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 2012  febbraio 14 Martedì calendario

L’Fbi privato del detective Freeh - Sarà pure vero che per prendere un ladro ci vuole un ladro, come dicono gli americani, ma se hai dalla tua parte anche un ex direttore dell’Fbi, le probabilità di riuscire aumentano

L’Fbi privato del detective Freeh - Sarà pure vero che per prendere un ladro ci vuole un ladro, come dicono gli americani, ma se hai dalla tua parte anche un ex direttore dell’Fbi, le probabilità di riuscire aumentano. Questo ragionamento, condiviso da decine di aziende e di istituzioni, ha costruito la seconda vita di Louis Freeh. Oggi, infatti, l’ex capo del Federal Bureau of Investigation guida l’agenzia privata Freeh Group International Solutions Llc, che ha le mani in quasi tutti i casi più scabrosi del momento, dall’inchiesta sulle molestie sessuali alla Penn State University, fino alla caccia globale per i soldi scomparsi dalle casse della campagnia di Wall Street Mf Global Holdings. Freeh, come diceva l’ex procuratrice di Manhattan Mary Jo White, «è l’investigatore degli investigatori». Un poliziotto nato, che non ha mai smesso di fare il mestiere come lo aveva imparato da ragazzino. La sua storia comincia nel 1950 in New Jersey, sulla sponda meno glamour dell’Hudson River, dove i grattacieli di Manhattan sono solo uno sfondo lontano. La famiglia è mezza italiana, perché il nonno materno era immigrato dalla provincia di Avellino. Lui queste origine non le ha mai dimenticate, al punto che il 23 ottobre 2009 ha preso anche la cittadinanza del nostro Paese, giurando fedeltà alla Costituzione tra le mani dell’allora ambasciatore a Washington Giulio Terzi. Essere italiano, in New Jersey, significa spesso avere a che fare con la giustizia: dalla parte dei buoni, cioè le forze dell’ordine, o da quella dei cattivi, cioè la criminalità organizzata. Louis, fervente cattolico, sceglie subito la prima strada. Studia legge alla Rutgers University e alla New York University, e a 25 anni diventa special agent dell’Fbi. Lavora a New York e Washington, e nel 1981 entra nell’ufficio del procuratore del Southern District of New York. Sono gli anni in cui si fa una reputazione internazionale, perché diventa il capo investigatore del caso «Pizza Connection», un’inchiesta a cavallo tra gli Usa e l’Italia, che apre le porte del carcere a sedici mafiosi impegnati a spacciare droga attraverso le pizzerie. Nel 1991 Bush padre lo premia, nominandolo giudice federale a Manhattan. Ma la sua popolarità è bipartisan, visto che nel 1993 Bill Clinton lo sceglie come capo dell’Fbi. Nei suoi otto anni alla guida del Federal Bureau succede di tutto: le inchieste su Ruby Ridge e Waco, l’attentato alle Khobar Towers in Arabia Saudita, il disastro del volo Twa 800, l’attentato al Centennial Olympic Park di Atlanta durante le Olimpiadi, la crisi dei Montana Freemen, l’arresto di Unabomber e la cattura di Robert Hansen, alto funzionario dell’Fbi che faceva la spia per Mosca. I critici lo accusano di fare il micromanager dei casi, perché nell’animo è rimasto un poliziotto, e si scontra anche con l’amministrazione Clinton, che secondo lui è distratta nella caccia ai terroristi dai problemi interni. Quando nel giugno del 2001 lascia il Bureau, pochi mesi prima degli attentati di Al Qaeda a New York e Washington, torna alle origini. Scrive un libro, fa il dirigente della banca Mbna, ma poi la passione per la vita da poliziotto ha la meglio. Adesso nel suo ufficio lavorano 27 avvocati e investigatori, ma le mani in pasta le ha sempre lui. Non prende mai più di dieci clienti alla volta, perché altrimenti non può seguire direttamente i casi. Ora, tra le altre cose, sta cercando di capire perché Penn State non ha denunciato prima il caso delle molestie sessuali dell’allenatore di football Jerry Sandusky, e sta aiutando i creditori di Mf Global a recuperare un po’ di quel miliardo e 200 milioni della compagnia guidata dall’ex governatore del New Jersey Corzine, spariti nel nulla. Quando la Fifa gli ha chiesto di indagare su un caso di corruzione interna, il sospettato Jack Warner si è dimesso prima ancora che cominciasse l’inchiesta: «Preferisco andare all’inferno - ha detto - piuttosto che farmi interrogare da Freeh».