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 2012  febbraio 11 Sabato calendario

Il geniale «disprezzatore» Elogio (critico) di un poetico giocoliere - Il nome di Carmelo Bene evoca ancora oggi, a dieci anni dalla mor­te, l’immagine di un masso erratico così grande da renderne impossibi­le lo spostamento

Il geniale «disprezzatore» Elogio (critico) di un poetico giocoliere - Il nome di Carmelo Bene evoca ancora oggi, a dieci anni dalla mor­te, l’immagine di un masso erratico così grande da renderne impossibi­le lo spostamento. Dargli un posto, interpretarlo, spiegare al mondo cosa ha vera­mente detto. La grandezza di Car­melo Bene. La sua insostituibilità. Il suo genio anticipatore. A tutti i suoi esegeti Bene risponde con una delle frasi che l’hanno reso celebre: «Signori, in cosa posso esservi inuti­le? ». Franco Branciaroli, il maggior at­tore di teatro italiano, che l’ha cono­sciuto, frequentato e parodiato, lo descrive in controtendenza rispet­to all’immagine ufficiale: per lui Carmelo Bene era soprattutto «un gentiluomo del Sud», «una perso­na molto dolce ». Mi torna in mente Nostra signora dei Turchi , il suo film-scandalo che partecipò alla Mostra del Cinema di Venezia del 1968 ottenendo il pre­mio speciale della giuria. Di quel film mi restano nel cuore le meravi­­gliose architetture del Sud, insieme alla trovata un po’ farsesca e un po’ clownesca della conversione del carnefice, che impedisce a un cri­stiano di Otranto di ottenere il giu­sto martirio. Ricordo l’avidità con la quale,ra­gazzo, guardai e riguardai il film e ne parlai e riparlai, come uno dei cortigiani di Andersen che, alla vi­sta del re nudo, non può fare altro che commentarne e magnificarne le vesti. Il senso profondo di questa scena! Le genialità di quella! Si an­dava a cercare l’intelligenza dentro gli spazi giurisdizionali dell’intelli­genza, quelli dove essa viene siste­mata per statuto. Invece la forza di quel film sta nel fatto di essere prima di tutto una puttanata colossale realizzata con questo preciso intento. Il mondo doveva inchinarvisi davanti, non a caso a Venezia Bene pretendeva il premio della critica perché al tem­po il suo successo era un successo di critica, e s’inalberò parecchio per non averlo ottenuto, anche se i maggiori intellettuali della giuria, i più illuminati, le menti più aperte, si spellarono le mani a furia di ap­plaudirlo. Poi venne il successo di popolo, quello al quale partecipai anch’io, che nel ’68 ero solo un bambino.Ri­cordo il Palalido di Milano strapie­n­o ad ascoltare i suoi recital di poe­sia, i brividi che ci correvano lungo la schiena quando recitava Dino Campana, e Genova era un classi­co del rock come Satisfaction o Whole Lotta Love . Forse proprio lì, in quel rapporto semplificato, era possibile- ben più che nelle elucubrazioni dei suoi esegeti- capire e amare un artista la cui chiave sta tutta nel teatro, nel suo essere uomo di teatro dentro un teatro italiano che era quello che era, con i suoi Gassman, i suoi Strehler e tutte le sue cattive abitudi­ni. Quale fu la forza di Carmelo Be­ne? Branciaroli non ha dubbi: «L’imbecillità degli altri fu la sua for­za ». Bene distingueva due catego­rie di imbecilli: quelli che avevano visto la Madonna e quelli che non l’avevano vista, e metteva sé stesso in quest’ultima, ma, io credo, non perché si considerasse tale, bensì per il mondo,per l’ambientino-co­me lo chiamava lui- dello spettaco­lo, che gli toccava frequentare: qual­cosa che non si poteva chiamare nemmeno cultura «bassa», al più una cosa per faccendieri, com’era allora e come è stato anche in segui­to. Chihacercatodiinterpretare Be­ne, di scendere nella profondità del suo messaggio, sono quelli a cui sa­rebbe­piaciuto trovarsi alla rap­presentazione di Cristo ’63 (vietato dalla polizia subi­to dopo la prima ma poi nuovamente rappresen­tato dalla solita contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare, che per es­sere più moderna di ogni moderno lo rivolle per sé e per i veri intellettuali) in cui un at­to­re faceva pipì addosso agli spetta­tori. È possibile immaginare che Car­melo stimasse quelli che andavano a farsi pisciare addosso ai suoi spet­tacoli? Non è possibile. Bene era una persona di grande equilibrio, che si divertì a dire e fare ogni sorta di idiozia rendendosi conto che non c’era nessuno,né in Italia né in Europa, che fosse realmente in gra­do di prendersi gioco di lui, come forse lui avrebbe voluto. Non ho mai conosciuto un arti­sta con un disprezzo così profondo nei confronti di coloro che gli decre­tavano il successo. Ricordando le sue infuocate letture poetiche - tra le qualivoglio citare poeti-tabù co­me Gabriele D’Annunzio- non pos­so dire di aver ricevuto da lui una chiave interpretativa di quelle ope­re. Bene non ci ha insegnato cosa di­cono i poeti e nemmeno che cos’è la poesia: Bene ci ha fatto capire che Campana, Dante, Majakovskij, D’Annunzio so­no poeti, ci ha fatto incontra­re la poesia come tale, la po­esia­come differenza rispet­to a tutto ciò che poesia non è, la poesia come un oggetto contundente, pericoloso. Proprio perciò la sua vera na­­turaèteatrale, edènell’azionete­a­trale e non nei contenuti o nei mes­saggi che lo troverete. Il suo genio non è stato un genio speculativo ma ostensivo, come quello della li­turgia. Egli esibì sé stesso come pu­­ra differenza rispetto a tutto, ed è in questo pensiero della pura differen­za che, secondo me, va guardata la sua opera. Per questo Bene è stato figura fon­damentale nel teatro mondiale: per aver sottratto il teatro alla pro­priamorte, nascondendolonell’In­comprensibile, ossia travestendo­lo da matto affinché il potere rite­nesse di non doverlo uccidere.