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 2012  febbraio 14 Martedì calendario

Dino Zoff. I 70 anni (senza rimpianti) dell’uomo della porta accanto - «Lo sguardo ridotto a una fessura, raggrinzisce le mani nei guanti, pare as­sente, chiuso nel vetro di una sfera lontana

Dino Zoff. I 70 anni (senza rimpianti) dell’uomo della porta accanto - «Lo sguardo ridotto a una fessura, raggrinzisce le mani nei guanti, pare as­sente, chiuso nel vetro di una sfera lontana...». Così uno degli irregolari della letteratura del ’900, lo juventi­nissimo Giovanni Arpino, vedeva il suo idolo e amico Dino Zoff. Noi sia­mo andati a bussare al vetro di quel­la sfera lontana, ma trasparente, per rivederci 70 anni della storia di un uomo (li compie il 28 febbraio) che in tuffo ha intercettato anche quella di un intero Paese. Nella storia popolare rimane un monumento, eretto ben oltre la porta di un campo di calcio. E come tutti i grandi monumenti, preferi­rebbe restarsene im­mobile, osservando la sua Roma, «dove da friulano sradicato ho scelto di fermar­mi a vivere» e il mon­do, in un “silenzio zoffiano”. Se è vero che Celen­tano ha inventato le “pause” in tv, allora Zoff ha portato il silenzio nel calcio... «Se l’ho portato, allora è finito in fret­ta, con tutto sto rumore assordante che si sente intorno al pallone... Mi hanno proposto di fare il commen­­tatore, ma ho sempre rifiutato: ho già fatto tanti errori, perché dovrei giu­dicare quelli degli altri? E poi, quelle poche volte che mi riascolto dopo un’intervista, sono io il primo che si addormenta», sorride, accendendo­si la prima sigaretta. Poche parole e anche rari sorrisi. Forse l’unica foto in cui sorride è quella in cui alza la Coppa del Mon­do. «Può darsi, del resto la mia regola è sempre stata: poche chiac­chiere, tanta concretezza, niente smance­rie. Bearzot l’a­vevo spiazzato quella volta a Barcellona: dopo aver battuto il Brasile sono an­dato ad abbrac­ciarlo. Me l’ha ripetuto fino alla fine, non credeva che avessi potuto osare tanto...». Ha aperto l’album dei ricordi su quell’istantanea con il ct, ma chi e­ra Enzo Bearzot? «Un integralista della coerenza e del­la dignità. Un uomo colto e pur es­sendo un friulano come me, Enzo e­ra uno di tante parole, ma tante...». Tante pagine invece ha il suo album. Sfogliamolo con ordine. Il dimenti­cato e dignitosissimo Cina Bonizzo­ni la fa debuttare in A all’Udinese, nel ’61, poi lo porta al Mantova e da lì approda nel Napoli di Omar Sivo­ri. «Un genio assoluto, adoravo il sarca­smo di Omar. Mi diceva sempre: “Senza quei tre pali di legno, voi por­tieri fareste la fame...”. Adesso che ci ripenso con Sivori ridevo tanto». Invece ha fatto piangere di gioia Sa­non, l’haitiano che le segnò un gol storico ai Mondiali del ’74. «In quell’Azzurro tenebra, come scrisse Arpino, almeno ho fatto feli­ce qualcuno, Sanon grazie a quel gol è diventato un eroe nazionale. Tem­po fa una onlus per i terremotati di Haiti, mi ha invi­tato a una serata, e lì, io sono stato accolto da eroe». Eroicamente ar­rivò alla Juve a trent’anni suona­ti. Ma anche a lei l’Avvocato faceva squillare il telefono di casa alle 6 del mattino? «No, a me chiamava alle 9,30, probabil­mente era già la cin­quantesima telefonata. L’Avvocato capiva di cal­cio come pochi e quando e­ra all’estero, oltre a chiedermi le condizioni meteo in Italia, voleva sapere di tutti i cal­ciatori in circolazione in Eu­ropa». Quindi Agnelli ascoltava i suoi consigli per gli acqui­sti e Boniperti poi anda­va al mercato... «Il mercato per un “fat­tore astuto” come lui e­ra la sua casa. Boniper­ti contrattava su tutto. Quando nel ’76 perdemmo il campio­nato per la sconfit­ta di Perugia, al ritorno dalle vacan­ze, ci mise la di­stinta di quella par­tita sotto il naso e dis­se: “Avete perso uno scudetto con questi sconosciuti, non pre­tenderete mica l’au­mento?...”». L’anno dopo, il 30 otto­bre 1977 tornate a Peru­gia: la partita finì 0-0, ma ci fu la tragedia di Rena­to Curi. «Cosa ci può essere di più terribile di una morte in diretta su un campo di calcio, dove tutti sono lì a celebrare un momento di festa? Un giorno troppo triste, non lo dimenticherò mai...». Ha cancellato invece quei gol presi da lontano (con Olanda e Brasile) ad Argentina ’78, con Gianni Brera che