Il Sole 24 Ore 12/2/2012, 12 febbraio 2012
SI PUÒ CURARE L’INVECCHIAMENTO?
Illustre professor Benini,
l’articolo da lei scritto sulla «Domenica» del Sole 24 Ore del 29 gennaio è
opinabile da molti punti di vista. Non
voglio però pormi in antagonismo
con lei, scienziato di alto livello dalle cui pubblicazioni ho imparato moltissimo,
ma solamente mettere in luce il rischio che
le sue affermazioni possano determinare conseguenze negative sul futuro della ricerca attorno alle malattie dell’invecchiamento. Non vi è dubbio che l’allungamento della spettanza di vita induce in proporzione anche l’aumento del numero delle persone affette da demenza. Ma è logico pensare che per evitare queste "ambiguità del progresso" dobbiamo abbandonare gli studi per migliorare la qualità e la quantità delle vita delle persone anziane? I dati sul miglioramento delle coorti sia dal punto di vista del peso delle patologie che dell’autosufficienza sono ben noti e
sono alla base della nuova vitalità che è stata data a molte persone anziane, sia sul piano lavorativo che delle attività personali. Quali condizioni siano alla base di questo fenomeno vistosissimo e assolutamente positivo
non è ancora stato chiarito (la medicina o
le migliorate condizioni di vita oppure in quale proporzione l’una e l’altra)? La ricerca in questo campo indicherà dove è necessario lavorare perché il miglioramento delle coorti possa essere sempre più incisivo e quindi per rendere
la vita dei vecchi sempre più vivibile.
Non pensiamo di allungare la nostra esistenza a 120 anni; non vi sono dati che possano sostenere questa affermazione che
ha avuto breve fortuna in tempi recenti. Riteniamo invece possibile avvicinarci
al secolo di vita in buone condizioni, impegnandoci con studi e ricerche perché questo progresso possa comprendere anche le
patologie neurodegenerative, interrompendo l’attuale rapporto perverso tra aumento
della spettanza di vita e aumento del numero
di persone affette da demenza. In questa prospettiva non ritengo di poter condividere la sua affermazione «l’aumento della durata della vita rende la fragilità mentale una delle più gravi minacce all’umanità del XXI secolo». Se davvero riusciremo a far progredire le conoscenze
il miglioramento delle coorti si accompagnerà
a un minor rischio di «fragilità mentale». Dobbiamo però discutere questi argomenti con serenità, senza aumentare le già troppe paure del nostro tempo verso il futuro; sappiamo
bene infatti che il timore dell’Alzheimer e
della conseguente perdita di libertà occupa la mente di molti nostri concittadini.
Marco Trabucchi
Associazione italiana
di Psicogeriatria
Caro Collega Trabucchi,
la sua bella lettera esprime
la preoccupazione che le considerazioni dell’articolo sull’Alzheimer nel «Sole 24 Ore» del 29 gennaio 2012 (parte di un capitolo del
libro La coscienza imperfetta) abbiano conseguenze negative sul futuro della ricerca delle "malattie dell’invecchiamento". Le malattie che insorgono nell’età avanzata sono studiate e curate da tempo, e di ciò si è grati agli scienziati e ai medici. Alla metà degli anni Sessanta, quando iniziai la formazione di neurochirurgo in una delle cliniche più avanzate del mondo, c’era la regola generale – uguale ovunque – di non operare al cervello persone oltre i 68-70 anni. A quei tempi, per operazioni del genere, erano troppo vecchi. Prima della pensione ho fatto l’esperienza d’operazioni di tumori del cervello e dell’ipofisi in pazienti fra gli 85 e i 90 anni in buona forma, che, senza l’operazione, di lì a poco sarebbero morti o avrebbero perso la vista. Tumori e altre malattie si possono curare. L’invecchiamento è incurabile perché non è una malattia, ma un processo biologico regolato dai geni. La vita è più lunga non perché siano più lunghe le varie sue fasi, ma perché si è allungata la vecchiaia, vale a dire perché le condizioni generali (igiene, alimentazione, minori strapazzi fisici, eccetera) consentono al corpo di esprimere più di prima le potenzialità genetiche di un invecchiamento prolungato. Alcuni pensano che l’età consentita dai geni sia di 120-130 anni: ammesso che sia vero, in che condizioni arriverà il sistema nervoso centrale e periferico a quell’età, non a causa di malattie, che forse si potrebbero prevenire e curare, ma per l’invecchiamento, che non è modificabile? Negli Stati Uniti, dove si conducono statistiche attendibili, la metà della popolazione oltre gli 85 anni è affetta dall’Alzheimer. Gli ultraottantacinquenni stanno aumentando in fretta, e per questo il gruppo di studio della Harvard Medical School sostiene che la demenza è una delle maggiori minacce all’umanità del nostro secolo. Non è possibile smentire la tremenda previsione. Le ultime ricerche sull’Alzheimer mettono sconforto, in particolare la scoperta recente del cosiddetto «Alzheimer senza Alzheimer», di cervelli crivellati dalle placche senza demenza e di placche presenti già
nei bambini, a dimostrazione che dei meccanismi che portano alla demenza
non si sa nulla. Forse ci si dovrà arrendere all’evidenza che l’Alzheimer sia un invecchiamento del cervello sulla base di mutazioni genetiche, che, in età avanzata, diventerebbero sempre più frequenti. In questo senso si dice che la causa principale dell’Alzheimer sarebbe la vecchiaia, alla quale non si sfugge. Bisogna solo sperare che le mutazioni non avvengano. Un’accurata pubblicazione recente (Alzheimer’s & Dementia 7, 579-592, 2011) conferma questo orientamento, rilevando l’inefficacia delle misure preventive. Posta la diagnosi, non c’è altro che proteggere, accompagnare e aiutare la persona colpita, un compito familiare e sociale enorme. Mi aspettavo il garbato rimprovero di alimentare le paure del nostro tempo. L’etica medica impone di affrontare la condizione umana senza illusioni. Nel libro è riportata una riflessione molto saggia di Lamberto Maffei: «Un avanzamento della scienza medica, che aumentasse l’aspettativa di vita ma non trovasse cure adeguate per la demenza senile, diventerebbe insostenibile socialmente ed economicamente». Bisogna avere la serenità di dire che prevenzione e cura adeguate della demenza senile non esistono e non sono in vista. E allora, che fare? Questo è il tremendo problema che si prepara alle nuove generazioni. Non ci si deve illudere che si risolva da solo. Con molta considerazione.
Arnaldo Benini