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 2012  febbraio 14 Martedì calendario

La sinistra è diventata vecchia e reazionaria? No, è (solo) salottiera - Si può - si è chiesto l’altro giorno sul Corriere della sera Francesco Piccolo ­ amare da sinistra un film reazionario come The Artist ? Un film muto, su un divo del cinema che non vuole il sonoro, rifiuta il progresso, si condanna al falli­mento professionale, e però alla fi­ne trova l’amore di una donna? E più in generale, se si è di sinistra, ovvero si è chiamati a «spingere il mondo in avanti», il cosiddetto «ceto medio riflessivo» che la rap­presenta, «nel presente che cosa ci sta a fare»? La tesi di Piccolo ha una logica ideologica, non fosse che, appli­candola, gran parte dei capolavori artistici del Novecento dovrebbe­ro provocare disgusto in quel ceto ed essere additati alla pubblica esecrazione

La sinistra è diventata vecchia e reazionaria? No, è (solo) salottiera - Si può - si è chiesto l’altro giorno sul Corriere della sera Francesco Piccolo ­ amare da sinistra un film reazionario come The Artist ? Un film muto, su un divo del cinema che non vuole il sonoro, rifiuta il progresso, si condanna al falli­mento professionale, e però alla fi­ne trova l’amore di una donna? E più in generale, se si è di sinistra, ovvero si è chiamati a «spingere il mondo in avanti», il cosiddetto «ceto medio riflessivo» che la rap­presenta, «nel presente che cosa ci sta a fare»? La tesi di Piccolo ha una logica ideologica, non fosse che, appli­candola, gran parte dei capolavori artistici del Novecento dovrebbe­ro provocare disgusto in quel ceto ed essere additati alla pubblica esecrazione. Per fare solo qualche esempio, La Recherche di Proust, esegesi e cristallizzazione del mondo perduto, difficilmente «spinge il mondo in avanti». È pro­gressista l ’Anna Karenina di Tolstoj, il solipismo dell’ Ulisse di Joyce, e come la mettiamo con i protagonisti di Scott Fitzgerald «barche controcorrente risospin­te senza posa verso il passato»? Per tutto il Novecento, la critica marxista, non sapendo dove met­tere il valore in sé di un’opera d’ar­te, apparecchiò un tavolo di carte truccate grazie al quale se il conte­nuto o l’autore erano reazionari, il risultato era però rivoluzionario: da Balzac a Hemin­gway, passando per Thomas Mann e Kafka, su quel tavolo finiva la società bor­ghese, i suoi falli­menti, gli «eroi stan­chi » che la rappre­sentavano, i «valo­ri », cioè i disvalori, di cui erano portatori. L’assunto finale era che la letteratura del futuro di quella decadenza avreb­­be fatto terra bruciata. Si sa come è andata a finire. Francesco Piccolo è romanzie­re, sceneggiatore, intellettuale di qualche rilievo e non si capisce perché si sia messo a cavalcare questo cavallo di ritorno che, esso sì, non porta da nessuna parte. Vuole davvero un realismo sociali­sta applicato alla post-moderni­tà? Proviamo allora a prenderla in un altro modo e diciamo che a Pic­colo ciò che in realtà non piace è la sinistra reazionaria, il paradosso di un pensiero che si suppone nuo­vo, ma che passa il suo tempo a de­cantare i buoni profumi culinari di una volta, le piccole librerie di quartiere, l’utilizzo della biciclet­ta, la televisione in bianco e nero... È questo il tradimento, sono que­ste le colpe: la reazione mina il pro­­gresso dall’interno, lo seduce e nel­lo stesso tempo lo corrompe. Vista in quest’ottica, l’analisi di Piccolo ha le sue ragioni, anche se paradossalmente sono reaziona­rie. Anche lui difende cioè un qual­cosa che non c’è più, ammesso che sia mai esistito,l’ide­ale, come scrive, di «un ceto medio ri­flessivo sul quale ab­biamo fatto affida­mento per la rico­struzione di un