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 2012  febbraio 11 Sabato calendario

NEGLI USA MANOVRA DI RILANCIO

Barack Obama invierà lunedì al Congresso una finanziaria da battaglia: centinaia di miliardi di dollari di investimenti pubblici nelle infrastrutture per aiutare e stimolare la crescita economica, sanare le ferite della crisi e dare slancio all’occupazione. Il conto presentato dal presidente sarà salato: il deficit, anziché fermarsi ai 1.115 miliardi di dollari previsti dalle analisi parlamentari, raggiungerà quest’anno di 1.330 miliardi, superando i 1.296 miliardi del 2011 e pari all’8,5% del Pil.
La proposta di Obama, che traduce in cifre le priorità delineate durante il discorso sullo stato dell’Unione, prescrive anzitutto 350 miliardi in misure immediate per sostenere il mercato del lavoro e 476 miliardi per strade e sistema dei trasporti. Spesa in crescita del 5% anche per ricerca e sviluppo non in campo militare. E altri 2,2 miliardi, con un incremento del 19%, verranno dedicati a uno speciale progetto di sviluppo manifatturiero ad alto contenuto tecnologico.
Non mancano però i risparmi, in omaggio alla necessità di reperire risorse e risanare in futuro il debito: 360 miliardi vengono limati dai programmi sanitari federali per poveri e anziani Medicaid e Medicare. Altri 1.500 miliardi arrivano dalla sparizione degli sgravi fiscali ereditati dalla Casa Bianca di George Bush per i redditi superiori ai 250mila dollari. Nelle proiezioni il deficit scenderà così a 901 miliardi, il 5,5% del Pil, nell’anno fiscale 2013. Anche questa percentuale è tuttavia superiore al 5,1% in passato ipotizzato dall’amministrazione.
Numeri e voci del budget sono ancora sotto forma di bozza, ottenuta dal Wall Street Journal. Previsioni e provvedimenti potrebbero essere modificati nel fine settimana. Ma le polemiche sono assicurate: l’anno delle elezioni presidenziali già prometteva duri scontri su filosofia e priorità economiche. Una promessa che il piano di Obama mantiene: i democratici insistono su aumenti delle entrate e aiuti ai ceti medi, i repubblicani su ricette di riduzione dell’intervento dello Stato. L’incentivo a compromessi potrebbe però arrivare dallo spettro di tagli automatici per 1.200 miliardi dal 2013, parte dell’intesa congressuale dell’anno scorso che innalzò il tetto dell’indebitamento federale.
L’economia americana, se confermerà la sua ripresa, potrebbe a sua volta creare margini di manovra se emergerà la volontà politica. Il tasso di disoccupazione è sceso all’8,5%, meno dell’8,9% previsto per ora dal budget 2012. E la crescita ha accelerato il passo al 2,8% nel trimestre scorso, spingendo il deficit commerciale in dicembre ai massimi da sei mesi. Il disavanzo è lievitato del 3,7% a 48,8 miliardi rispetto a novembre e per l’intero 2011 ha fatto segnare un incremento di quasi il 12% a 558 miliardi, la soglia più elevata dal 2008. Guidato dalla domanda di consumatori e aziende, l’import è salito dell’1,3% in dicembre. Anche l’export ha però marciato a passo sostenuto, dello 0,7% in dicembre e del 14,5% nel 2011, vicino al 15% necessario per rispettare il traguardo di Obama di raddoppiare le esportazioni entro il 2015 e dare un miglior equilibrio ai conti con l’estero.
Il capitolo più delicato è rimasto l’interscambio con la Cina. Il deficit bilaterale è sceso in dicembre quasi del 14% a 23,1 miliardi davanti a una flessione del 10,8% nelle importazioni americane. Ma il passivo del 2011 con Pechino, accusata di manipolare al ribasso la sua valuta, è stato ugualmente record: è aumentato dell’8,2% a 295,46 miliardi.