RAPHAËL ZANOTTI, La Stampa 11/2/2012, 11 febbraio 2012
Stupro senza colpevoli, paga lo Stato - A pagare per la violenza sessuale sarà la Presidenza del Consiglio
Stupro senza colpevoli, paga lo Stato - A pagare per la violenza sessuale sarà la Presidenza del Consiglio. Con una sentenza destinata a far discutere la Corte d’Appello di Torino ha sancito un principio che in Italia non aveva mai trovato spazio: quando gli autori di un omicidio, di lesioni dolose o di violenza sessuale non sono stati scoperti, sono irrintracciabili o non hanno i mezzi economici per pagare, tocca allo Stato indennizzare o risarcire la vittima. La sentenza apre scenari sconfinati se si considera l’altissimo numero di vittime che, in Italia, non ottiene alcun risarcimento per le violenze subite. La decisione della III sezione della Corte d’Appello presieduta dal giudice Paolo Prat riguardava il caso di una studentessa universitaria che nel 2005, appena 18enne, venne rapita e ripetutamente stuprata in un furgone da due stranieri dell’Est conosciuti a una festa di compleanno. «Un delitto odioso e tremendo - racconta oggi l’avvocato Francesco Bracciani che rappresentava la ragazza nel processo penale - Soprattutto se si considera che, messi ai domiciliari durante il processo di primo grado, i due stranieri sono scappati». La ragazza ha ottenuto una vittoria “morale”: la condanna dei due a 14 anni in primo grado e a 10 anni e mezzo in secondo. Essendo latitanti, tuttavia, il risarcimento non era possibile. Cosa che purtroppo, in Italia, accade spesso. È in questa fase che sono intervenuti gli studi legali Ambrosio&Commodo e Mbo citando civilmente la Presidenza del Consiglio. «La tesi che abbiamo sostenuto - spiega l’avvocato Marco Bona - è che l’Italia non ha mai applicato la direttiva europea 2004/80 che prevede il risarcimento delle vittime di reati violenti intenzionali in tutti gli Stati membri quando è impossibile ottenerlo dagli autori. L’Italia è l’unico Paese, oltre alla Grecia, a non aver istituito un sistema del genere e abbiamo il sospetto che questa “dimenticanza” sia dolosa: l’Italia non ha mai recepito la precedente convenzione del 1983, non ha applicato la direttiva del 2004, non ha partecipato ai lavori della commissione sostenendo che aveva altri impegni e quando è stata sanzionata dall’Ue, nel 2007, ha promulgato un generico decreto legislativo che stanziava appena 56.000 euro per il funzionamento dell’intero meccanismo risarcitorio». Comportamento che ha pesato nelle decisioni dei giudici. In primo grado la Presidenza del Consiglio è stata condannata a risarcire 90.000 euro alla ragazza. Decisione confermata dal recente Appello che ha solo ridotto la cifra a 50.000 euro sostenendo che, più che risarcimento, si tratta di un indennizzo. «Il principio, però, è stato salvaguardato - sottolinea l’avvocato Commodo - il che crea un precedente interessante. Tanto per fare un esempio questo tipo di risarcimento potrebbe essere chiesto nei recenti casi di cronaca dell’omicidio a Como da parte di un extracomunitario nei confronti della vicina di casa e del pugile a Milano che ha ucciso una donna filippina. Casi in cui gli autori degli omicidi sono stati dichiarati incapaci di intendere e di volere». La decisione è di tale portata da aver creato fortissimi contrasti anche all’interno della Procura generale di Torino. Il sostituto procuratore generale Fulvio Rossi è infatti intervenuto nella causa civile affiancando nelle richieste i legali della vittima (procedura insolita seppur consentita quando è in ballo un interesse collettivo). Ha richiesto la condanna della Presidenza del Consiglio in tutte le fasi del processo tranne all’ultima udienza quando, con un inaspettato intervento, ha fatto retromarcia: niente condanna, ma invio delle carte alla Corte di Giustizia europea perché valutasse la condannabilità dell’Italia. Una nuova linea che, a detta del magistrato, sarebbe stata dettata dalla Procura generale. Si è trattato dell’ultimo processo seguito da Rossi che si è poi dimesso con una considerazione amara: «Lascio la magistratura perché mi rendo conto che non ci sono gli spazi per tutelare le vittime». Il caso della ragazza da risarcire ha anche prodotto un cambiamento nelle procedure di intervento della Procura generale nelle cause civili, oggi più restrittive. Le nuove regole sono state contestate da alcune associazioni che hanno presentato ricorso al Tar. Le nuove disposizioni, secondo loro, tutelerebbero meno le vittime dei reati.