Pae­se civile e innova­to ». Chi è che lo in­carnava? Il doppio­p­etto e la passione per i classici lati­ni di Togliatti? L’etica del sacrifi­cio di Berlinguer? Le figurine Pani­ni di Veltroni? Di che cosa stiamo parlando? Un paio di mesi fa è fini­ta all’asta la collezione d’arte e di mobili di Natalino Sapegno, danti­sta illustre, intellettuale di sinistra esemplare, grande firmatario di appelli contro la reazione in aggua­to e il fascismo alle porte... Aveva una casa in stile Impero, il trionfo dei bronzi e dei marmi, delle rilega­ture in cuoio, dei broccati. Anche qui, di che cosa stiamo parlando? Piccolo se la prende con chi criti­­ca Internet, chi dice che gli studen­ti sono «ignoranti», chi definisce «barbari» i ragazzi d’oggi, ma dà così la sensazione di preferire co­munque ciò che è, a ciò che è stato. È una sorta di hegelismo all’ama­triciana, perché sarà anche vero che ciò che è reale è razionale, ma la constatazione non implica un criterio di superiorità. Il progresso non è un totem da adorare, criticar­lo, correggerlo e/o rifiutarlo non è un delitto, tantomeno è un eserci­zio reazionario. Piccolo è un progressista, e aven­do superato da tempo la maggiore età, questi sono affari suoi. È però un reazionario nell’inseguire una dicotomia destra-sinistra che sem­pre più fa acqua da tutte le parti e che francamente lascia il tempo che trova. Se fosse coerente con sé stesso, e mettesse il moralismo da parte, dovrebbe dirsi che Berlusco­ni ha modernizzato e innovato il Paese molto di più di quella sedi­cente sinistra «rivoluzionaria»,ov­vero moderna, di cui lamenta la scomparsa. Io non credo che la tv commerciale di oggi sia meglio di quella di Bernabei degli anni Ses­santa, ma io sono reazionario e non guardo la televisione. Piccolo invece ci lavora, e anche qui, di che cosa stiamo parlando? Berlusconi, già. L’agonia della sinistra nasce da lui. Gli ha dato quello che molti dei suoi intellet­tuali di punta chiedevano: lo stra­cult dei film scorreggioni di Pieri­no, la «gggente» delle dirette tv, il pubblico che fa i programmi, la de­mocrazia plebiscitaria... Glielo ha dato mentre intanto a sinistra tut­ta l’i­mpalcatura ideologica crolla­va sulla testa di chi si ostinava a cre­dere che fosse ancora solida. È me­morabile l’affermazione di Luigi Natta all’indomani della caduta del Muro di Berlino: «Ha vinto Hit­ler ». Era passato mezzo secolo e era rimasto a cinquant’anni pri­ma... La sinistra reazionaria casomai è questa qui, non quella che, se è il caso, s’interroga legittimamente su dove il progresso porti e quanto e se il progresso sia in sé un valore. È la sinistra che si è inventato il Cai­mano (quello cinematografico aveva proprio Francesco Piccolo come sceneggiatore...), la demo­crazia in pericolo, la dittatura cato­dica, il nuovo regime liberticida, il popolo italiano rimbecillito e cor­rotto, e poi si è ritrovata di colpo senza il «nemico principale», di­messosi oltretutto sua sponte e senza non dico un tumulto, ma nemmeno un sussulto dei suoi tre­mendi pretoriani, e che ora si vede costretta a ingoiare un «governo tecnico» che è un insulto per chiunque abbia a cuore la demo­crazia parlamentare, i diritti-dove­ri del popolo sovrano eccetera, ec­cetera. Una sinistra chiusa nei pro­pri privilegi di casta intellettuale minoritaria, catafratta rispetto al mondo circostante perché con quel mondo non è mai entrata in contatto, sinistra da stipendio fis­so, collaborazioni ben retribuite, belle case e belle vacanze, auto­convintasi di stare comunque e sempre all’opposizione mentre comunque e sempre se ne stava al caldo nel cuore del sistema. Paras­sitaria, insomma. In nome del pro­gresso o della reazione? Ah, saper­lo...