l’accu­sava di non avere abbastanza diottrie? «Le cose brutte si cancellano più in fretta. Ci rimasi male per quello che scrisse Brera, al punto da non parlare con i giornali­sti per sei mesi. Oggi comunque quel­li sarebbero considerati degli euro­gol e non delle “papere” del portiere». L’uomo di calcio che vorrebbe rin­contrare. «Gaetano Scirea. Forse non gli ho mai detto ti voglio bene, ma a noi bastava guardarci negli occhi per capirci. An­che la notte che vin­cemmo il Mondiale eravamo in camera e ci sorridevamo con gli sguardi, sen­za dire una parola, perché era troppo grande l’emozione che stavamo vi­vendo. Gaetano e­ra migliore di me, era più autenti­co... ». E qui gli oc­chi sono lucidi, e non è il fumo del­la seconda siga­retta accesa. Qual è stato l’e­sempio che ha se­guito per diventare Dino Zoff? «L’educazione della mia famiglia. Oggi i ge­nitori vorrebbero che i figli fossero tutti dei fe­nomeni. I miei mi dis­sero: se vuoi tentare con il calcio provaci, ma intanto tieniti stretto il lavoro in of­ficina. Poi quando sono arrivato in Serie A, un gior­no che mi lamentavo per un gol preso con un tiro che non mi a­spettavo, mio padre mi fulminò: “Ma scusa Dino, tu che mestie­re fai, il portiere o il farmacista?”». Ha fatto il portiere, il ct, il presi­dente, per poi chiudere da alle­natore. Ma non le piacerebbe tornare in panchina? «Come potrei allenare una squadra dove a ogni gol ci sono 4-5 che si mettono a fe­steggiare con i balletti da­vanti al portiere? Non lo sop­porto, anche perché non sono gesti istintivi di gioia, ma puro esibizionismo, coreografie studiate a tavolino per la diretta tv». Neanche i balletti televi­sivi di Rivera le sono piaciuti, eppure balla anche Bobo Vieri... «Sì, ma Vieri è uno che si è sempre prestato allo show e alle copertine delle riviste. Rivera non può, lui co­me me è stato il calcio, è una que­stione di coerenza». Per coerenza, lei si è presentato da­vanti ai giudici al processo di Cal­ciopoli... «Ho solo confermato che quando allenavo la Fiorentina avevo avuto dei “cattivi pensieri”. Certi ar­bitraggi erano quanto meno sospet­ti... Nessuno stavolta ha detto che avevo le diottrie e qualcosa di strano mi pare che alla fine è venuto fuori». Nel nostro calcio si passa da uno scandalo all’altro, ora è il tempo di Scommessopoli. «Il calcio, lo sport, ti permette di e­sprimerti e di mostrare ciò che sei realmente. Ma il mondo del calcio è lo specchio della società in cui vivia­mo, che è fatta di gente che vuole vin­cere e avere soldi e successo, anche a costo di violare continuamente le regole». Che Italia vede, ri­spetto a quella della notte mundial di Spagna ’82? «Siamo diventati un Paese molto strano che a volte faccio fa­tica a capire. Non sopporto tutto que­sto piangerci addos­so. Capisco e soffro quando vedo le lacrime del padre di fa­miglia che ha perso il lavoro, ma non tolle­ro la piangina per un po’ di neve». Dalla sua porta, qual è l’immagine che l’ha colpita di più? «Aver visto cadere il Muro di Berlino con dieci anni di an­ticipo. Giocavamo in Polonia e la gen­te allo stadio per la prima volta si ri­bellava ai militari... Pensai che il mondo stava davvero cambiando». I tifosi più speciali che ha incontra­to? «Pertini e Papa Wojtyla. Come si ar­rabbiò il Presidente per quella par­tita persa a scopa di ritorno da Ma­drid... Poi però chiese scusa e mi disse: “Zoff, avevo sbagliato io la giocata”. Papa Wojtyla ci tenne a dir­mi che da ragazzo aveva giocato in porta e mi ripeteva: “Il nostro sa, è un ruolo di grande responsabilità”. Confermo Santità, gli risposi». Come il suo corregionale Capello in Inghilterra, nel 2000 anche lei die­de le dimissioni da ct della Nazionale, dopo che l’allora premier Berlusco­ni la definì “inde­gno”, per aver per­so la finale degli Europei (al golden­gol). «Forse non era un gesto da fare, ma per come sono io, non potevo non farlo... Però a Ber­lusconi oggi posso dire che alla fi­ne ha vinto Zoff». E qual è stata la sua vittoria? «L’affetto e il rispetto della gente. Ovunque vado, in qualsiasi strada d’Italia, c’è sempre qualcuno che si avvicina per stringermi la mano e per dirmi: “Grazie Zoff per tutto quello che ha fatto in campo e per l’uomo che è». Spegne la sigaretta e torna nella sua sfera lontana, in silenzio.