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 2012  febbraio 12 Domenica calendario

Non dite poi che la Patata non ci aveva avvertiti - Quando se ne farà racconto, questo si dirà: all’inizio del febbraio 2012 una intossicante, micidiale ondata di gelo colpì l’Italia e l’Europa dell’Est e dell’Ovest

Non dite poi che la Patata non ci aveva avvertiti - Quando se ne farà racconto, questo si dirà: all’inizio del febbraio 2012 una intossicante, micidiale ondata di gelo colpì l’Italia e l’Europa dell’Est e dell’Ovest. Però il passato è bello soltanto perché avrà cessato di dolere. Si fa pura poesia il paesaggio invernale che apre musicalmente Le rêve di Zola. «Durante il duro inverno del 1860, l’Oise gelò; grandi nevicate coprirono le pianure della bassa Piccardia; e sopravvenne una burrasca di altra neve dal Nord-Est, che seppellì quasi Beaumont, il giorno di Natale. La neve, che aveva cominciato a cadere di primo mattino, raddoppiò verso sera, ammucchiandosi l’intera notte». Settantadue anni prima, terribile e memorabile era stato l’inverno tra 1788 e 1789, e il freddo era tanto che alla grande Rivoluzione fu ingiunto di aspettare almeno fino a luglio. Mani mezzo congelate non avrebbero potuto demolire nessuna Bastiglia. «Va bene», disse la Rivoluzione, «tornerò il 14 luglio, avrete più caldo, ma io sarò più terribile!». Un inverno dalle ripercussioni crudeli annuncia eventi umani, perché storia dell’uomo e grandi rigori climatici, in specie cali forti di temperature si contendono il primato della guida, l’uccellino morto di freddo e carestia umana preparano l’attentato di Sarajevo: i fili del Destino di tutti i mondi non sono districabili. La neve non viene per divertirci. Questa di febbraio, in Italia è un sogghigno di morte. I barboni rifiutano con scherno e bestemmie chi pretende di rinchiuderli in scaldatoi con zuppe che fumano; il loro codice etico gli prescrive di morire nel pieno dell’inverno, assiderati tra gli stracci. Non riesco a invidiarli, ma rifiuto di compatirli. «Uno dei nostri passatempi», dirà il ricordante d’oggi in proiezione futura, «era ripensare alle gelate memorabili della storia, connesse con eventi successivi impressionanti. Strade e stradine ghiacciate ci sequestravano in casa, e in mancanza di conoscenze scientifiche ci domandavamo perché, con la catastrofe in atto dei ghiacci della calotta polare per via del riscaldamento del pianeta, dovessimo morire di freddo nelle disgraziate province italiane visitate da tanto zelante gelo!». Eh, quaerebam unde malum et non erat exitus! E io, uno dei sequestrati in casa dalle nevicate del 2012, ripenso all’Irlanda del Milleottocentoventidue e alla sua terribile morìa della Patata che ebbe per conseguenza una gigantesca trasformazione dell’antropologia e della storia nordamericana. L’inverno nordico non era certamente mai stato di tenerezza, e in quegli anni in tutto il Nord Europa dei poveri - città e campagne, pozzi di miniere - la Patata, portata dal Sudamerica dagli spagnoli, era l’alimento principale: riempiva la pancia ma non riparava le inevitabili carenze, e il suo contenuto di solanina la rendeva, in grandi quantità, tossica. Come in Sudamerica, anche le patate europee erano tuberi mostruosi, grandi come palloni da gioco; gli Irlandesi, quasi tutti poverissimi, le avevano adottate con favore di disperazione. Ma dopo un inverno simile a questo che stiamo sperimentando in Italia, la patata irlandese fu colpita da una misteriosa pestilenza. Una sera, il signor O’Connor, contadino dei dintorni di Dublino, tornò a casa sconvolto, e annunciò ai famigliari che nei loro campi di patate da un giorno all’altro tutto il raccolto era perduto. Già i precedenti erano stati scarsi e ora compariva un morbo pervertitore, il Potato Blight (la Ruggine della Patata), descritta come una rugiada farinosa pervasiva dei tubercoli, resi immangiabili perfino dalle bestie. Secondo i botanici, trapianti e riproduzione asessuata degli ultimi secoli (la patata è in Europa dal tempo di Shakespeare, che la cita nelle Comari di Windsor ) l’avevano