Il Sole 24 Ore 12/2/2012, 12 febbraio 2012
LANDRU, GRANDEZZA DEL CONDANNATO
Nell’aula del tribunale in cui veniva processato Henri Désiré Landru, accusato di aver derubato e ucciso almeno dieci donne, un pubblico foltissimo seguiva ogni seduta. Nella folla emergevano le vistose acconciature di Mistinguette, l’azzimato profilo del barone de Rothschild e quello spiritoso di Colette, che seguiva il processo per «Le Matin». Riconoscendola nella ressa, l’imputato, lusingato, le aveva chiesto un autografo.
Nonostante la minaccia della pena capitale, Landru, manteneva un eccezionale sangue freddo mentre scorrevano le prove della sua colpevolezza. A partire dal 1904 erano cominciati ad apparire sui giornali una serie d’annunci. Uno di essi recitava: «Signore quarantacinquenne, solo, senza famiglia, con una rendita di 4000 franchi, vorrebbe sposare una signora d’età d’analoga situazione economica».
Piccolo, correttamente vestito, Landru aveva frequentato con profitto una scuola religiosa. Nella sua trappola cadevano vedove e donne sole, ansiose di compagnia. Landru teneva pronte, per rispondere alle sventurate, una serie di lettere d’amore. Dopo i primi incontri poteva abbandonare la serietà affettata degli approcci per dichiarare appassionatamente: «Dovunque avrò l’onore d’incontrarvi, riconoscerò tra mille la vostra figura elegante e la vostra grazia».
Così Marie, Léopoldine, Thérèse, Célestine, Anna e tante altre erano cadute nella trappola, resa più facile dagli immani vuoti scavati dalla guerra nelle file degli uomini. La clamorosa vicenda giudiziaria s’inseriva nel turbolento clima del dopoguerra, ancora pieno degli echi delle stragi succedutesi sui campi di battaglia. I crimini di Landru sembravano impallidire rispetto al grande ossario prodotto dalla prima guerra mondiale. Al tempo stesso, nell’atroce figura dell’omicida predatore delle sue vittime si rifrangeva l’immagine detestata dei pescecani, i profittatori che si erano creati immense fortune sul conflitto. Solo Colette, in questo meraviglioso resoconto, aveva colto la disumanità del male nello «sguardo da uccello» dell’uccisore. Uno sguardo animale o forse proveniente da un passato ormai scordato. «Landru sembrava sognare sopra di loro, lontano da noi, ritornato forse in un mondo molto antico, in un’epoca in cui il sangue non era né più sacro né più orribile del vino o del latte».
Messe frettolosamente insieme in un momento di precarietà economica e pubblicate nel 1932, queste pagine sono un saggio della straordinaria capacità narrativa e dell’intelligenza di Colette. «Mai come in questa raccolta di testi disparati, messi però insieme come noi li leggiamo, organizzati in sequenza dalla stessa autrice, salta agli occhi la natura corporea della pagina di Colette», spiega bene la curatrice, Gabriella Bosco. Colette d’altra parte sosteneva che non bisogna pensare a cosa si sta facendo: scrivere, diceva, è come lavorare a maglia. Non si sa mai se ne verrà fuori una sciarpa o un golf o un paio di guanti.
Nello stile dell’autrice, plasticamente reso dalla traduzione di Angelo Molica Franco, il mondo animale e quello vegetale, il mondo materiale e quello umano si fondono l’uno nell’altro. «Dentro di noi un demone confronta, battezza, distoglie dai loro fini, snatura i doni più semplici dell’universo tangibile. Ci piace che l’ossobuco sappia di nocciola e lodiamo nella faraona il sapore di pernice». La golosità di Colette era senza fine e si estendeva a qualunque aspetto della vita. Era la sua condanna e la sua stella polare. Nella sensuale penetrazione del suo sguardo l’algida Coco Chanel si rivela un piccolo toro nero, «per l’energia testarda, la maniera di saper fronteggiare, di ascoltare, attraverso quello spirito di difesa che a volte le si barrica sul volto….. Il ciuffo scuro, ondulato, appannaggio dei torelli, le ricade sulla fronte fino alle sopracciglia e danza di concerto con la testa».
