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 2012  febbraio 11 Sabato calendario

Il manifesto degli scienziati contro le terapie «ciarlatane» - Come tanti appelli, la parola d’ordine è «ora basta»

Il manifesto degli scienziati contro le terapie «ciarlatane» - Come tanti appelli, la parola d’ordine è «ora basta». E questa volta, «ora basta» ha puntato nel suo obbiettivo la medicina alter­nativa. La firma è di quattrocento medici, scienziati e ricercatori in­dignati perché- dicono- si è oltre­passato un limite: in diciannove università australiane ci sono cor­si di laurea pubblici, da cui gli stu­denti escono con tanto di titolo in discipline come omeopatia, rifles­sologia, naturopatia, chiroprati­ca e iridologia. Forme di cura alter­native che, per i firmatari, in realtà sono soltanto «pseudoscienze». Senza diritto a finanziamenti pub­blici e senza diritto a una laurea. I «Friends of Science in Medicine», cioè gli «amici della scienza in me­dicina » (giusto per ribadire) non ne fanno una questione di sempli­ce sc­etticismo nella pratica quoti­diana: chiedono che le facoltà sia­no chius­e e hanno invitato la Com­missione nazionale sull’universi­tà ad agire. «I soldi dei contribuenti non de­vono essere sprecati in finanzia­menti per questi corsi - scrivono - Non devono essere fatte agevola­zioni governative e le assicurazio­ni sanitarie non devono coprire i trattamenti per queste sciocchez­ze ». Le chiamano proprio così: sciocchezze. Anzi insistono defi­nendo questo genere di corsi «una ciarlataneria», dannosa per l’immagine stessa della loro pro­fessione: perché in questo modo è «compromessa la medicina basa­­ta sull’evidenza scientifica ». Un at­tacco totale, sostenuto anche dal­­l’inventore del vaccino contro il tumore al collo dell’utero Ian Fra­zer, dal biologo Gustav Nossal e da John Dwyer, consigliere del go­verno australiano sulle frodi alla salute dei consumatori, che ha rin­carato: «È desolante che dicianno­ve università offrano una laurea in una pseudoscienza». La battaglia è degli scienziati, perché è innanzitutto fra due visio­ni contrapposte di ciò che sia scienza, e ciò che non abbia dirit­to a nominarsi tale. Ed è un conflit­to che si combatte da secoli, per esempio oggi il creazionismo è considerato una pseudoscienza, ma per secoli, prima di Darwin, era la verità assoluta; e sulle defini­zioni (in questo caso quella di «metodo scientifico») ci si scontra millimetro su millimetro come lungo le trincee della prima guer­ra mondiale, quindi l’opposizio­ne è totale, mentre la linea di confi­ne, nella pratica, è ovviamente molto più sottile. Perché la medici­n­a alternativa è un terreno di scon­tro molto quotidiano: mamme che credono nell’omeopatia, e la scelgono come cura per i figli, contro pediatri che storcono il naso, o padri che tentano va­na­mente di op­porsi; amiche che litigano su quale rimedio sia meglio, sen­tendosi di volta in volta molto degeneri, o molto all’avan­guardia; madri che poi si pen­tono, perché i fi­gli passano tut­to l’inverno col raffreddore (succede ogni anno, e con qualunque tentativo, ma il senso di colpa prevale sempre sulla logi­ca). Nel nostro paese, per esem­pio, le appassionate di omeopatia sono soprattutto donne, istruite, con reddito medio-alto e del Nord. Sarebbero loro le avversa­r­ie numero uno degli scienziati fir­matari, insomma. Ma il punto su cui insistono i «Friends of Science in medicine» non è tanto la scelta della cura per la propria salute, quanto i finan­ziamenti governativi e le assicura­zioni (un tema molto dibattuto, in Francia e in Gran Bretagna,è l’op­portunità di rimborsi sanitari per chi non ricorra a metodi tradizio­nali): le discipline che finiscono sotto l’ombrello del«pubblico»ac­quisiscono un’aura di ufficialità che, per gli scienziati, non è giusti­ficabile. Nelle loro parole, così «si dà una credibilità immeritata a quello che in molti casi sarebbe meglio descritto come ciarlatane­ria ». La replica della National Her­balists Association australiana è che, per mostrare il loro valore di scienze, le medicine alternative devono fare ricerca, ma per farlo serve appunto l’università. Un di­scorso che forse anche gli scienzia­ti possono condividere, ma a una condizione: che la ricerca non sia fatta a spese dei contribuenti.