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 2012  febbraio 12 Domenica calendario

Si chiama "La casa della seta" ed è il primo seguito di Sherlock Holmes autorizzato dagli eredi di Conan Doyle

Si chiama "La casa della seta" ed è il primo seguito di Sherlock Holmes autorizzato dagli eredi di Conan Doyle. Così lo racconta il suo autore: "Ho avuto in dono il più bel personaggio letterario e ho fatto un giallo un po´ sociale" – Per Sherlock Holmes risorgere è quasi un´abitudine. Già il suo creatore, Arthur Conan Doyle, era stato costretto a riportarlo in vita a furor di popolo dopo averlo fatto precipitare nelle gole della cascata di Reichenbach, sulle Alpi svizzere. Poi, una seconda vita di immensa popolarità come personaggio cinematografico (dagli oltre sessanta film solo nell´epoca del muto al recentissimo Il gioco delle ombre). Ancora, protagonista di una lunga serie di sequel "apocrifi", tra cui Soluzione sette per cento, di Nicholas Meyer, dove il detective per liberarsi dal vizio della cocaina va a Vienna dal dottor Freud, o il racconto di Stephen King (Il caso del dottore) con un Watson più brillante di Holmes. Oggi il detective più famoso del mondo rivive in La casa della seta (Mondadori, pagg. 294, euro 18), primo seguito autorizzato dagli eredi Conan Doyle. A realizzarlo è stato chiamato Anthony Horowitz, inglese cinquantacinquenne autore di romanzi per ragazzi che hanno venduto tredici milioni di copie (soprattutto nella serie della giovane spia Alex Rider) e sceneggiatore di serie tv come L´ispettore Barnaby o Foyle´s War. Horowitz ha scelto di scrivere un romanzo "classico", il più fedele possibile all´originale, mettendo in scena tutti i personaggi anche secondari, l´ispettore Lestrade, il fratello di Sherlock, Mycroft, e perfino il professor Moriarty. Misurarsi con il mostro sacro, dice, non è stato affatto arduo. «Onestamente, l´ho trovato piuttosto facile. Ci ho messo tre mesi, quando per scrivere un romanzo in genere ho bisogno di un anno. È stato soprattutto un grande piacere, mi hanno aiutato molto i racconti, che conoscevo bene». Quando ha incontrato Sherlock Holmes per la prima volta? «A diciassette anni. Mio padre mi regalò un libro, che ho ancora, con i quattro romanzi e i cinquantasei racconti di Conan Doyle dove compare Holmes. È stato amore a prima vista. Mi ha conquistato la capacità di far vivere il mistero nei luoghi della vita quotidiana. La scoperta che quartieri "noiosi" di Londra, anche quello dove abitavo, potevano diventare preda del male». Per un romanziere abituato a creare, è stato frustrante misurarsi con personaggi e atmosfere obbligati? «Per nulla, è stato un grande piacere, un divertimento immenso. Io, che li ho sempre amati, ho avuto in dono due dei più bei personaggi della letteratura, Sherlock Holmes e il dottor Watson. È come se a un bambino avessero regalato un´enorme scatola di dolci». Lei come spiega che un personaggio così tipico di un´epoca e di un luogo particolari abbia avuto una fortuna così universale e duratura? «Innanzitutto con lui nasce il detective moderno. A differenza di quelli che lo avevano preceduto, come l´Auguste Dupin di Edgar Allan Poe, Holmes è il primo a comparire sulle riviste popolari. Ogni mese la gente si precipitava a comprare le sue avventure, così come oggi attende le nuove puntate delle serie televisive. Ma secondo me, il punto chiave è la relazione tra il detective e il dottor Watson. Accanto all´eroe, che è un genio inarrivabile, Conan Doyle ha messo una persona educata, colta e intelligente, ma a un livello assolutamente normale. Una trovata irresistibile, che permette al lettore un´identificazione totale nelle storie che legge. Anche Agatha Christie ha usato un meccanismo simile con Poirot, ma Conan Doyle è uno scrittore molto più bravo». Nel suo romanzo c´è un tono esplicito di critica sociale dell´età vittoriana. È il tema delle condizioni miserabili dell´infanzia, dello sfruttamento dei bambini in modi orribili. «Si tratta di un elemento che ho introdotto io, che non si trova in Conan Doyle. È curioso, perché lo scrittore, pur essendo un conservatore, aveva una certa sensibilità sociale ed era interessato alla politica. Ma nelle sue opere, anche nei romanzi storici o romantici senza Holmes, non c´è proprio nulla di "sociale", niente di paragonabile a Dickens. All´epoca la condizione dell´infanzia era terribile. Bambini poveri, privi di ogni cosa, genitori, istruzione, casa. Per il pubblico di oggi tutto ciò è inaccettabile. Quindi ho pensato che avrei potuto aggiungere questo aspetto. Sono uno scrittore del XXI secolo e uno scrittore per bambini. Per quanto fedele volessi rimanere all´originale, devo esprimermi con la mia voce». Secondo lei perché il genere poliziesco continua a essere così amato dal pubblico? «Mai come nelle "detective stories" il protagonista e il lettore sono così vicini, perché entrambi vogliono risolvere il mistero, e lo fanno insieme. In genere se un personaggio di romanzo dice "sono un giornalista" sono portato a credergli. Nel giallo invece devo dubitare, controllare, andare aventi e indietro nelle pagine per verificare. Così il piacere della lettura aumenta. Soprattutto, alla fine si arriva a conoscere la verità. E questo è molto appagante».