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 2012  febbraio 14 Martedì calendario

Il pm che lotta per i morti sul lavoro “È come un sogno che si realizza” - Come espressione della pubblica accusa lei si ritiene soddisfatto della condanna che dopo oltre due anni ha concluso il grande processo contro il magnate svizzero Stephan Schmidheney e il barone belga Jean-Louis de Cartier, riconosciuti responsabili di quasi tremila morti a causa dell’amianto che per decenni si è lavorato nelle fabbriche Eternit in Italia? Il pubblico ministero Raffaele Guariniello non si cela nel suo tradizionale riserbo: «Le dico solo questo: quando è iniziata la lettura della sentenza e dagli articoli del codice citati ho capito che si trattava d’una condanna, in forma dolosa, per entrambi gli imputati, su due reati che normalmente non si contestano, allora io mi sono detto: “Ma qui sto sognando a occhi aperti”»

Il pm che lotta per i morti sul lavoro “È come un sogno che si realizza” - Come espressione della pubblica accusa lei si ritiene soddisfatto della condanna che dopo oltre due anni ha concluso il grande processo contro il magnate svizzero Stephan Schmidheney e il barone belga Jean-Louis de Cartier, riconosciuti responsabili di quasi tremila morti a causa dell’amianto che per decenni si è lavorato nelle fabbriche Eternit in Italia? Il pubblico ministero Raffaele Guariniello non si cela nel suo tradizionale riserbo: «Le dico solo questo: quando è iniziata la lettura della sentenza e dagli articoli del codice citati ho capito che si trattava d’una condanna, in forma dolosa, per entrambi gli imputati, su due reati che normalmente non si contestano, allora io mi sono detto: “Ma qui sto sognando a occhi aperti”». Dopo la lunghissima lettura della sentenza, con l’elenco dei risarcimenti («Poteva sembrare arido e burocratico, ma io ci vedevo dietro la sofferenza della gente»), e dopo l’assalto e l’accerchiamento di telecronisti, radiocronisti, reporter, che ha bloccato il magistrato nell’aula d’udienza per quasi un’ora, siamo saliti nel suo studio per una riflessione sul significato di questo processo, soprattutto per capire che cosa questa sentenza rappresenti nella carriera e nella vita d’un uomo che è diventato un simbolo di diritti - sul lavoro, sulla sicurezza, sulle malattie professionali - da difendere o da ripristinare, per chi se li vede invece conculcati. Questo verdetto è il coronamento d’una carriera? Forse sì. «Se posso rispondere con un moto dell’animo, l’udienza di oggi mi ha trasmesso entusiasmo, è un momento di gioia. Meno di un anno fa c’è stata la condanna dei vertici della ThyssenKrupp per il rogo del dicembre 2007, due tappe importantissime sia nella ricerca di nuovi strumenti di investigazione sia nell’identificazione di nuovi tipi di reati. Però provo anche un velo di malinconia. Perché ho la sensazione che quella di oggi potrebbe essere l’ultima grande udienza della mia storia di magistrato». Come mai? Non risponde, ma fa un gesto che sembra dire: possono succedere tante cose. Quello di Guariniello è stato un lungo percorso dentro i buchi neri di condizioni di lavoro non sufficientemente tutelate, di diritti dei lavoratori apertamente violati, di infortuni, malattie e morti dovute ai posti di lavoro. «Tutto è cominciato – spiega oggi – con lo scandalo delle cosiddette schedature Fiat». Era un giovane pretore a Torino quando scoprì e sequestrò nel 1971 un apparato della Fiat che controllava i lavoratori: appartenenze politiche, rapporti sociali, vita privata. Ne nacque un processo a dirigenti Fiat in seguito spostato a Napoli, per il quale in secondo grado venne dichiarata la prescrizione. Ma fu quella vicenda a imprimere una svolta decisiva, spingendo il giovane magistrato a considerare le possibilità di reati nei luoghi di lavoro, fino a due significative vicende: il processo contro la Società italiana amianto o Sia (1996) e quello per sospetti di doping alla Juventus (2002). Perché questo interesse, anzi questa scelta? Quale il senso di queste battaglie? «Perché sono un po’ utopista. Allora la mia idea era ed è dare la speranza a chi non ce l’ha. Lei non sa cosa vuol dire vedere gente senza speranza e quest’oggi sentirla dire: grazie a questa sentenza possiamo continuare a sperare». Una volta le cause per infortuni sul lavoro o per malattie professionali erano sottovalutate. Le cose cambiano con Guariniello perché mette in piedi, nel corso degli anni, una specializzazione organizzata. Proprio questa specializzazione è alla base della sentenza Eternit: «Vuol dire sapere contestare un reato di dolo invece che di colpa, quando c’è la prova del dolo. Non fermarsi ai livelli bassi della dirigenza ma cercare le responsabilità nei consigli di amministrazione. Sapere come si sceglie un consulente, perché se sbagli il consulente rischi di buttare la causa». Perciò si fanno a Torino processi che non si fanno in altre zone del Paese. Ma la specializzazione organizzata oggi è a rischio: un provvedimento governativo obbliga i magistrati a cambiare campo di attività dopo dieci anni. Il pool di Guariniello perderà sei magistrati su nove. Non a caso Gian Carlo Caselli, capo della Procura di Torino, invitava il governo a cambiare rotta, proprio sull’esempio della sentenza di ieri. Che gli ha suggerito anche una battuta polemica sulla responsabilità civile dei giudici: il processo Eternit ha mostrato magistrati coraggiosi nell’assumersi i rischi della condanna, ma non si può chiedere a tutti il medesimo rischio. «Specializzarsi sembra sia una colpa!» sbotta Guariniello. «E per cosa? Per inseguire il mito d’un magistrato che sa fare tutto». E confessa di provare «molta amarezza» per lo smantellamento di un gruppo frutto di anni di lavoro comune. «Io sono ottimista, ma temo che dietro ci sia l’idea che i processi per infortuni o malattie professionali siano di serie B. Ho la sensazione che si ritengano importanti solo i processi di mafia e camorra. Invece i casi Thyssen e Eternit hanno mostrato che non solo non sono di serie B ma rispondono a una reale sete di giustizia, di fronte a reati che colpiscono la collettività». Quindi ritorna la metafora del sogno: «Questo dell’Eternit è il più importante processo in materia di sicurezza sul lavoro che si sia celebrato nel mondo e nella storia. Quando il viaggio è iniziato, nel 2006-2007, io mi dicevo che era una causa impossibile. Venivano qui, nel mio ufficio, i parenti delle vittime e mi chiedevano che cosa fare. E io rispondevo che era un’impresa difficilissima, invece è diventata un sogno realizzato».