Odori, sapori, suoni si mescolano voluttuosamente nelle pagine dedicate all’Africa del Nord. Le schiave africane, per esempio, sono «bellissime negre, lisce come frutti, alte, avvolte in stoffe immacolate, si muovono nelle ampie gonne come navi sul mare calmo».
All’epoca la scrittrice aveva quasi sessantanni. Il suo viso era teso tra la silenziosa provocazione dello sguardo e la sensualità implicita della bocca. La morbida angolosità dei tratti evocava una resistenza che non si negava il piacere della resa, una semplicità complicata e l’umanissimo diritto di contraddirsi. Come contradditorio è solo il titolo di questa raccolta, Prigioni e paradisi, perché nessuno meglio di lei sapeva quanto le due cose potessere coincidere e come si potesse volere evadere da un paradiso o chiudersi in una prigione. Giuseppe Scaraffia • CERCO IL MOSTRO E NON LO TROVO - È la sua entrata, e non quella dei suoi abiti rossi e neri, che infonde un po’ di gravità in questa piccola sala priva di regalità in cui si parla a voce alta e ci si annoia in attesa della Corte. È lui che attira e trattiene tutti gli sguardi, lui, cento volte fotografato, caricaturato, riconosciuto da tutti sebbene sia differente da ciò che si conosce di lui. Ecco la barba e la calvizie che lo hanno reso popolare; il sopracciglio increspato, come fosse posticcio. Ma quest’uomo magro porta sul viso qualcosa di indefinibile che ci rende circospetti o, un po’ di più, direi deferenti.
Perché dovrei abbandonare il tono amichevole parlando di lui? Quest’uomo è il ritratto della cortesia. E non ho per nulla voglia di entrare in sintonia con un processo che, in quattro ore esatte, ha già riversato in un capo d’accusa le qualifiche meno ambigue: assassino, misogino tagliatore di teste, mendace sposo. Tutto questo prima delle prove? A che vocabolario ricorrere se sarà fatta luce, e la poligamia sarà condannata per infamarlo meglio e di più? Un tale riassunto, sì, oso definirlo così, esaurisce tutte le risorse di un linguaggio ingiurioso.
Tuttavia Landru, né impudente né umile, guarda la folla senza insistenza, saluta i giudici prima e dopo aver parlato, usa delle parole e dei gesti contenuti, e noi acquisiamo poco a poco l’impressione (rafforzata dalle minacce avvelenate del sostituto procuratore generale, dalle declamazioni della parte civile, dai ghigni irrispettosi della difesa e dal mormorio spinto del pubblico), la scandalosa impressione che una sola persona, al l’udienza, si preoccupi delle apparenze e sappia "trattenersi": l’uomo sul banco degli imputati.
Quando è la società a punire, essa manca di eleganza e di decenza. Il giorno dell’esecuzione, attorno alla ghigliottina, le risate, il vino rosso, la frenesia dei monomaniaci e dei curiosi infangano una piazza al centro della quale un uomo, pallido, avanza senza esitazione, e quasi sempre muore dignitosamente. La grandezza che manca ai nostri giudici e ai nostri supplizi, diventa facile da sfoggiare per un condannato nel suo momento. Un po’ di contegno, una pazienza altera, qualche pizzico di cortesia ostinata, ed eccolo sul punto di passare per simpatico a confronto.
Una donna, senza cappello, dietro di me, bisbiglia: «Ha veramente l’aria di un signore».
Che elogio! Un giornalista afferma che Landru ha «una barba da speziale». Un disegnatore, invece, dice: «È così composto che potrei prenderlo per un responsabile di reparto».
La folla non emetterà mai un giudizio unanime su Landru. È l’uomo dai cinquanta nomi e quello dalle duecentottantatré avventure con donne (e senza sforzarsi), e prima che abbia parlato è già un Proteo.
