il parto della fantasia di Enzo Ghi­nazzi, in arte Pupo, che ha appena sfornato il suo primo romanzo La confessione (Riz­zoli), un thriller, a metà tra biografia e fin­zione, ambientato durante un Festival di Sanremo, uscito giusto giusto qualche gior­no prima dell’inizio di questa edizione. Operazione furbetta, certo. Comunque, chi meglio, tra il falso e il vero, può racconta­re le più tr­emende ed insieme intriganti vi­cende del mondo dello spettacolo di un ar­tista che ha partecipato a sei Festival, che ha vissuto il successo, la disfatta, la depres­sione, la schiavitù del gioco d’azzardo e ad­dirittura un tentativo di suicidio. Tanto più che Ghinazzi commenterà il Festival al­l’ora di pranzo su Rai Radio Uno, in una stri­scia dal titolo Attenti a Pupo . Allora, Enzo, nel libro il protagonista, Chico, suo alter ego, è alto un metro e ottanta e ha gli occhi azzurri... «Quello che io avrei voluto essere e che ovviamente non sarò mai» Il male assoluto è rappresentato da un dirigente Rai cinico, spietato, truffato­re, corrotto. Nella realtà chi sarebbe? «Nessuno in particolare. Ma è un concen­trato di persone che ho incontrato in quel­l’azienda ». Se non fa i nomi, faccia qualche esem­pio. «Ricordo negli anni ’80 quando c’erano persone a Radio Rai che si facevano pagare per scegliere determinati sottofondi sono­ri. Giravano tanti soldi». Vabbè, un sacco di tempo fa. Chissà che intrallazzi c’erano al Festival... «Nell’80 il mio manager pochi minuti pri­ma della finale mi disse che avrei vinto. Poi arrivai terzo: lui mandò gli organizzatori a quel paese per richieste che non so anco­ra ». Anche nell’84 arrivò quarto... «Quella volta mi comprai i voti: investii 75 milioni di lire. Era tutto regolare: la prefe­renza si metteva sulla scheda del Totip e uno ne poteva comprare all’infinito. Misi in piedi un’organizzazione che comprava le schede in tutt’Italia. Se avessi avuto più soldi sarei arrivato primo». Ancora le brucia la mancata vittoria di due anni fa... « Italia amore mio era la più votata. Mi chiedo ancora come sia possibile che nella fase finale a tre smisero totalmente di arri­vare i voti per noi... qualcuno prima o poi magari lo spiegherà». Ma il Festival è ancora pieno di intral­lazzi? «Molto meno di un tempo anche perché ha meno importanza per la vita di un arti­sta. E poi io credo ciecamente nell’onestà di Morandi». Tanto successo, non la salvarono dal baratro. Nel libro il protagonista, pri­ma di morire ammazzato, tenta il suici­dio con la roulette russa. «In effetti - è la prima volta che racconto questa vicenda- anche io una volta ho ten­tato il suicidio: era nell’89, stavo perdendo tantissimo al casinò, avevo emesso assegni scoperti. Mi fermai su un viadotto, era not­te fonda, mi avvicinai al parapetto. Mi sta­vo per buttare: poi passò un camion che mi fece scuotere per lo spostamento d’aria. È come se mi avesse risvegliato, presi la mac­china e tornai a casa».