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 2012  febbraio 11 Sabato calendario

Così Picasso riuscì a domare il bizzoso torero Dominguín - La nascita dell’amicizia tra Picasso e il torero Do­minguín ha in sé qualco­sa dello scontro mitico, come accade quando due grandi si fronteggiano

Così Picasso riuscì a domare il bizzoso torero Dominguín - La nascita dell’amicizia tra Picasso e il torero Do­minguín ha in sé qualco­sa dello scontro mitico, come accade quando due grandi si fronteggiano. Prima di conosce­re Luis Miguel, Picasso diceva di lui che era «un torero da Place Vendôme», intendendo che la sua tauromachia risultava «scientifi­ca », dominatrice, troppo disinvol­ta. Il gusto di Picasso per i tori, inve­ce, si orientava, proprio come quel­lo della maggior parte del pubbli­co, verso «la lotta ostentata, i corpo a corpo, l’alterco drammatico». Di­versamente da tutti i toreri che fa­cevano corride in Francia, poi, Do­minguín non dedicava mai l’ucci­sione a Picasso, nemmeno quan­do capitava ad Arles. Toccò a Jean Cocteau trasformare quell’appa­rente tensione in energia positiva. Eppure, all’indomani dell’incon­tro testimoniato dagli scatti d’epo­ca che combinò tra i due nel 1950, fu ancora a Cocteau, e non a Picas­so, che Dominguín dedicò il com­battimento. È tuttavia l’inizio di un ping pong emotivo che finirà con una delle più grandi amicizie della sto­ria di Spagna. Cocteau regala a Do­min­guín un orologio d’oro per rico­noscenza. «Oro di Germania», iro­nizza Picasso. Che però più tardi di­rà di no­n riuscire a disegnare un to­ro in presenza di Luis Miguel e asse­condando un istinto infallibile che sempre lo portò verso chi avrebbe potuto amarlo senza riserve, invi­ta Dominguín in Provenza per of­frirgli un ritratto. Dominguín, po­co più che ventenne all’epoca e smanioso di approfittare dei brevi periodi di libertà strappati ai tori per cacciare, sedurre e viaggiare, «dimentica» l’invito. Picasso: «Quando io prometto a qual­cuno di ritrarlo, di solito ar­riva immediatamente». Luis Miguel: «Pablo, cer­ca di comprendermi. Io voglio che tu ti occupi di me quando mi conosce­rai bene. Non prima». Qualche anno dopo, quando cominciò a di­ventare abituale vede­re la silhouette di Dominguín stam­p­ata sulle coperti­ne dei rotocal­chi, entrare al Claridge di Londra insieme ad Ava Gardner, discute­re ­a bordo piscina a L’Avana con Er­nest Hemingway, scegliere Luchi­no Visconti come padrino di suo fi­glio Miguel Bosé o sfilare a Hol­lywood con Rita Hayworth, accan­to al torero comparve anche e so­prattutto Picasso, insieme a intel­lettuali del calibro di Rafael Alber­ti, che scriveva poemi a lui ispirati, e di Luis Buñuel, che cercava di convincerlo del «misticismo eroti­co della corrida». Con Picasso, in­vece, padrino di sua figlia Paola, Dominguín festeggiava i momenti intimi di entrambi, come gli ot­tant’anni del pittore, per cui spen­sero insieme le candeline a Vallau­ris. I due si vedono regolarmente. Picasso fa ceramiche, litografie e disegni ispirati ai combattimenti di Luis Miguel, che dona alla fami­glia Dominguín, e Dominguín os­serva da vicino e riflette, su arte e to­ri. Queste riflessioni sono conser­vate in un breve ma intensissimo diario di un’amicizia che risale agli anni Sessanta ma che arriva solo oggi in Italia: Per Pablo (edizioni ObarraO, pagg. 53, euro 6, tradu­zione di Alessandro Giarda, con una bella introduzione di Jacques Durand) è l’omaggio che «il mi­glior matador del dopo Manolete » dedica a un gigante dell’arte del ’900 e al legame che si formò tra i due. Legame basato su stima e sal­de radici comuni: «Gli spagnoli hanno inviato il migliore tra lo­ro in Francia... La Spagna, di fatto, prova verso Picasso que­sta nostalgia, questa morriña dallo sguardo assente che si avverte in ogni spagnolo». Ma anche sulla condivisio­ne di un destino di gloria che a volte può risultare più duro da sopportare di una vita trascorsa nel­l’ombra: «Noi toreri, che sottoponiamo coloro che amiamo ad ango­sce che, per quanto reiterate, non sono meno terribili, rico­nosciamo istintiva­mente chi si avvicina all’“abito di luce” e chi all’uomo. An­che Pablo, il quale in fondo è un tore­ro, sa riconoscere le farfalle attirate dallo splendore della sua fama... For­se è il comune rifiuto della popolarità eclatante che ha si­gillato la nostra amicizia».