resa incapace di resistere alle malattie. E questa teoria ci insegna qualcosa: ogni frutto della terra è oggi devitalizzato, e il nostro sistema immunologico è stressato implacabilmente. L’uomo del XXI secolo è maturo per essere paragonato alla patata marcescente del Potato Blight . Padrona detestata ferocemente dai suoi sudditi irlandesi, Londra non esitò a inviare nell’Eire enormi quantità di granturco macinato, che però i patatovori, chiamandolo «zolfo di Peel», si rifiutavano di mangiare, temendo che gli inglesi li volessero avvelenare. Tutta la famiglia O’Connor e innumerevoli altre furono sterminate dalla denutrizione. Venti anni dopo la pandemia ancora imperversa, e dopo un milione di morti per fame e indebolimento cronico il popolo superstite decide di trasferirsi negli Stati Uniti, abbandonando per sempre l’Isola di Smeraldo dai campi appestati. E in America, tutti quei contadini, diversamente dai più degli altri emigranti, voltano le spalle alle campagne e alle piantagioni, rassegnati al pane americano di mais perché non coltivato da inglesi antipapisti, e si buttano a trafficare alcolici, si fanno agguerriti quartieri propri nelle città, si arricchiscono con l’industria, puntano alle amministrazioni, diventano la più forte, l’esclusiva dicono, presenza etnica nella municipalità di New York, fino a che l’italiano La Guardia, nel 1934, gli portò via il posto di sindaco. Di origine irlandese, non so se dall’epoca della patata infetta, è la stirpe dei Kennedy, cattolici, senza scrupoli, ricchissimi e decisi a portare uno dei loro, il più intelligente, alla Casa Bianca. John Fitzgerald Kennedy diventa Presidente degli Stati Uniti; è cattolico, nemico della separazione razziale, amico della mafia che lo ha aiutato nell’elezione, famoso per l’implacabilità dell’erezione. Il punto di arrivo del Destino germogliato dalla patata mortifera del 1822 è a Dallas, nell’automobile scoperta che attraversa lentamente la città sotto il mirino di Lee Harvey Oswald. Un discendente del contadino che tra i primi aveva sofferto della morìa della patata, tra la grande Depressione e il proibizionismo, è il padrone dei grandi macelli di Chicago e vende whisky agli indiani. Come molte altre famiglie irlandesi, Patrick O’Connor e i suoi in casa parlano la lingua celtica e non mangiano patate, per rifiuto dell’inglese e orrore tramandato della pestilenza sterminatrice. Il popolo inglese non è ritenuto colpevole di genocidio, ma poco ci manca. La guerriglia dell’Ulster ha radici lontane. Del resto, la patata agli ogm, o trattata al cobalto 60 perché non butti, non è di tanto più commestibile di quella irlandese del 1822 e la guerra che qualche dietologo ritardatario sta facendo alle patatine fritte è sacrosanta. Tutte le solanacee sono bandite nella scuola antroposofica steineriana. Come direttamente figlio del Grande Nord siberiano, questo febbraio italiano investente coi suoi rigori minacciosi l’intera penisola è un evento inaudito come un piccolo alligatore sputato vivo dal rubinetto di una pompa. La sua influenza sarà verificabile per tappe, fino al dicembre 2012 secondo il calendario dei Maya. Questa spontanea coincidenza tra una crisi alimentare e una ferita invernale che ha aperto piaghe, che ho voluto narrare col solo ausilio del mio archivio personale (troppo facile e poco affidabile farsi dettare da Internet), ha uno straordinario riscontro di attualità. Perché tra la sanguinosa malora irlandese della patata e la perdita incalcolabile di derrate su derrate buttate via per la diserzione dei trasportatori e la paralisi del gelo che ha interrotto le comunicazioni tra Sud e Nord c’è un sorprendente bilanciamento. Dobbiamo vederci dei presagi e degli avvertimenti. L’emigrazione patatista del XIX secolo cambiò la faccia dell’America; il febbraio italiano vale un’attenzione a lunghezza di giorni; dimenticarsene subito è però la caratteristica dei popoli superficiali. Rafforza in ogni caso l’idea della necessità per le nostre nazioni europee di tenersi strette, di essere pronte a far fronte alla Cosa ignota che viene.