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 2012  febbraio 11 Sabato calendario

CONFINDUSTRIA, UNA PRESIDENZA DA 500 MILIONI

Non si ricorda una corsa così folle alla presidenza della Confindustria. Per succedere alla figlia di un industriale, Emma Marcegaglia, sono in gara due imprenditori veri e di grandi dimensioni, Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi. Sono entrambi di Bergamo, e personalmente si stimano. Il primo ha da poco passato i settant’anni, il secondo li sta per raggiungere. Bombassei produce i freni Brembo, 700 milioni di fatturato, fornitore di tutte le grandi marche automobilistiche, Ferrari in testa. Squinzi ha un giro d’affari superiore ai 2 miliardi con la sua Mapei, che fa colle per l’edilizia. Non c’è piastrellista al mondo che non conosca il nome Mapei, e non a caso, dopo i fasti dell’omonima squadra di ciclismo, Squinzi è il padrone della squadra di calcio di Sassuolo, città della piastrella, che sta cercando di portare miracolosamente in serie A.
Due personaggi di peso nella tradizione dell’industria italiana. Ebbene, finora l’argomento più caldo della loro contesa sono le Olimpiadi 2020 a Roma. Squinzi è entusiasticamente a favore, Bombassei è perplesso. La Marcegaglia è d’accordo con Squinzi, al punto che mercoledì 8 febbraio i due hanno dato contemporaneamente alle agenzie di stampa le loro dichiarazioni quasi identiche sul fatto che sarebbe un’occasione irripetibile per lo sviluppo del-l’Italia.
NON È DATO sapere quale idea sul futuro dell’Italia industriale divida i due. Il programma di Bombassei è tutto su questioni interne dell’organizzazione confindustriale. Squinzi addirittura non avanza un programma, e promette di farlo dopo l’elezione. Si sa solo che Bombassei è più Falco, viene dalla guida della Federmeccanica, è stato il profeta degli accordi sindacali senza la Fiom-Cgil e vuole l’abolizione dell’articolo 18. Squinzi invece è più ecumenico, viene dalla tradizione della chimica, segnata dai buoni rapporti con tutti i sindacati, Cgil compresa, predica coesione e dice che l’articolo 18 non è un gran problema.
Ma sarebbe sbagliato credere alla contrapposizione tra duri e morbidi. Gli industriali italiani, quando sono in gioco gli interessi di categoria, non sono mai morbidi. La vera posta in gioco è il dopo-Marcegaglia, in un senso tutto interno ai gruppi d’interesse interni all’organizzazione. Bombassei, vicepresidente per le relazioni sindacali, ha visto il suo ruolo azzerato durante il regno della signora di Mantova. Non la può vedere e parla apertamente di rifondazione della Confindustria. Squinzi invece propugna la continuità, ovviamente appoggiato dalla presidente uscente, che si aspetta dal successore l’investitura a un ruolo che le eviti il mesto ritorno all’anonimato dell’azienda di famiglia.
RIFONDAROLI e continuisti si contendono, oltre a qualche apparizione nei talk-show e alle consuete pensose interviste ai grandi giornali, il potere su una macchina sempre più debole politicamente (soprattutto dopo il traumatico addio della Fiat) ma ancora piena di soldi. Le quasi 150 mila aziende aderenti versano nelle casse del sistema confindustriale oltre 500 milioni di euro l’anno, che servono a tenere in vita una rete di uffici in tutte le province italiane, dove lavorano quasi 5 mila persone. Poi ci sono i gioielli di famiglia: Il Sole 24 Ore in primis, poi l’Università Luiss e altre realtà minori. Il variegato mondo di imprenditori, manager e funzionari che gira intorno alla contesa Squinzi-Bombassei cercano di indovinare il cavallo vincente, con cui schierarsi scambiando appoggi elettorali con promesse di favori futuri. Ma la partita verrà decisa dal voto dei 186 componenti della giunta confindustriale, tutti imprenditori difficilmente catalogabili in cordate eterodirette. Il pronostico è incerto e così, nel silenzio un po’ imbarazzato dei due bergamaschi, va avanti una guerra senza esclusione di colpi tra le due squadre.
Gli uomini di Squinzi dicono che Bombassei è il candidato dei poteri forti: Carlo De Benedetti, Luca di Montezemolo, Diego della Valle, Franco Bernabè (Telecom) e Paolo Scaroni (Eni) stanno con l’uomo dei freni. Gli uomini di Bombassei pensano che Squinzi sia sostenuto da un ceto interessato soprattutto a perpetuare il potere sulle strutture dell’organizzazione, capitanato dal presidente degli industriali del Lazio, Aurelio Regina. A un mese dal voto la campagna elettorale vola bassa. In questo la continuità con l’era Marcegaglia è assoluta.