Pia Pera, Domenica-Il Sole 24 Ore 12/2/2012, 12 febbraio 2012
IL RICHIAMO DELLA CAMPAGNA - «I
contadini sgobbano. La natura ride. I contadini piangono» scrive Kristin Kimball, newyorchese Ivy League, catapultata nella Dirty life di cui nel titolo da un’inchiesta sui giovani produttori di cibo biologico. Tra di loro scopre di non volersi trovare da nessuna altra parte se non a tenere in mano uova tiepide nel pollaio. È l’inizio di un’avventura raccontata con calore e scrittura scintillante: la resurrezione, insieme a Mark, di Essex Farm, immensa fattoria abbandonata nel North Country.
Superato il primo, durissimo impatto col gelo invernale, la ripopolano di galline e mucche, maiali e api, tacchini e cavalli. A primavera cominciano già a rifornire il vicinato di ogni genere di prodotto alimentare, carne e sciroppo d’acero inclusi. E dire che erano partiti agli antipodi: Mark conservava il filo interdentale a volte servisse a riparare i calzoni, a Manhattan Kristin teneva l’elenco del telefono in frigo. Una fattoria interamente biologica, con macchinari a trazione animale come tra gli Amish, è una creatura in perenne divenire: nulla è mai davvero terminato, il lavoro è un torrente senza fine, ci sono solo cose da fare subito e altre che si possono rimandare. Un autentico ricatto, sbuffa Kristin: perché se non fai quello che c’è da fare, qualche essere vivente appassirà, soffrirà o morirà.
Come spiegare allora l’attrattiva irresistibile della campagna cui soccombe una minoranza, però significativa e appassionata, di giovani nati nelle città? Propongo una zoommata su Greenhorns, documentario girato da Severine von Tscharner Fleming sui contadini di prima generazione, e sull’omonimo libro di prossima uscita. Ancora studentessa e attivista a Berkeley, Severine si accorge, organizzando un festival, che i film sull’agricoltura sono tutti intrisi della disperazione e del senso di fallimento di chi non è riuscito a guadagnarsi una vita migliore. Nessuno che racconti la storia come la conoscono lei e i suoi amici: che lungi dal considerarsi dei perdenti costretti a sgobbare in campagna, sono convinti, coltivando cibo sano, di avere trovato la via per prendersi cura di se stessi e del mondo.
Ed ecco Joel e Katie che sotto la neve mostrano i fili d’erba del pane a venire, Pilar col suo bel vivaio di piantine da orto, Ortarius con le sue mucche nere, Chris coi preparati biodinamici che renderanno fertilità alla terra, Anne e i suoi squisiti formaggi di capra. Tutti persuasi che a togliere bellezza e dignità alla vita del farmer sia stata la cosiddetta rivoluzione verde, quella che ha trasformato l’agricoltura in industria e il contadino in salariato. Non c’è futuro nelle monoculture su migliaia di ettari. Bisogna tornare a Thomas Jefferson, che nella piccola fattoria vedeva la spina dorsale della democrazia, a Thoreau, trovare ispirazione in Wendel Berry, Masanobu Fukuoka, Vandana Shiva.
È la generazione cui Il dilemma dell’onnivoro di Michael Pollan e Fast food nation di Eric Schlosser ha aperto gli occhi. La vera rivoluzione parte dalla scelta di mangiare cibo sano e saporito, e produrlo localmente. Riusciranno? Dureranno? Ci sarà abbastanza terra buona per tutti? Chissà: se tanti vecchi andranno in pensione rendendo disponibili circa 400 milioni di acri di terra fertile, ogni giorno ne vanno perduti altri 2.880 a vantaggio del cemento. Tra i giovani farmer insieme all’ottimismo serpeggia il timore che l’accumulo di sempre maggiori latifondi in mano a pochi ricchi petrolieri minacci un ritorno alla servitù. Mentre possedere i campi che si lavorano è la base della libertà, la condizione necessaria al progetto di crescere il proprio cibo lavorando come cani ma mangiando come re.
Per riuscire, bisogna riscuotere la comunità dall’assuefazione al cibo scadente. Consigliabile a questo fine la tecnica del pusher, scrive scherzosamente Kristin Kimball: regalare ortaggi freschi, carne saporita e uova vere ai futuri clienti, convincendoli a pagare in anticipo la produzione dell’anno. A Essex Farm ce l’hanno fatta, al punto di associare altre braccia alle quattro iniziali. Torniamo alla domanda di partenza: come spiegare che persone libere scelgano il ricatto di cui sopra, una vita di duro e incessante lavoro? Possibile che una giovane newyorchese di successo sia disposta a lasciarsi ingrossare gli avambracci a furia di mungere? Che una vegetariana si ritrovi a macellare mucche e polli, mangiare di gusto fegato di cervo? Il dubbio si affaccia, tant’è che all’indomani della festa di nozze, Kristin parte: un editore le ha chiesto una guida delle Hawaii. Nel cosiddetto paradiso di Maui si accorge tuttavia che quel genere di edonismo non l’appaga più. Non vede l’ora di tornare. Da suo marito, ma anche alla sensazione di sentirsi pienamente immersa in un flusso in cui non c’è frattura tra vita e lavoro, a un impegno costante ma che sprigiona energia creativa.
La scelta di vivere in fattoria non è un ritorno ai buoni tempi andati. Se coltivare la terra è attraente, è perché nel frattempo tante cose sono cambiate, e in meglio. Quando Kristin rifiuta di rinunciare al suo cognome, Mark è pronto ad assumere quello di lei: gli basta un segno che esprima l’appartenenza alla stessa famiglia. È scomparso il padre/padrone. Come pure una delle piaghe più tristi della vita nei campi, l’isolamento.
I giovani coltivatori si sentono tra loro a portata di rete. E Amherst, dove Emily Dickinson ha vissuto da reclusa nel suo giardino, ospiterà a marzo una conferenza per Beginning Women Farmers. Il progresso non è più quello di una volta, lasciare la terra.