Andrea Scanzi, il Fatto Quotidiano 11/2/2012, 11 febbraio 2012
ETERNA FACCIA DA SOAP
Fernando Pessoa, per ovviare all’assenza di se stesso, creò una serie di eteronimi: Bernando Soares, Alvaro de Campos, Ricardo Reis. Alter ego “reali”, muniti di regolare biografia. Propaggini surreali di un genio autentico. E David Lynch, ad esempio in Twin Peaks, ha spesso giocato con i doppelgänger: i sosia, le copie spettrali. Forse, anche lui, per riempire spazi vuoti.
Ronn Moss, 60 anni il prossimo 4 marzo, non ha questi problemi: da 25 anni (e dopo 6 mila puntate già registrate) vive con la consapevolezza che, in un universo parallelo, esiste un altro Ronn Moss. Un po’ come Anna Torv nella serie Fringe. Solo che Moss recita molto peggio di Anna Torv e il suo alter ego, Ridge Forrester, protagonista dal 1987 di Beautiful, non gode esattamente di una sceneggiatura ferrea. Da un quarto di secolo, Ronald Montague Moss affronta un piccolo dramma umano.
Nella vita reale (“il Ross ortonimo”, per dirla ancora con Pessoa) è un attore a metà tra il machismo stereotipato e l’espressione “F4 Basito” di Boris. Per ammazzare la monotonia del posto – e doppio – fisso, suole coltivare diversivi: dischi da solista, doppiaggi per la Disney, il secondo posto a Ballando con le stelle. Nella finzione interpreta invece un mascellone che in confronto Capello e Belpietro hanno profili egizi, con la perversione del feticismo matrimoniale. Si è sposato sei volte, di cui quattro (sì, quattro) con Brooke e le altre due (sì, due) con Taylor, morta e risorta più di un esercito di Lazzari.
Se Dorian Grey non invecchiava, Ronn Moss lo fa per compartimenti stagni. Un binario asseconda lo scorrere del tempo, tra un assolo di basso e una comparsata con Neri Parenti; l’altro timbra il cartellino del piccolo schermo senza marcare visita (l’unica breve assenza è del 1992, quando venne sostituito da Lane Davies, non meno monoespressivo di lui). Come si sopravvive alla recita rituale, forti di un successo alimentato dal dover attingere all’improbabile? Ronn Moss, almeno in questo, potrebbe dare lezioni.
QUASI COME Charita Bauer. Per 34 anni, dal 1950 al 1984, è stata la matriarca protagonista di Sentieri. Il cognome, Bauer, nella finzione era lo stesso. Forse per aiutare l’immedesimazione . O, più verosimilmente, per evitarle la pazzia. È morta un anno dopo aver abbandonato il set. La soap opera cristallizza un attore, cancellando tutto il resto. La sua capacità di inghiottire bulimicamente un’intera carriera è più spietata di quella dei telefilm: dei Colombo, dei Derrick, dei Dottor House. Non si sopravvive alle soap opera. Se ne accorse Wesley Addy, attore americano shakesperiano. Aveva girato con Paul Newman e Sydney Lumet, era stato uno dei protagonisti del Verdetto, ma un decennio di Quando si ama risultò per lui prossimo a uno tsunami. Certo, c’è chi si è salvato. Robin Wright Penn, prima di Forrest Gump e Millennium – Uomini che odiano le donne, era stata un’acerba Kelly Capwell nella tremebonda Santa Barbara. Un’eccezione: la soap opera è un vortice, che tutto risucchia e inghiotte.
Anche in Italia. Uno dei casi più emblematici è Patrizio Rispo. La sua parabola ricorda quella di Nino Castelnuovo, professionista rispettabilissimo che però tutti ricordano per avere scavalcato una staccionata in uno spot. Rispo è napoletano e ha 55 anni. Buoni inizi. Il cabaret con Francesco Paolantoni, il teatro con Carla Gravina. Poi i cedimenti (una compagnia teatrale con Biagio Izzo) e lo sbracamento: 15 anni come portinaio (Raffaele Giordano) di Un posto al sole. Dal 1996, con tanto di duetti alla Totò e Peppino (come no) con Marzio Honorato. Per sfruttare la scia, Rispo ha pure pubblicato un libro di ricette. Il titolo è raggelante: Un pasto al sole. Sob.
Altra decana italiana delle soap opera è Elisabetta Coraini, a Centovetrine dal 2001 nelle vesti della fragile e tormentata (non si sa da cosa) Laura Beccaria. La rossa Coraini è l’unica, con Pietro Genuardi e Sergio Troiano, ad avere resistito 11 anni. Prima di Centovetrine aveva recitato nell’epocale Dottoressa Giò, che vedeva mattatrice una sfavillante Barbara D’Urso, chiaramente folgorata nella recitazione dall’Alberto Tomba di Alex l’ariete.
In una siffatta carrellata di personaggi in cerca di attori, non può mancare un accenno al trash più manifesto: la produzione sudamericana.
QUELLA CHE Solenghi, Marchesini “Bella Figheira” e Lopez scimmiottavano nei Promessi Sposi. Quella che Rete4 manda massicciamente in onda perché le casalinghe, subissate da trame improbabili, non notino la differenza con il Tg di Emilio Fede. Una delle icone di tale sottogenere, veracemente infimo e redditizio, è Grecia Colmenares. La quintessenza della “cagna maledetta”, sempre per dirla con Boris, nonché idolo delle masse venezuelane. Una sorta di “Huga Chavez delle telenovelas”. Topazio, Milagros, Amor Sa-grado: non se n’è persa una. La dolce Grecia, all’occorrenza pasionaria anticomunista (nel 2006 appoggiò Manuel Rosales), ha raccontato di avere ricevuto una proposta per interpretare Grace Kelly in un film. “Poi però non ho saputo più nulla”. Per fortuna.