FRANCESCO SPINI, La Stampa 11/2/2012, 11 febbraio 2012
S&P abbassa il rating delle banche italiane - Dopo lo Stato, tocca alle banche. Lo scorso 13 gennaio aveva abbassato da «A» a «BBB+» il giudizio sull’Italia, ora Standard & Poor’s - a scoppio ritardato - fa partire la reazione a catena sugli istituti di credito
S&P abbassa il rating delle banche italiane - Dopo lo Stato, tocca alle banche. Lo scorso 13 gennaio aveva abbassato da «A» a «BBB+» il giudizio sull’Italia, ora Standard & Poor’s - a scoppio ritardato - fa partire la reazione a catena sugli istituti di credito. Ne prende in esame 37 e su 34 di loro - incluse big come Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena e Mediobanca - si abbatte, inesorabile, il suo maglio: giù il rating, declassate insomma. Da un lato, come afferma a caldo il presidente del Consiglio Mario Monti - sempre molto serafico nel commentare tali fatti - «è in gran parte un effetto atteso di precedenti decisioni». In effetti secondo la regola di Standard & Poor’s una società non può avere un rating superiore allo Stato dove svolge la propria attività. Sarebbe quasi un controsenso, nonostante alcune nostre banche (Unicredit e Intesa, anzitutto) spingano i loro interessi ben oltre i patrii confini. Ma questa volta il declassamento delle banche riflette anche un peggioramento della valutazione complessiva del rischio del settore bancario del nostro Paese. In una scala che va dal meno rischioso (1) al più rischioso (10), il nostro sistema bancario avanza di un gradino nella piramide di potenziale insolvenza: passa dal gruppo 3 al gruppo 4. Il rischio passa da «basso» a «intermedio». Per capirci: siamo a livello di economie emergenti come Brasile, Sudafrica, Messico, o come la Repubblica Ceca. Non è una bella notizia. Il venerdì sera raramente S&P porta buone notizie. Nella pagella da eterni ripetenti si legge che «la vulnerabilità dell’Italia a rischi finanziari esterni si è accresciuta, in considerazione del suo alto debito pubblico esterno, producendo come risultato una significativa riduzione della capacità delle banche di rifinanziare il loro debito all’ingrosso». In un certo modo le banche italiane devono rassegnarsi - secondo gli analisti che da Londra tengono d’occhio lo stato della nostra economia - a uno scenario all’insegna di una debole profittabilità «per i prossimi anni»: gli utili resteranno bassi ancora per un po’. In questo pesano molti fattori. I costi di rifinanziamento - divenuti alti come conseguenza delle vicende legate al debito sovrano - si manterranno elevati. In più la bassa redditività delle banche, insieme con gli accresciuti costi di capitale per l’intera industria bancaria, potrebbero portare gli istituti in una spirale di svalutazioni deleterie per i conti. A questo punto, nota S&P, le banche italiane continueranno a sfruttare la possibilità di ottenere liquidità dalla Bce, grazie al cui intervento, scrive l’agenzia, è stato evitato un credit crunch», la chiusura dei rubinetti del credito verso famiglie e imprese. In questa tornata di bocciature, anche alle principali banche italiane tocca entrare nel club della «BBB+», con outlook negativo (anche qui, la stessa visibilità negativa che ha l’Italia). Questo il nuovo giudizio per Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Ubi Banca e Bnl. Il Monte dei Paschi è stato retrocesso a «BBB», senza il meno. Infine Banco Popolare, la Popolare di Milano e Banca Carige hanno visto il rating scivolare a livello «BBB-» l’ultimo gradino sotto cui comincia la categoria «speculativa» che in gergo viene chiamata «junk», spazzatura. In questo livello già si trovava Unipol, con la sua banca, che della precedente «BB+» ha perso il segno più.