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 2012  febbraio 13 Lunedì calendario

Le dritte di papà Osama «Macché jihad studiate in America» - I figli che pensieri. Se lo ripete­va anche Osama Bin Laden

Le dritte di papà Osama «Macché jihad studiate in America» - I figli che pensieri. Se lo ripete­va anche Osama Bin Laden. Tutti i suoi crucci in quella tana di Abbot­tabad erano per Hussein, Zainab e Ibrahim, i tre pargoli regalatigli da Amal al Sadah, la ventinovenne mogliettina yemenita che divide­va con lui, e altre due consorti,l’ul­timo rifugio. Per quei frugoletti di 3, 5 e 8 anni, il grande capo strave­deva. Per loro era pronto a dimenti­care l’impresa delle Torri Gemel­le, a metter da parte l’odio per l’America, a rinunciare alle legio­ni di giovani kamikaze decisi a sa­crificarsi nel suo nome. Per loro era pronto a rinnegare pensieri, opere e azioni. E non si vergogna­va a dirlo. Agli ultimi tre cuccioli della nidiata il super terrorista ri­peteva sempre lo stesso consiglio: «Dovete studiare, vivere in pace, non fare quello che faccio o che ho fatto io». A render pubblico il volto meno conosciuto di papà Bin Laden, as­sieme alla foto inedita dei suoi ulti­mi tre figli, è Zakaria al-Sadah, co­gnato del capo di Al Qaida. Intervi­stato dal Sunday Times dopo una visita alla sorella e ai nipoti, rima­sti dallo scorso maggio nelle mani dei servizi segreti pachistani, Zaka­ria mette in piazza le confidenze di Amal. Quei racconti ci regalano il ritratto di un terrorista assai poco soddisfatto della propria vita e del­le proprie scelte. Il grande fuggiti­vo­trascorre le proprie giornate rac­comandando ad Amal, 26 anni più giovane di lui, di garantire un futu­ro diverso ai propri figli. Un futuro lontano da kalashnikov, Corano e sacro suolo arabo. Un futuro co­struito mandandoli a studiare nel­le università di Stati Uniti ed Euro­pa, sottraendoli alla lotta armata, e preparandoli a una vita incentra­ta su carriera e conti in banca. Il Bin Laden di Abbottabad è, insom­ma, un borghese piccolo, piccolo, un capo un po’ brasato lontanissi­mo dall’epi­ca e dal mistero che cir­conda la sua latitanza. L’unico do­vere a cui non abdica mai, neppu­re quando mezzo mondo gli dà la caccia, è quello coniugale. L’età dei figli è lì a dimostrarlo. Ibrahim, che oggi ha otto anni, è stato conce­pito nel 2004. Zainab e Hussein so­no sicuramente stati «progettati» nel 2007 e nel 2009. Anche quando Cia e forze speciali gli sono con il fiato addosso l’aitante fuggitivo trova, insomma, tempo, luoghi e alcove in cui ingravidare la dispo­nibile e giovane mogliettina. I racconti di Zakaria ci regalano anche particolari inediti sulla con­vivenza nella casa di Abbottabad. Nel rifugio-harem stanze e piani sono suddivisi sulla base dell’in­treccio di parentele generato dai matrimoni del gran «califfo» di Al Qaida. Il secondo piano, quello do­ve Bin Laden viene ucciso e Amal ferita a una gamba mentre gli fa scudo con il corpo, è il piano di fa­miglia. Amal, la preferita e la più giovane delle consorti, passa le giornate assieme ai tre figli e al ma­rito. Il piano inferiore è riservato a Khairiah e Siham Sabar, rispettiva­mente terza e quarta moglie del ca­po. Alle due mogli, ormai fuori uso, sono affidati Abdullah, Ham­za e Fatima, i tre bimbi di 12, 7 e 5 anni messi al mondo da una figlia di Bin Laden prematuramente scomparsa. Dopo l’uccisione del capo famiglia - messa a segno nel­la notte tra il 30 aprile e il primo maggio dal Team Six delle Seals ­mogli, figli e nipoti vengono prele­vati dai servizi segreti pachistani e trasferiti in un centro di detenzio­ne. Da allora nessuno di loro è an­cora riemerso dalla casa prigione. I servizi pachistani temono ovvia­mente che l’ingombrante nidiata di familiari riveli particolari imba­razzanti sugli appoggi ricevuti da Bin Laden prima e dopo la sistema­zione nel rifugio di Abbottabad. Amal fuggita dall’Afghanistan as­sieme al marito alla fine del 2001 riuscì prima a rientrare dalla sua fa­miglia nello Yemen e poi a ricon­giungersi con il marito in tempo per il concepimento, avvenuto in­torno al 2004, di Ibrahim. Come sia riuscita a compiere questi mo­vimenti sfuggendo agli americani resta, a tutt’oggi, un grande miste­ro. Una cosa è però certa. Il papino Osama tanto preoccupato per il fu­turo dei propri pargoli li ha segnati con la propria maledizione. Dopo esser cresciuti segregati in una stanza continuano, nonostante la morte del padre terrorista, a segui­re il proprio destino d’innocenti prigionieri.