Federico Rampini, la Repubblica 11/2/2012, 11 febbraio 2012
Il Professore nella fossa dei leoni – NEW YORK DOPO la Casa Bianca, Wall Street: una doppia missione riuscita
Il Professore nella fossa dei leoni – NEW YORK DOPO la Casa Bianca, Wall Street: una doppia missione riuscita. L’uno-due non era scontato. La seconda tappa della tournée americana di Mario Monti era più ostica della prima. Lo statista più potente del mondo gli era già amico, per ragioni di interesse strategico. Invece i "Masters of the Universe", i Signori del denaro che agiscono nel tempio della finanza globale, erano sospettati di ordire oscure trame ai danni dell’Italia. Anche a prescindere dalle teorie del complotto, le logiche del grande capitalismo sono autonome da quelle dei governi. L’accoglienza positiva di Barack Obama era certa. Il presidente americano l’ha caricata di un sovrappiù di fiducia, ha voluto fare un investimento strategico su Monti, scegliendolo come interlocutore privilegiato per "decifrare" gli enigmi europei. Se tra i due leader si è stabilita una immediata sintonia intellettuale, la base di partenza era già solida: eliminato Silvio Berlusconi, per l’Amministrazione Obama l’Italia ha smesso di essere una mina vagante sul percorso verso una ripresa economica solida e durevole. La Casa Bianca non aveva mai scommesso sulla disintegrazione dell’eurozona, anzi vedeva quello scenario come un’autentica catastrofe. Lasciata Washington, ieri a New York Monti si è trovato davanti un "parterre" diverso: gente che dallo sfascio dell’euro ha guadagnato, e poteva guadagnare ancora. Al piano nobile del grattacielo Bloomberg, sulla 59 Strada fra la Lexington e la Terza Avenue, il presidente del Consiglio si è trovato di fronte l’establishment capitalistico: in un paese dove questo termine ha ancora un significato preciso, nomi e fisionomie, ragioni sociali e indirizzi. Lloyd Blankfein, chief executive di Goldman Sachs; George Soros il grande castigatore della lira che ci scaraventò fuori dal Sistema monetario europeo nel 1992; Peter Grauer presidente del gruppo Bloomberg che è la più grande rete d’informazione finanziaria mondiale; Henry Kravis del fondo di private equity Kkr le cui gesta ispirarono il primo film "Wall Street" con Michael Douglas nella parte di Gordon Gekko. E tanti altri. Per metafore cinematografiche, se il giovedì a Washington evocava la regìa di Clint Eastwood (nel senso dello spot obamiano Fiat-Chrysler...) il venerdì a New York è stato un film alla Oliver Stone. Qui i cattivi c’erano, almeno potenzialmente. Gruppi finanziari capaci di prende posizione "corta o lunga" sui nostri Btp spostando l’umore dei mercati. Non necessariamente perseguendo delle trame diaboliche: Wall Street agisce sulla base di scenari, previsioni, calcoli di rischio. E’ un mondo col quale bisogna sapersi confrontare: spiegarsi, "vendere" il proprio sistemapaese in senso buono, convincendo i grandi investitori globali che è un affare nel lungo periodo. Con il suo classico understatement, Monti ha evitato trionfalismi: "Penso di averli convinti, sì, anche se non te lo dicono seduta stante". Almeno uno di loro, però, si era pronunciato. Proprio Soros, a lungo un pessimista sull’euro, ha detto questo: "Io oggi terrei una quota molto più larga di bond italiani in portafoglio. Con rendimenti del 6 o del 7% sono un investimento speculativo, con rendimenti del 5 o del 4% sono un buon investimento di lungo termine". Questo è il verdetto attuale; viene da quello stesso ambiente da cui sono partiti per molti mesi poderosi investimenti ribassisti. Monti ha raccolto consensi nel giorno in stesso in cui si riapriva un’emergenza dei mercati sulla Grecia, ha cercato di rafforzare l’idea che l’Italia sia ormai al sicuro dal contagio anche nell’evenienza di un defualt greco. Un incontro come quello di ieri nel grattacielo Bloomberg nonè del tutto inusuale per i leader stranieri. Ma non vi si erano mai cimentati né Silvio Berlusconi né Giulio Tremonti, i due predecessori di Monti nelle funzioni che lui cumula di premier e ministro economico. Sia per difetto di conoscenza dell’inglese, sia per mancanza di contenuti concreti da esporre a questi interlocutori, i governanti italiani da anni latitavano dalla piazza finanziaria più importante del pianeta. Salvo lamentarsi di averla "contro", ed evocare oscure macchinazioni ai loro danni. Monti nel consolidare il balzo d’immagine del paese, ha aggiunto qualcos’altro: per Obama come per gli interlocutori di Wall Street, si è qualificato come un "traduttore esperto" delle problematiche dell’Europa intera. "Basta sentirlo parlare della visione germanica del capitalismo, sentirlo spiegare che per Angela Merkel l’economia è un ramo dell’etica, e si capisce che porta un valore aggiunto ai dirigenti americani", è stato il commento di uno dei commensali. Se lo ricordano arbitro severo dell’antitrust di Bruxelles ai danni di Microsoft e General Electric; lo riscoprono come un ponte fra le due sponde dell’Atlantico, a cui si può chiedere un contributo per smussare asperità e incomprensioni sulle strategie di rilancio della crescita globale. Monti ha avuto l’accortezza di aggiungere, quasi di sfuggita, questa osservazione dopo il summit con i chief executive del capitalismo americano: "Quello che ci chiedono, è di continuare nella nostra opera di risanamento. Ma noi non lo facciamo per loro, lo facciamo per gli italiani, e per le future generazioni". Una precisazione importante. E’ utile che Wall Street non ci "remi contro". Ma l’approvazione di questo establishment riguarda i saldi finanziari dell’azione di governo, non dice nulla sul segno sociale e i contenuti di equità del risanamento.