Stefano Sofi, Il Messagero 14/02/2012, 14 febbraio 2012
AMIANTO, IN ITALIA 57 AREE DA RISANARE
Tra gli anni Cinquanta e Settanta di amianto in Italia se ne è fatto largo uso. In case, scuole, ospedali, stabilimenti industriali, condutture, ondulati per coperture, canne fumarie, pavimentazioni, tubazioni, vernici, parti meccaniche di automobili così come di treni e navi, nei tessuti perfino. Finché, nel 1992, quando è stato inequivocabilmente chiaro a tutti che quel materiale misto al cemento era gravemente dannoso per la salute di chi lo produceva e poteva diventarlo anche per chi poi ci avrebbe vissuto a contatto, ne è stata proibita per legge (la 257) l’estrazione, la produzione e l’impiego.
Nonostante siano passati vent’anni, però, da un recente (dicembre 2011) studio epidemiologico dell’Istituto superiore di Sanità, che si intitola Sentieri, risulta con drammatica evidenza che dall’amianto siamo a tutt’oggi praticamente assediati: 5 quintali per ciascuno, pari a oltre trenta milioni di tonnellate. Di amianto ogni anno muoiono, direttamente o indirettamente, circa 3000 persone. «Sentieri» ha individuato in Italia 57 aree da risanare di cui 44 centri altamente inquinanti (Sin, cioè siti di interesse nazionale) nei quali il tasso di mortalità per leucemie e tumori dovuti a fattori ambientali è elevatissimo. Al Centro questi siti sono 8, al Nord 21, al Sud 15.
Si tratta, però, solo di situazioni macroscopiche. Marghera: polo industriale; Napoli orientale: ex raffineria Mobil; Gela: petrolchimico Eni; Priolo: petrolchimico Eni-ex Esso-Isab-Lukoil; Manfredonia: polo chimico; Brindisi: petrolchimico e 2 centrali elettriche a carbone; Taranto: acciaieria Ilva e raffineria Eni; Cengio (Savona): ex Acna, industrie chimiche; Piombino: siderugia; Massa e Carrara: siderurgia e amianto; Casale Monferrato: amianto; Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano: cimitero di rifiuti della camorra; Pitelli (La Spezia): discarica rifiuti a ridosso dell’arsenale della marina militare; Balangero (Torino): miniera di amianto e discarica di altri tossici nocivi; Pieve Vergonte (Val d’Ossola): vecchia chimica; Sesto San Giovanni: siderurgia; Pioltello Rodano: ex Sisas (acetilene e derivati; discarica cancerogena di circa cinquant’anni fa); Napoli Bagnoli: acciaieria dismessa e stabilimento Eternit. Mappa che però lascia fuori le piccole realtà fatte di migliaia di tetti di edifici e materiale di cantieristica edile. La vetustà del materiale che contiene l’amianto è proprio la causa della sua pericolosità: più è malmesso più si disfa e le sue componenti velenose si liberano nell’aria. Si sono presentati perciò due tipi di problematiche. La prima riguardo alla tutela della salute dei lavoratori della produzione, come l’Eternit appunto. La seconda riguarda la necessità di procedere ad una bonifica, più capillare possibile, su tutto il territorio nazionale.
Per quanto concerne la prima questione, la legislazione è andata avanti significativamente in questi vent’anni anche se resta molto da fare. «Negli ultimi giorni abbiamo approvato unitariamente in Senato una mozione che impegna il governo ai risarcimenti alle vittime dell’amianto e a prevedere precise misure tese a impedire i danni provocati dall’esposizione sia all’ambiente sia alla salute dei lavoratori e dei cittadini» dice il senatore del Pd Paolo Nerozzi, vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli incidenti e le morti sul lavoro. «È una mozione che - conclude Nerozzi - deve quanto prima trovare piena applicazione».
Ma per quel che riguarda la seconda questione, la mappatura necessaria alla bonifica, i passi sono stati da lumaca. Tanto che il 10 febbraio scorso la radicale Elisabetta Zamparutti ha presentato alla Camera l’ennesima proposta di legge in materia. Ha proposto anzi l’istituzione di una Commissione d’inchiesta. «A 20 anni dalla messa al bando di questo materiale, è prioritario realizzare una capillare mappatura e applicare con serietà le norme che sono state introdotte nel nostro ordinamento. Particolarmente grave il fatto che all’inizio del 2012 si registrino ancora carenze nella mappatura e nei piani di bonifica regionali».
Quando si parla di «bonifica» si dice di «rimozione, incapsulamento e confinamento» tre parole che per il singolo cittadino che si venga a trovare nella necessità di rimuovere una copertura in Eternit, inevitabilmente si trasformano in un incubo. Oltre che in un costo ingente (in media 1.500 euro per 4 metri quadrati) e in una odissea burocratica, specie al Sud.
Mappatura e bonifica costituiscono una vera e propria urgenza, insomma, come conferma il ministro dell’Ambiente Corrado Clini: «Bisogna completare la mappatura dei siti a rischio amianto. Nonostante l’impegno del ministero dell’Ambiente in questo campo e le ingenti risorse impiegate (circa 50 milioni di euro solo nelle aree industriali più inquinate, i cosiddetti Sin, Siti di Interesse Nazionale), non abbiamo ancora una mappatura completa dei siti che devono essere risanati».
Nel Lazio una radiografia significativa è stata realizzata dal Cnr. Sono 2.966, le coperture in cemento-amianto, pari ad un 1.673.974 metri quadri: sono state rilevate attraverso un innovativo metodo di telerilevamento aereo con l’utilizzo di un sofisticato sensore. Il progetto, che ha interessato il 4,6% del territorio del Lazio (circa 1.000 km quadrati e comprendente le aree di Civitavecchia, Frosinone, Gra parte est, Pomezia, Albano, Tiburtina, Anagni, Aprilia e Anzio) è stato realizzato dall’Istituto per l’inquinamento atmosferico del Cnr e coordinato dalla ricercatrice Lorenza Fiumi. A livello nazionale, oltre a quella dell’istituto superiore di sanità, c’è poi la stima di Assobeton (Associazione Nazionale Industrie Manufatti Cementizi), che indica la presenza di 12 mln di tonnellate di lastre in cemento-amianto in tutto il Paese, pari ad 1 mld e 200 mln di metri quadri di coperture.
Il telerilevamento dell’amianto resta però un’esperienza ancora isolata: «Il progetto - afferma Lorenza Fiumi del Cnr - nel Lazio è stato co-finanziato dallo stesso Cnr; l’auspicio è quello di poter estendere questa esperienza ad altre regioni, il problema resta quello legato ai costi». Attualmente, precisa l’esperta, «una mappatura delle coperture in amianto è stata fatta parzialmente solo in Emilia Romagna, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Lombardia. È invece assente per le regioni del Sud».