MIRELLA SERRI, La Stampa 11/2/2012, 11 febbraio 2012
I settanta inverni del generale Montgomery - Freddo? Gelo? Neve? Non preoccupiamoci troppo. Appendiamo al chiodo il gonfio piumino, che ci rende simili a un palloncino
I settanta inverni del generale Montgomery - Freddo? Gelo? Neve? Non preoccupiamoci troppo. Appendiamo al chiodo il gonfio piumino, che ci rende simili a un palloncino. Indossiamo un caldo, confortevole montgomery che oggi vive una nuova, esaltante stagione. Già, proprio così. Festeggia i suoi primi meravigliosi 70 anni di gloria, il cappotto di media lunghezza, con l’ampio cappuccio che protegge dalle folate di vento, i bottoni fatti a cornetti, chiusi da lacci in cuoio o da cordoncini. È stato pure rilanciato, per quest’inverno, sulle passerelle, dai marchi dell’abbigliamento sportivo e comodo, da Church’s a Ballantyne, da Belstaff a Husky. Ed è tornato con il peso della sua storia, questo capo di lana spessa che ha fatto battere (anzi ha coperto) il cuore di più generazioni. A cominciare dal momento in cui si conquistò fama mondiale il generale Bernard Law Montgomery che dette il suo nome al pastrano. Il giaccone aveva già visto la luce ai primi del secolo scorso nell’ambiente militare, quando la Royal Navy lo adottò per i suoi marinai. Nelle traversate della Manica o nei viaggi oceanici battuti dalle gelide tempeste era considerato insostituibile, e il fatto che non vi fossero bottoni che si strappavano o si impigliavano, lo rendeva straordinariamente funzionale. Ma non avrebbe conosciuto il suo successo mondiale se non ci fosse stato Montgomery: quel soprabito, che lo stratega amava indossare quando si trovava a condurre le sue campagne nei climi più impervi, diventò estremamente popolare dal 1942. In quella data il comandante vinse la battaglia di El Alamein che segnò il punto di svolta della seconda guerra mondiale nel Nord Africa. Nella leggenda, sostenuta anche dalla propaganda alleata, il cappottone si lega all’immagine dell’eroe di El Alamein nato da un vescovo anglicano, un missionario laico votato alla guerra che, impegnato contro il nazifascismo, aveva rinunciato a tutti i piaceri della vita. Il tabarro con cappuccio lo accompagnò a Dunkerque, in Normandia, nell’Italia del Sud, nel cuore dell’Europa del Nord e divenne un simbolo di liberazione dalla dittatura e l’emblema dello stile dei vincitori, rude e semplice, anticonformista ma privo di orpelli. Così la sua fama non terminerà con la fine del conflitto. Le prime fanciulle a indossare il Montgomery saranno nel dopoguerra le studentesse della Sorbona che consideravano il massimo del sex appeal essere infagottate in un abito così ricco di storia e di gloria. I militanti della campagna per il disarmo nucleare lo esibivano poi sulle piazze ghiacciate di Londra e di Parigi mentre lo sfoggiavano attori e cantanti, come Bing Crosby, e miliardarie come Charlotte Ford, nipote del magnate delle automobili, che si faceva riprendere incorniciata dal cappuccio. Riappare alla ribalta verde bosco o cammello, con gli alamari di cuoio, negli anni Settanta e in quelli Ottanta, come divisa dei ragazzi che se la davano a gambe di fronte ai celerini e come abbigliamento per i dirigenti politici di sinistra, da Occhetto a Natta, Craxi e Berlinguer che lo alternava con uno striminzito cappottino. Piaceva pure agli artisti, da Gino Paoli a Antonello Venditti che il suo testo d’esordio, «Sora Rosa», lo andò a proporre avvolto da un montgomery blu notte. Oggi eccolo di nuovo all’appello, ringiovanito, a scacchettoni, con colori accesi: azzurro, arancione, viola. Oppure come un candido cappotto sportivo con bottoni neri: così se lo è adattato Eva Mèndes per coprire un vaporoso abitino. Questa è la sua versione frivola, da sera. Ma è un’eccezione. Il generale che lo aveva lanciato, come racconta il suo biografo, era «un uomo piccolo e magro, con un viso affilato e nervoso, una speciedi asceta che non beveva e non fumava». Era amatissimo dai suoi uomini perché era parco e non si concedeva lussi. Insieme al loden del premier Monti, il montgomery ben si coniuga con i nostri austeri e frugali tempi.