Seducente questo seduttore? Certamente corretto. Faunesco e verlainiano com’è stato definito? No, né geniale, né difforme. Al di sopra delle vertebre magre del collo, il cranio è bello e può covare l’intelligenza e, chi lo sa, l’amore... Per quanto riguarda il viso, la sua somiglianza evidente con l’ex deputato Ceccaldi colpisce e disturba solo un momento, dopo lo si dimentica. Si dimentica quando si vede lo sguardo di Landru.
Cerco invano in quello sguardo profondamente incassato una crudeltà umana, poiché lui non è affatto umano. Quello sguardo da uccello, la particolare lucentezza, la lunga capacità di restare fisso quando Landru guarda dritto davanti a lui. Ma se abbassa a metà le palpebre, lo sguardo assume quella lunghezza e quel disprezzo insondabili che si scorgono nelle bestie in gabbia.
Cerco ancora il mostro, sotto i tratti della testa regolare, e non lo trovo. Se questo viso spaventa è perché ha l’aria, ossessiva e normale, di imitare perfettamente l’umanità, come quegli immobili manichini che indossano abiti maschili nelle vetrine.
Ha ucciso? Non ha ucciso? Non siamo così vicini al saperlo. Lui ascolta, o sembra ascoltare, l’interminabile atto d’accusa recitato con il tono di una messa triste, che scioglie il coraggio di tutti gli uditori.
Osservo la sua respirazione: lenta, costante. Estrae dal suo cappotto nocciola, con mano ferma, delle carte che legge e su cui prende appunti e i cui fogli non tremano tra le sue mani.
«Sposo mendace… Defraudata e assassinata… L’omicida di Madame Guillin...».
Landru prende appunti, attento e distante insieme, oppure percorre la sala, senza esagerare, con lo stesso sguardo che fece innamorare così tante vittime. Lascia scorgere che il vocio lo infastidisce. Si soffia il naso pacatamente, ripiega il fazzoletto in quattro e lo sistema dentro il lembo della tasca esterna. Com’è meticoloso!
Ha ucciso? E se ha ucciso, giurerei che l’ha fatto con la stessa cura formale, un po’ maniacale e mirabilmente lucida, con cui cataloga gli appunti e redige i documenti. Ha ucciso? In tal caso lo ha fatto fischiettando una breve aria e cinto da un grembiule per paura delle macchie. Un folle sadico Landru? Ma no. È ancora più impenetrabile, almeno per noi. Provando a immaginare un po’ più da vicino ciò che è il furore, lubrico o no, restiamo instupiditi di fronte all’omicida tranquillo e dolce che tiene un’agenda delle sue vittime e che forse si è anche riposato, durante l’ingrato lavoro, appoggiato con i gomiti alla finestra e dando il pane agli uccelli.
Credo che non comprenderemo mai niente di Landru, anche se fosse innocente.
La sua serenità appartiene poco al genere umano. Di fronte alla prova delle armi, il colloquio rapido e minaccioso tra Maitre de Moro–Giafferi, una tigre dagli artigli affilati che ferisce e dopo si nasconde, e il sostituto procuratore generale Godefroy, che lavora di astuzia orsina, Landru sembrava sognare sopra di loro, lontano da noi, ritornato forse in un mondo molto antico, in un’epoca in cui il sangue non era né più sacro né più orribile del vino o del latte, un tempo in cui il sacrificatore, seduto sulla pietra tiepida vicino al ruscello, si fermava a sentire il profumo di un fiore…
Colpevole, Landru somigliava a quei dolci carnefici asiatici? Dimenticavo la questione danaro. E Maitre de Moro–Giafferi non è del mio stesso avviso. La lucidità, la memoria classificatrice e procedurale del suo cliente lo incantano: «Assolvetelo, – gridava ieri nel vestibolo, – e lo assumerò come segretario!».
8 novembre 1921 Colette